GreenMe
22 giugno 2026
Tirare fuori la lingua per 40 secondi come consigliato dal neurologo, funziona davvero contro stress e cortisolo?
GreenMe
1 giugno 2026
WhatsApp silenti
Se il silenzio di qualcuno mette a disagio, la strada indicata dagli esperti è una conversazione privata e diretta — non insistere pubblicamente nel gruppo. “La comunicazione intima non si costruisce aspettando risposte in pubblico, ma creando spazi dove si può parlare in modo chiaro, onesto e da pari a pari.”
Un caso a parte è quello dei gruppi lavorativi, dove il silenzio ha implicazioni diverse. Molti gruppi di lavoro sono diventati spazi ambigui, in cui il professionale si mescola con il personale: meme, messaggi affettivi, congratulazioni che, pur ben intenzionati, possono mettere a disagio alcune persone e spingerle a chiudersi. In questi contesti, la psicologa indica una soluzione strutturale: è necessario definire in anticipo a cosa serve quel gruppo, cosa ci si aspetta dai membri, in quali orari è attivo. “La convivenza digitale richiede accordi e limiti.”
La ricerca in psicologia della comunicazione ha identificato tra le cause del non rispondere anche l’effetto Zeigarnik: quando un messaggio richiede una risposta emotivamente impegnativa, il cervello mette in atto meccanismi di evitamento temporaneo. Non pigrizia, dunque, ma un meccanismo cognitivo che riguarda la gestione del carico emotivo — lo stesso che porta a rimandare i compiti difficili.
Il dato laterale che ridimensiona il problema è semplice: gli esseri umani non sono stati progettati per essere in contatto con così tante persone contemporaneamente. I gruppi WhatsApp, con la loro architettura di notifiche continue e aspettative di risposta immediata, replicano una pressione sociale per cui non esiste precedente nella storia della comunicazione umana. Chi si sottrae non è necessariamente asociale. Potrebbe semplicemente averlo capito prima degli altri.
19 dicembre 2025
Cervello senza sonno
Un nuovo studio del Mit di Boston, pubblicato su Nature Neuroscience, tuttavia, potrebbe aiutare a comprendere cosa accade nel cervello quando si resta svegli troppo a lungo. E, sotto la lente del microscopio, è finito il sistema di "pulizia" che normalmente agisce durante il sonno, quando il liquido cerebrospinale scorre nel cervello per rimuovere le scorie accumulate durante la veglia.
Durante il sonno, il cervello non si limita a riposare ma avvia anche un sofisticato meccanismo di pulizia. Il liquido cerebrospinale, che circola intorno al sistema nervoso centrale, smaltisce i metaboliti di scarto accumulati nel corso della giornata. Secondo ricerche precedenti, tra cui uno studio del 2019 condotto dallo stesso gruppo del Mit guidato da Laura Lewis, questo flusso segue un ritmo preciso che alterna ingressi e uscite dal cervello in sincronia con le onde cerebrali. Si tratta di un'attività probabilmente utile per mantenere la mente vigile e le funzioni cognitive integre.
Per verificare cosa accade a un cervello privato del sonno, i ricercatori hanno sottoposto 26 volontari a due sessioni sperimentali: una dopo una notte insonne e una dopo un normale riposo. Durante i test, i partecipanti indossavano un casco per elettroencefalogramma combinato con risonanza magnetica funzionale, che ha consentito di misurare l'attività cerebrale e il movimento del liquido cerebrospinale. Sono stati inoltre registrati battito cardiaco, respirazione e diametro delle pupille. I soggetti hanno poi dovuto eseguire due prove di attenzione, una visiva e una uditiva, concepite per rilevare anche minimi cali di concentrazione.
I volontari privati del sonno hanno mostrato tempi di reazione più lenti e difficoltà a individuare i cambiamenti negli stimoli. E ogni volta che si verificava una perdita di attenzione, i ricercatori hanno osservato un'ondata di liquido cerebrospinale che fuoriusciva dal cervello e successivamente rientrava.
"I risultati suggeriscono dunque che nel momento in cui l'attenzione viene meno, questo fluido viene in realtà espulso verso l'esterno, lontano dal cervello. E quando l'attenzione riprende, viene riassorbito", spiega Lewis.Gli studiosi ipotizzano che, in condizioni di veglia prolungata, il cervello tenti di compensare la privazione di sonno riattivando parzialmente il meccanismo di pulizia. "Un modo per pensare a questi eventi è che, poiché il cervello ha così tanto bisogno di dormire, fa del suo meglio per entrare in uno stato simile al sonno per ripristinare alcune funzioni cognitive", afferma l'autore principale Zinong Yang. Questi episodi sono però accompagnati da cambiamenti fisiologici che impattano sulla frequenza cardiaca e respiratoria e sulla costrizione pupillare, che precede di circa dodici secondi l'espulsione del fluido. "La cosa interessante è che sembra che questo non sia solo un fenomeno cerebrale, ma un evento che coinvolge l'intero organismo", osserva Lewis.