1 giugno 2026

WhatsApp silenti



Non rispondere in un gruppo WhatsApp non è maleducazione. Secondo gli psicologi, è spesso una forma di rispetto — verso se stessi e, paradossalmente, verso gli altri. Un confine che protegge la relazione invece di danneggiarla.

La psicologa Rebeca Cáceres, direttrice di Tribeca Psicólogos e docente presso l’Università Internazionale di Valencia, è esplicita sul punto: non esiste un modo “corretto” di comportarsi nei gruppi WhatsApp. Il silenzio non è un segnale da decodificare. Chi sceglie di non rispondere perché non si sente a proprio agio negli spazi digitali sta semplicemente ponendo un limite sano — un limite che, secondo Cáceres, non solo protegge chi lo stabilisce, ma può preservare il legame e portare chiarezza agli altri.
Il punto più contro-intuitivo dell’analisi è proprio questo: il silenzio, in certi casi, è più rispettoso della risposta forzata. “È una forma di rispetto verso se stessi, perché implica agire in coerenza con i propri valori, i propri gusti e il proprio modo di essere nel mondo”, spiega la psicologa. Rispondere per convenzione sociale, senza nulla da aggiungere, è l’alternativa meno onesta.

Il problema non è chi tace, ma chi interpreta. Cáceres avverte che la prima cosa da capire è che il silenzio di qualcuno in un gruppo non è un attacco personale né un gesto di disprezzo. “Non rispondere in un gruppo non significa ‘non mi ama’, ‘mi rifiuta’ o ‘mi sta ignorando’. Questo è ciò che senti tu, non ciò che l’altro sta esprimendo.” L’equivoco nasce dal sovrapporre la grammatica dei rapporti faccia a faccia alla comunicazione digitale di gruppo, dove le dinamiche sono radicalmente diverse.

Se il silenzio di qualcuno mette a disagio, la strada indicata dagli esperti è una conversazione privata e diretta — non insistere pubblicamente nel gruppo. “La comunicazione intima non si costruisce aspettando risposte in pubblico, ma creando spazi dove si può parlare in modo chiaro, onesto e da pari a pari.”

Un caso a parte è quello dei gruppi lavorativi, dove il silenzio ha implicazioni diverse. Molti gruppi di lavoro sono diventati spazi ambigui, in cui il professionale si mescola con il personale: meme, messaggi affettivi, congratulazioni che, pur ben intenzionati, possono mettere a disagio alcune persone e spingerle a chiudersi. In questi contesti, la psicologa indica una soluzione strutturale: è necessario definire in anticipo a cosa serve quel gruppo, cosa ci si aspetta dai membri, in quali orari è attivo. “La convivenza digitale richiede accordi e limiti.”

La ricerca in psicologia della comunicazione ha identificato tra le cause del non rispondere anche l’effetto Zeigarnik: quando un messaggio richiede una risposta emotivamente impegnativa, il cervello mette in atto meccanismi di evitamento temporaneo. Non pigrizia, dunque, ma un meccanismo cognitivo che riguarda la gestione del carico emotivo — lo stesso che porta a rimandare i compiti difficili.

Il dato laterale che ridimensiona il problema è semplice: gli esseri umani non sono stati progettati per essere in contatto con così tante persone contemporaneamente. I gruppi WhatsApp, con la loro architettura di notifiche continue e aspettative di risposta immediata, replicano una pressione sociale per cui non esiste precedente nella storia della comunicazione umana. Chi si sottrae non è necessariamente asociale. Potrebbe semplicemente averlo capito prima degli altri.

Valentina Giungati
Webnews.it

19 dicembre 2025

Cervello senza sonno

Non è solo un piacere: il sonno è una condizione vitale. Senza riposo, la mente perde lucidità, l'attenzione cala, i riflessi rallentano. I sintomi della privazione di sonno si manifestano molto rapidamente, ma i meccanismi che li determinano restano per lo più sconosciuti. 

Un nuovo studio del Mit di Boston, pubblicato su Nature Neuroscience, tuttavia, potrebbe aiutare a comprendere cosa accade nel cervello quando si resta svegli troppo a lungo. E, sotto la lente del microscopio, è finito il sistema di "pulizia" che normalmente agisce durante il sonno, quando il liquido cerebrospinale scorre nel cervello per rimuovere le scorie accumulate durante la veglia.
Durante il sonno, il cervello non si limita a riposare ma avvia anche un sofisticato meccanismo di pulizia. Il liquido cerebrospinale, che circola intorno al sistema nervoso centrale, smaltisce i metaboliti di scarto accumulati nel corso della giornata. Secondo ricerche precedenti, tra cui uno studio del 2019 condotto dallo stesso gruppo del Mit guidato da Laura Lewis, questo flusso segue un ritmo preciso che alterna ingressi e uscite dal cervello in sincronia con le onde cerebrali. Si tratta di un'attività probabilmente utile per mantenere la mente vigile e le funzioni cognitive integre.

Per verificare cosa accade a un cervello privato del sonno, i ricercatori hanno sottoposto 26 volontari a due sessioni sperimentali: una dopo una notte insonne e una dopo un normale riposo. Durante i test, i partecipanti indossavano un casco per elettroencefalogramma combinato con risonanza magnetica funzionale, che ha consentito di misurare l'attività cerebrale e il movimento del liquido cerebrospinale. Sono stati inoltre registrati battito cardiaco, respirazione e diametro delle pupille. I soggetti hanno poi dovuto eseguire due prove di attenzione, una visiva e una uditiva, concepite per rilevare anche minimi cali di concentrazione.
I volontari privati del sonno hanno mostrato tempi di reazione più lenti e difficoltà a individuare i cambiamenti negli stimoli. E ogni volta che si verificava una perdita di attenzione, i ricercatori hanno osservato un'ondata di liquido cerebrospinale che fuoriusciva dal cervello e successivamente rientrava. 

"I risultati suggeriscono dunque che nel momento in cui l'attenzione viene meno, questo fluido viene in realtà espulso verso l'esterno, lontano dal cervello. E quando l'attenzione riprende, viene riassorbito", spiega Lewis.Gli studiosi ipotizzano che, in condizioni di veglia prolungata, il cervello tenti di compensare la privazione di sonno riattivando parzialmente il meccanismo di pulizia. "Un modo per pensare a questi eventi è che, poiché il cervello ha così tanto bisogno di dormire, fa del suo meglio per entrare in uno stato simile al sonno per ripristinare alcune funzioni cognitive", afferma l'autore principale Zinong Yang. Questi episodi sono però accompagnati da cambiamenti fisiologici che impattano sulla frequenza cardiaca e respiratoria e sulla costrizione pupillare, che precede di circa dodici secondi l'espulsione del fluido. "La cosa interessante è che sembra che questo non sia solo un fenomeno cerebrale, ma un evento che coinvolge l'intero organismo", osserva Lewis.


(G. Martiradonna, Gazzetta.it)

14 luglio 2024

Ruminazione psicologica, i continui pensieri negativi vengono innescati da situazioni precise

 Lo studio

Una ricerca pubblicata sul Journal of Developmental Cognitive Neuroscience dimostra ora che la tendenza alla ruminazione è sostenuta da un particolare schema di attivazione di alcune aree cerebrali. La ricerca è stata realizzata su un gruppo di ragazze adolescenti che sono state esposte a un’esperienza virtuale di respingimento sociale mentre erano studiate attraverso la Risonanza Magnetica funzionale del cervello. Una tecnica che consente di «vedere in diretta» l’attivazione delle singole aree cerebrali. 

«Alti livelli di ruminazione psicologica sono risultati associati a un maggior livello di attività in aree come il precuneo, un centro di smistamento cerebrale implicato nel processamento di informazioni rilevanti l’identità personale», dicono gli autori dello studio. Il precuneo, assieme ad altre aree come la corteccia prefrontale mediale e la corteccia cingolata posteriore, sono regioni che si attivano quando si pensa a se stessi, alle proprie esperienze e alla rielaborazione dei ricordi. «Tutti facciamo esperienza di respingimenti da parte degli altri, ma l’esperienza non è uguale per ognuno di noi», dice Amanda Guyer del Center for Mind and Brain dell’University of California di Davis, che ha coordinato la ricerca. [CorSera]