22 giugno 2026

Tirare fuori la lingua per 40 secondi come consigliato dal neurologo, funziona davvero contro stress e cortisolo?

Sembra una di quelle cose troppo sciocche per essere prese sul serio: sedersi, tirare fuori la lingua, restare così per 40 secondi. Eppure il gesto è finito dentro uno dei filoni più battuti del benessere online, quello che mette insieme stress, nervo vago, cortisolo e piccoli esercizi corporei da fare in casa, possibilmente senza attrezzi, senza app e senza l’ennesimo abbonamento.
La promessa che circola sui social è molto forte: ripetere questo movimento due volte al giorno aiuterebbe a ridurre lo stress e perfino ad abbassare il cortisolo. Detta così suona un po’ troppo comoda. Liquidarla in blocco, però, sarebbe altrettanto sbrigativo. Perché il gesto in sé, preso per quello che può essere, un senso ce l’ha: costringe a portare attenzione alla bocca, alla mandibola, alla gola, al collo. In altre parole, riporta per qualche secondo la mente dentro il corpo. E quando siamo sotto stress, spesso conviene ripartire proprio da lì.

La lingua sembra un muscolo piccolo, quasi banale, finché ci si accorge di quanta tensione passa da quella zona. Mandibola serrata, denti stretti, gola contratta, spalle sollevate, collo rigido. Sono segnali molto comuni nelle giornate in cui il corpo resta acceso troppo a lungo, anche quando fuori sembriamo semplicemente seduti davanti a un computer.
Dal punto di vista anatomico, la lingua è collegata a muscoli profondi della bocca e della gola. La sua motricità dipende soprattutto dal nervo ipoglosso, mentre il nervo vago innerva solo una parte specifica, come il palatoglosso. Lo spiega anche una scheda di StatPearls pubblicata sul portale NCBI, utile per rimettere un po’ d’ordine dentro una narrazione social che spesso semplifica parecchio.
Il movimento di tirare fuori la lingua, però, può produrre un effetto pratico: rompe l’automatismo. Ti fa sentire quanto stai stringendo la bocca, quanto è rigida la mandibola, quanto poco stai respirando. In alcune persone questo basta per creare una piccola pausa, e le pause, quando lo stress sale, valgono più di quanto sembri.

Il nervo vago senza magia
Il nervo vago è diventato una specie di celebrità del wellness. Lo si cita per tutto: ansia, digestione, infiammazione, battito, respirazione, umore. La sua importanza è reale, perché fa parte del sistema parasimpatico, quello che aiuta il corpo a rallentare e recuperare dopo una fase di allerta. La Cleveland Clinic ricorda che il nervo vago trasporta segnali tra cervello, cuore e sistema digestivo ed è una componente chiave della risposta parasimpatica.
Alcune pratiche hanno un razionale più solido: respirazione lenta, attività fisica moderata, canto, humming, massaggio, tecniche di rilassamento. Anche qui serve misura, perché “resettare il nervo vago” è una formula più da social che da ambulatorio, però il principio generale regge: il corpo può essere aiutato a uscire dalla modalità allarme attraverso gesti ripetuti, respiro e attenzione. La stessa Cleveland Clinic cita diverse strategie quotidiane legate alla regolazione del nervo vago, dal respiro controllato al movimento.
Dentro questo quadro, la lingua fuori per 40 secondi può essere letta come un micro-esercizio di consapevolezza corporea. Una specie di interruttore semplice: faccio qualcosa di insolito, sento il corpo, interrompo il flusso dei pensieri, riparto dal respiro.

Il cortisolo vuole prudenza
La parte più delicata riguarda il cortisolo. Questo ormone viene prodotto dalle ghiandole surrenali e partecipa alla risposta allo stress, alla regolazione del metabolismo, della pressione e dell’infiammazione. I test del cortisolo vengono usati soprattutto per valutare condizioni legate a un eccesso o a un difetto dell’ormone, come la sindrome di Cushing o l’insufficienza surrenalica. MedlinePlus spiega che può essere misurato nel sangue, nelle urine o nella saliva, e che un risultato alterato richiede ulteriori valutazioni.
Per questo la frase “abbassa il cortisolo in due settimane” va presa con cautela. Lo stress psicologico e il cortisolo si parlano, certo, però un valore ormonale dipende da molti fattori: orario del prelievo, sonno, farmaci, attività fisica, malattie, ciclo circadiano, condizioni individuali. Ridurre tutto a un movimento della lingua rischia di trasformare una pratica curiosa in una promessa troppo grande.
Anche l’ansia segue un percorso più complesso. I disturbi d’ansia vengono valutati attraverso sintomi, durata, impatto sulla vita quotidiana e colloquio clinico. La Cleveland Clinic descrive queste condizioni come forme di paura o preoccupazione persistenti e sproporzionate che interferiscono con la vita quotidiana. Un esercizio rapido può aiutare a gestire un momento di tensione. Una condizione d’ansia merita strumenti più stabili e, quando serve, supporto professionale.

La parte utile da provare
Allora, ha senso provarci? Sì, se viene preso per quello che può essere: una piccola pausa fisica. Ci si siede, si lascia cadere un po’ la tensione delle spalle, si tira fuori la lingua senza forzare, si resta per qualche secondo in ascolto. Poi si chiude la bocca, si nota la mandibola, si respira lentamente. Bastano pochi istanti per capire se il gesto rilassa, infastidisce o semplicemente fa ridere. E anche ridere, in certi giorni, vale.
La cosa interessante è abbinarlo a pratiche più solide. Il National Center for Complementary and Integrative Health segnala evidenze preliminari secondo cui la respirazione diaframmatica può aiutare a ridurre lo stress, con possibili miglioramenti anche in alcune misure fisiche come cortisolo e pressione. In pratica: il gesto della lingua può aprire la porta, il respiro fa il lavoro più profondo.
Una sequenza molto semplice potrebbe essere questa: lingua fuori per 20-40 secondi, mandibola rilassata, poi tre respiri lenti, con espirazione più lunga dell’inspirazione. Niente promesse enormi: solo una piccola routine per dire al corpo che può mollare un po’ la presa.
Gli esperti sentiti da Verywell Health spiegano che al momento mancano prove dirette sull’efficacia specifica del metodo della lingua fuori, pur riconoscendo che il gesto può offrire a qualcuno un sollievo breve perché interrompe il flusso dei pensieri stressanti e sposta l’attenzione su una sensazione fisica. Ed è probabilmente qui che questa pratica trova il suo posto migliore: tra gli strumenti minimi, quotidiani, soggettivi. Quelli che non curano tutto, però aiutano a rientrare in sé.

Lo stress ama i gesti automatici: stringere i denti, trattenere il fiato, alzare le spalle, correre anche da fermi. Tirare fuori la lingua per qualche secondo fa il contrario. Interrompe. Riporta alla bocca, al collo, al respiro. Magari non cambia la vita. Però per un attimo cambia il ritmo. La lingua fuori resta una pausa da provare. Il resto lo fanno respiro, tempo e, quando serve, qualcuno che sappia ascoltare davvero.

Ilaria Rosella Pagliaro,
GreenMe

1 giugno 2026

WhatsApp silenti



Non rispondere in un gruppo WhatsApp non è maleducazione. Secondo gli psicologi, è spesso una forma di rispetto — verso se stessi e, paradossalmente, verso gli altri. Un confine che protegge la relazione invece di danneggiarla.

La psicologa Rebeca Cáceres, direttrice di Tribeca Psicólogos e docente presso l’Università Internazionale di Valencia, è esplicita sul punto: non esiste un modo “corretto” di comportarsi nei gruppi WhatsApp. Il silenzio non è un segnale da decodificare. Chi sceglie di non rispondere perché non si sente a proprio agio negli spazi digitali sta semplicemente ponendo un limite sano — un limite che, secondo Cáceres, non solo protegge chi lo stabilisce, ma può preservare il legame e portare chiarezza agli altri.
Il punto più contro-intuitivo dell’analisi è proprio questo: il silenzio, in certi casi, è più rispettoso della risposta forzata. “È una forma di rispetto verso se stessi, perché implica agire in coerenza con i propri valori, i propri gusti e il proprio modo di essere nel mondo”, spiega la psicologa. Rispondere per convenzione sociale, senza nulla da aggiungere, è l’alternativa meno onesta.

Il problema non è chi tace, ma chi interpreta. Cáceres avverte che la prima cosa da capire è che il silenzio di qualcuno in un gruppo non è un attacco personale né un gesto di disprezzo. “Non rispondere in un gruppo non significa ‘non mi ama’, ‘mi rifiuta’ o ‘mi sta ignorando’. Questo è ciò che senti tu, non ciò che l’altro sta esprimendo.” L’equivoco nasce dal sovrapporre la grammatica dei rapporti faccia a faccia alla comunicazione digitale di gruppo, dove le dinamiche sono radicalmente diverse.

Se il silenzio di qualcuno mette a disagio, la strada indicata dagli esperti è una conversazione privata e diretta — non insistere pubblicamente nel gruppo. “La comunicazione intima non si costruisce aspettando risposte in pubblico, ma creando spazi dove si può parlare in modo chiaro, onesto e da pari a pari.”

Un caso a parte è quello dei gruppi lavorativi, dove il silenzio ha implicazioni diverse. Molti gruppi di lavoro sono diventati spazi ambigui, in cui il professionale si mescola con il personale: meme, messaggi affettivi, congratulazioni che, pur ben intenzionati, possono mettere a disagio alcune persone e spingerle a chiudersi. In questi contesti, la psicologa indica una soluzione strutturale: è necessario definire in anticipo a cosa serve quel gruppo, cosa ci si aspetta dai membri, in quali orari è attivo. “La convivenza digitale richiede accordi e limiti.”

La ricerca in psicologia della comunicazione ha identificato tra le cause del non rispondere anche l’effetto Zeigarnik: quando un messaggio richiede una risposta emotivamente impegnativa, il cervello mette in atto meccanismi di evitamento temporaneo. Non pigrizia, dunque, ma un meccanismo cognitivo che riguarda la gestione del carico emotivo — lo stesso che porta a rimandare i compiti difficili.

Il dato laterale che ridimensiona il problema è semplice: gli esseri umani non sono stati progettati per essere in contatto con così tante persone contemporaneamente. I gruppi WhatsApp, con la loro architettura di notifiche continue e aspettative di risposta immediata, replicano una pressione sociale per cui non esiste precedente nella storia della comunicazione umana. Chi si sottrae non è necessariamente asociale. Potrebbe semplicemente averlo capito prima degli altri.

Valentina Giungati
Webnews.it

19 dicembre 2025

Cervello senza sonno

Non è solo un piacere: il sonno è una condizione vitale. Senza riposo, la mente perde lucidità, l'attenzione cala, i riflessi rallentano. I sintomi della privazione di sonno si manifestano molto rapidamente, ma i meccanismi che li determinano restano per lo più sconosciuti. 

Un nuovo studio del Mit di Boston, pubblicato su Nature Neuroscience, tuttavia, potrebbe aiutare a comprendere cosa accade nel cervello quando si resta svegli troppo a lungo. E, sotto la lente del microscopio, è finito il sistema di "pulizia" che normalmente agisce durante il sonno, quando il liquido cerebrospinale scorre nel cervello per rimuovere le scorie accumulate durante la veglia.
Durante il sonno, il cervello non si limita a riposare ma avvia anche un sofisticato meccanismo di pulizia. Il liquido cerebrospinale, che circola intorno al sistema nervoso centrale, smaltisce i metaboliti di scarto accumulati nel corso della giornata. Secondo ricerche precedenti, tra cui uno studio del 2019 condotto dallo stesso gruppo del Mit guidato da Laura Lewis, questo flusso segue un ritmo preciso che alterna ingressi e uscite dal cervello in sincronia con le onde cerebrali. Si tratta di un'attività probabilmente utile per mantenere la mente vigile e le funzioni cognitive integre.

Per verificare cosa accade a un cervello privato del sonno, i ricercatori hanno sottoposto 26 volontari a due sessioni sperimentali: una dopo una notte insonne e una dopo un normale riposo. Durante i test, i partecipanti indossavano un casco per elettroencefalogramma combinato con risonanza magnetica funzionale, che ha consentito di misurare l'attività cerebrale e il movimento del liquido cerebrospinale. Sono stati inoltre registrati battito cardiaco, respirazione e diametro delle pupille. I soggetti hanno poi dovuto eseguire due prove di attenzione, una visiva e una uditiva, concepite per rilevare anche minimi cali di concentrazione.
I volontari privati del sonno hanno mostrato tempi di reazione più lenti e difficoltà a individuare i cambiamenti negli stimoli. E ogni volta che si verificava una perdita di attenzione, i ricercatori hanno osservato un'ondata di liquido cerebrospinale che fuoriusciva dal cervello e successivamente rientrava. 

"I risultati suggeriscono dunque che nel momento in cui l'attenzione viene meno, questo fluido viene in realtà espulso verso l'esterno, lontano dal cervello. E quando l'attenzione riprende, viene riassorbito", spiega Lewis.Gli studiosi ipotizzano che, in condizioni di veglia prolungata, il cervello tenti di compensare la privazione di sonno riattivando parzialmente il meccanismo di pulizia. "Un modo per pensare a questi eventi è che, poiché il cervello ha così tanto bisogno di dormire, fa del suo meglio per entrare in uno stato simile al sonno per ripristinare alcune funzioni cognitive", afferma l'autore principale Zinong Yang. Questi episodi sono però accompagnati da cambiamenti fisiologici che impattano sulla frequenza cardiaca e respiratoria e sulla costrizione pupillare, che precede di circa dodici secondi l'espulsione del fluido. "La cosa interessante è che sembra che questo non sia solo un fenomeno cerebrale, ma un evento che coinvolge l'intero organismo", osserva Lewis.


(G. Martiradonna, Gazzetta.it)