Appunti e segnalazioni dal mondo cognitivista, in collaborazione con Piccoli Cognitivisti Crescono ( http://piccolicognitivisti.multiply.com/ )
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L'intervista a John Bowlby fu concessa a Leonardo Tondo nel 1990,
poco prima della scomparsa di Bowlby. L'intervista contiene diversi
riferimenti ai rapporti tra ricerca e clinica, tra cognitivismo e
psicoanalisi, tra i successi ottenuti e le critiche ricevute, ma
soprattutto rappresenta uno spaccato sulla vita professionale di uno dei
più grandi teorici del nostro tempo.
E' apparsa in inglese su Clinical Neuropsychiatry (2011) 8, 2, 159-171 e Attachment: New Directions in Psychotherapy and Relational Psychoanalysis (2012); 6: 1–26.
La traduzione italiana è a cura di
Rosario Esposito, Psicologo, Psicoterapeuta, Didatta SITCC, Didatta SPC di Napoli e Sara Cavaliere, Psicologa, Specializzanda SPC di Napoli, Socio SITCC,
autorizzata alla pubblicazione sul sito della SITCC Campania per gentile concessione di Giovanni Fioriti Editore e dell'autore Leonardo Tondo.
Il Crams, Centro ricerca arte
musica spettacolo di Lecco, in collaborazione con l'Istituto
scientifico Medea - La Nostra Famiglia ha avviato un progetto di
cooperazione sociale transfrontaliera per l'integrazione delle persone
disabili chiamato "Il raggio del suono". Partito nel 2008, il progetto
ha visto la partecipazione di alcune tra le principali realtà impegnate
nel campo della disabilità nelle province di Lecco, Como e nel Canton
Ticino (Crams, Irccs Medea, Fondazione Provvida Madre ed Rsu Sim-patia).
Si tratta di un network di sperimentazione e ricerca che ho come scopo
di validare l'efficacia terapeutica dello strumento Soundbeam, "il
raggio del suono".
Utilizzato soprattutto nel Regno Unito, consiste in una
strumentazione che impiega sensori ad ultrasuoni in grado di trasformare
i movimenti, anche i minimali, in segnali "midi", che vengono poi
convertiti in suoni, immagini, stimoli-esperienze tattili: è
sufficiente un semplice movimento del corpo, dentro il fascio di
ultrasuoni, per riprodurre il suono di un violoncello, il miagolio di un
gattino, il rumore della pioggia sul tetto. Il gruppo di ricerca è
riuscito ad adattare l'apparecchiatura alle specifiche esigenze delle
persone coinvolte nel progetto, in buona parte bambini e giovani con
disabilità: la sperimentazione ha infatti coinvolto circa 50 utenti di 5 centri della provincia di Lecco e circa 60 alunni
delle scuole primarie del Lecchese e ha dimostrato di essere un elemento
innovativo nell'approccio alla disabilità. Non solo: lo studio ha
rivelato che con il Soundbeam i ragazzi, oltre ad imparare ad ascoltare,
esprimersi e comporre i suoni, rivelano un'abilità a concentrarsi che
in altri contesti non risultava evidente, iniziano a scoprire,
esplorare, esprimere e comunicare i loro sentimenti, sono più
consapevoli e interagiscono con l'ambiente circostante, sviluppando
così i rapporti interpersonali. Il tutto con ricadute positive sulla
loro autostima e integrazione sociale.
Il progetto ha anche validato l'utilizzo dello strumento in una terapia
specifica per la riabilitazione dell'autismo. In questo ambito -
spiegano i promotori - Soundbeam, unendo la musica ai movimenti del
corpo, ha reso possibile creare un trattamento basato sull'imitazione
motoria, che ha determinato importanti miglioramenti nell'interazione
sociale e nel contatto di sguardo. "La ricerca tecnologica - afferma
Angelo Riva, presidente del Crams -, che ci ha consentito di realizzare
ausili complementari dotati di sensoristica interattiva wireless, ora
proseguirà con la sperimentazione dell'uso della tecnologia del
soundbeam e delle sensory room nelle terapie di riabilitazione
neuromotoria, in collaborazione con l'Istituto Medea. Stiamo anche
pensando a teatri sensoriali". "Se, nell'ambito degli ausili per la
mobilità e per la comunicazione, lo sviluppo tecnologico ha portato
grandi miglioramenti, nel campo dell'espressività la ricerca è ancora
praticamente inesistente o acerba" dicono i promotori in una nota. "La
mancanza di sperimentazione e di investimento in ambito creativo ha
determinato un significativo gap dell'Italia e della Svizzera nei
confronti di alcuni paesi del nord Europa, come Regno Unito e
Scandinavia. In Inghilterra, per esempio, nei centri con disabilità
gravi vengono realizzate attività espressive fino all'80% del tempo
impiegato nelle attività terapeutiche".
I risultati del progetto "Il raggio del suono" verranno illustrati
durante il convegno "Educare alla diversita'", che si terra' il 25
maggio presso La Nostra Famiglia di Bosisio Parini e il 26 maggio
nell'ambito di Reatech Fiera Milano, a Rho. Tra gli altri, interverrà
al convegno anche David Jackson, lo storico sassofonista dei Van Der
Graaf Generator, che collabora con il Crams per l'utilizzo del
Soundbeam.
L'uomo è biologicamente destinato alla distruttività?
Appartenenze etniche e credenze religiose sono davvero fonte di
conflitti? Quali dinamiche ostacolano o agevolano la possibilità di una
società multiculturale? "Science" dedica uno speciale al problema della
guerra, indicando come la scienza può aiutare a chiarire i principali
fattori che influenzano il rischio di guerre e di violenza di massa
all'interno delle società
di Gianbruno Guerrerio (LeScienze)
Con la fine della Guerra fredda, molti hanno sperato che si aprisse
un’era di pace, in cui tanta parte delle risorse indirizzate a mantenere
l’equilibrio del terrore potesse indirizzarsi finalmente al
miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità.
Non è
andata così. E’ solo cambiata la tipologia dei conflitti, con una
diminuzione di quelli fra Stati, un aumento dei conflitti interni
internazionalizzati, ossia di quelli che pur mantenendo l'epicentro
all’interno di uno Stato finiscono per coinvolgere altre nazioni, e una
prosecuzione inalterata degli altri conflitti interni, ma con potenziale
coinvolgimento di un numero sempre superiore di persone, anche in
relazione alla diffusione del terrorismo.
E’
possibile guardare da una prospettiva scientifica a questo fenomeno?
Può la scienza aiutare a chiarire i principali fattori che influenzano
il rischio di conflitti e di violenze di massa? La domanda potrà
apparire fuori luogo, o quanto meno fuori epoca, a chi ritiene che con
l’Olocausto e la bomba atomica la scienza abbia “perso l’innocenza” e
posto fine all’ultima delle “grandi narrazioni” che avevano permesso la
coesione sociale e ispirato le utopie che si sono succedute nella storia
dell’umanità, per aprire le porte a quella società post-moderna
descritta da tanti sociologi, da Jean-François Lyotard a Zygmund Bauman,
che, divenuta “liquida” e priva di un senso di comunità, cerca di
ritrovarlo attraverso la creazione di ghetti identitari più indifferenti
che tolleranti verso gli altri e sempre pronti a entrarvi in conflitto.
La scienza, però, è la sola a poter mettere insieme la massa di conoscenze, competenze e capacità di problem solving indispensaile per promuovere uno sviluppo equo e democratico, proteggere i diritti umani,porre vincoli sulle armi e diminuire il rischio di conflitti e violenze di massa. Ed è in questo spirito che “Science” dedica buona parte del suo ultimo numero
a una serie di articoli in cui, a partire dall’analisi delle profonde
radici evolutive che hanno nell'uomo sia lo scontro violento sia anche
la capacità di mediare i conflitti, traccia la traiettoria della
violenza e della guerra nel corso della storia, per arrivare a
indicare un percorso verso un futuro meno violento.
Nati per distruggere? Il
rapporto dell’uomo con la sua distruttività è una questione dibattuta
da secoli. Basti ricordare che mentre Jean-Jacques Rousseau sosteneva
che disuguaglianza, oppressione e paura fossero un portato di una
società complessa mal regolata, Thomas Hobbes sosteneva che la vita
senza l'ordine sociale e una rigida gerarchia era "solitaria, povera,
sgradevole, brutale e breve”. Ma mentre alcuni studi antropologici della
prima metà del secolo XX – come quello sugli Arapesh della Nuova
Guinea, che nel 1935 portarono Margaret Mead a scrivere che “uomini e
donne sono naturalmente materni, gentili, sensibili, e non aggressivi” -
sembravano dare ragione al filosofo francese, dopo gli orrori della
seconda guerra mondiale si diffuse l’idea dell’uomo come "scimmia
assassina", in contrapposizione agli altri primati considerati invece
pacifici. Un’idea che si faceva forte, anche forzandole, delle tesi
sostenute da Konrad Lorenz nel suo libro Il cosiddetto male,
che indicava l’aggressività come eticamente neutra, un istinto destinato
a regolare problemi di territorialità, difesa della prole, selezione
sessuale e ordine gerarchico.
Questa
prospettiva ha fatto ancora più presa dopo la scoperta che gli
scimpanzé sono molto meno pacifici di quanto ritenuto e che possono
organizzare scorribande letali ai danni sia di altre specie di scimmie
sia di altri gruppi di scimpanzé. La scoperta ha spinto a far risalire
il peccato originale della distruttività intraspecifica al “Pan
ancestrale”, l’antenato comune alla nostra specie e allo scimpanzé.
Al
riequilibramento di questa concezione sono dedicati gli articoli di
Frans de Waal, Christopher Boehm e D.P. Fry. de Waal, della Emory
University, analizza il comportamento delle due specie di primati a noi
più vicine e afferma che "mentre gli scimpanzé possono essere violenti
in modo letale, i bonobo sono relativamente tranquilli e molto empatici
sia nel loro comportamento sia a livello di organizzazione del cervello”
osservando come la ricerca sui primati suggerisca che l'empatia può
essere il fattore motivazionale per il comportamento "prosociale" negli
esseri umani.
Christopher Boehm, dell’University of Southern
California a Los Angeles, traccia la storia evolutiva del conflitto
confrontando il comportamento dell’uomo, degli scimpanzé e dei bonobo
per cercare di desumere quello del comune antenato ancestrale, il quale
con tutta probabilità non tendeva a ingaggiare conflitti a tutto campo
come l’uomo moderno. La guerra avrebbe quindi iniziato a far parte della
vita della nostra specie all’epoca dei cacciatori-raccoglitori, che
però erano comunque in grado di utilizzare strumenti meno concreti ma
altrettanto solidi di mazze e lance per risolvere i conflitti, quali
tregue e trattati di pace.
La
società dei bonobo è improntata alla cooperazione e alla ricerca della
mediazione
L'argomento
è ripreso da D.P. Fry, della Åbo Akademi University a Vasa, in
Finlandia, che illustra come le ricerche secondo cui gli Yanomami
guerrieri avevano un maggiore successo riproduttivo rispetto ai non
guerrieri, a una più attenta valutazione teorica, matematica ed
empirica, sembrano condurre a conclusioni opposte, sgombrando il campo
da un argomento più volte portato a favore dell’ancestralità della
bellicosità umana.
Sull’altro piatto della bilancia Fry mette
l’esempio di tre gruppi di società limitrofe pacifiche: le tribù del
bacino superiore del fiume Xingu in Brasile, la Confederazione degli
Irochesi dello Stato di New York, e l'Unione europea, dalla cui analisi
estrae sei caratteristiche importanti per la creazione e il mantenimento
della pace, tra cui un'identità sociale generale, l'interconnessione e
interdipendenza tra i sottogruppi, e l’esistenza di un simbolismo e di
cerimonie che rafforzano la pace.
Il problema centrale sembra
dunque quello di identificare le dinamiche che sottostanno alla
formazione di gruppi che rifiutano la possibilità di un terreno
d’incontro comune
Conflitti etnici e religiosiNell’analisi
sul ruolo che hanno le divisioni etniche in molti conflitti civili,
Joan Esteban e colleghi della Barcelona Graduate School of Economics e
della New York University, mostrano l’importanza di distinguere i
concetti di polarizzazione, che si riferisce al numero di gruppi etnici
diversi in una popolazione, e di frazionamento, che esprime il grado di
antagonismo tra gruppi etnici o di alienazione all'interno di un
gruppo. Sulla base dei dati relativi ai conflitti avvenuti in 38 paesi
fra il 1960 e il 2008, gli autori mostrano attraverso un modello
numerico che l’etnia non è rilevante di per sé allo scatenamento delle
violenze, ma che ha una funzione strumentale.
Attraverso
un’analisi dei canali di influenza sul conflitto, i ricercatori
dimostrano inoltre che il frazionamento ha un ruolo maggiore nelle
situazioni in cui il conflitto mira alla conquista di un vantaggio di
carattere principalmente “pubblico”, come il potere politico o
l’egemonia religiosa, mentre la polarizzazione è sfruttata in modo più
significativo quando il vantaggio cercato coinvolge interessi “privati”,
come l’accaparramento di ricorse, infrastrutture, sussidi.
Una
conclusione simile sembra emergere anche dall’analisi condotta da Scott
Atran e Ginges Jeremy, rispetttivamente del CNRS–Institut Jean Nicod di
Parigi e della New School for Social Research a New York, sul peso del
fattore “religione” nella genesi e nello sviluppo dei conflitti. Gli
autori notano che le questioni esplicitamente religiose hanno motivato
solo una piccola minoranza delle guerre e dei conflitti interni
registrati, ma che spesso a questioni secolari che potrebbero essere
risolte pacificamente o razionalmente viene sovrapposto un quadro
religioso che rende non negoziabili le posizioni in gioco.
Se infatti la religione può favorire la fiducia nel “noi” (ingroup), può anche aumentare la sfiducia negli “altri” (outgroup).
Attraverso la religione, in situazioni di tensione, preferenze
sociopolitiche altrimenti “banali” possono diventare valori sacri, che
operano come imperativi morali, diventando immuni all’influenza degli
incentivi materiali che potrebbero essere materia di trattativa in vista
di una composizione del conflitto.
Per questo, concludono i
ricercatori, “abbiamo bisogno di sapere di più sui meccanismi cognitivi e
sociali alla base della sacralizzazione dei valori che cementa la
devozione personale alle norme del gruppo. (…) Gli studi di neuroimaging
possono chiarire come i valori della religione e sacri differiscano da
credenze e valori secolari, per comprendere meglio come interagiscono e
quali aspetti siano suscettibili di manipolazione e indirizzamento verso
la violenza o la nonviolenza. Abbiamo bisogno di sviluppare gli studi
su come i bambini acquisiscono i valori della religione e del sacro, e
come le persone arrivino a cambiarli o abbandonarli.”
Il multiculturalismo e le dinamiche dei gruppi La distinzione fra “noi” (ingroup) e gli “altri” (outgroup)
è al centro anche degli articoli di Richard Crisp e Rose Meleady,
dell’University of Kent, e di Naomi Ellemers, della Leiden University,
che affrontano il problema del multiculturalismo e delle dinamiche di
gruppo correlate.
L’aumento di tensioni e conflitti interni in
paesi che nei decenni scorsi hanno visto un flusso di immigrazione
significativo ha portato molti a parlare di fallimento del
multiculturalismo. Nel loro articolo, Richard Crisp e Rose Meleady
illustrano una serie di recenti studi che mostrano come i nostri
comportamenti sociali siano legati a due differenti sistemi cognitivi:
da un lato, abbiamo un ancestrale propensione, cablata nei circuiti
cerebrali, a classificare le persone nelle categorie "noi" e "loro";
dall’altro il nostro cervello ha anche un sistema dedicato
all'aggiornamento delle aspettative sulla base di nuove informazioni.
L'esistenza
di due sistemi per stringere alleanze, osservano gli autori, potrebbe
spiegare i risultati divergenti in caso di contatto interculturale. Dove
i gruppi tendono a essere chiusi in se stessi, ad agire è in prevalenza
il primo sistema cognitivo, mentre dove la politica incoraggia le
persone a far proprie più appartenenze sociali trasversali – in
particolare quelle che sfidano le aspettative basate su categorizzazioni
ancestrali - si mobilita il secondo sistema cognitivo che riduce le
emozioni negative stimolando la creazione di nuove alleanze.
Una
scena dello spettacolo per il festeggiamento dell'elezione di Nelson
Mandela
Naomi Ellemers prospetta un’analisi
dei meccanismi che portano alla discriminazione sociale,
all'aggressività e al conflitto tra gruppi diversi all’interno di una
società lungo le linee della teoria dell’identità sociale,
originariamente sviluppata negli anni settanta da Henri Tajfel e John
Turner. La teoria mira a identificare gli specifici processi cognitivi
di base e le condizioni sociali che possono chiarire e permettere di
prevedere quando e perché le persone pensano, sentono e agiscono come
membri di un gruppo e quando si hanno maggiori probabilità che
rispondano come singoli individui.
L’autrice sottolinea che gli
studi che documentano i principi universali del comportamento umano
hanno avuto la tendenza a concentrarsi sull'individuo come centro di
autocoscienza, autocontrollo e preoccupazione per sé, ma che scrupoli
personali, preferenze e idiosincrasie possono apparire meno importanti,
quando le persone si sentono fortemente parte di un gruppo, in
particolare quello che la Ellemers chiama “gruppo self”.
Nella
sua analisi, Ellemers mostra che nello sviluppo di queste dinamiche il
gruppo, solitamente considerato fonte di sostegno, può invece
trasformarsi in qualcosa che mina la fiducia in se stessi, finendo per
aumentare le tensioni sociali. Il “gruppo self” può portare le persone
ad assumere un comportamento che opposizione agli ideali personali (per
esempio, non fare del male), se questo sembra l'unico modo per acquisire
importanti obiettivi collettivi, facendo apparire la violenza
giustificata per ottenere un cambiamento sociale. Allo stesso modo,
anche l’interesse personale, come l’attenzione alla propria sicurezza,
può annullarsi nel perseguimento di ideali condivisi.