22 giugno 2026

Tirare fuori la lingua per 40 secondi come consigliato dal neurologo, funziona davvero contro stress e cortisolo?

Sembra una di quelle cose troppo sciocche per essere prese sul serio: sedersi, tirare fuori la lingua, restare così per 40 secondi. Eppure il gesto è finito dentro uno dei filoni più battuti del benessere online, quello che mette insieme stress, nervo vago, cortisolo e piccoli esercizi corporei da fare in casa, possibilmente senza attrezzi, senza app e senza l’ennesimo abbonamento.
La promessa che circola sui social è molto forte: ripetere questo movimento due volte al giorno aiuterebbe a ridurre lo stress e perfino ad abbassare il cortisolo. Detta così suona un po’ troppo comoda. Liquidarla in blocco, però, sarebbe altrettanto sbrigativo. Perché il gesto in sé, preso per quello che può essere, un senso ce l’ha: costringe a portare attenzione alla bocca, alla mandibola, alla gola, al collo. In altre parole, riporta per qualche secondo la mente dentro il corpo. E quando siamo sotto stress, spesso conviene ripartire proprio da lì.

La lingua sembra un muscolo piccolo, quasi banale, finché ci si accorge di quanta tensione passa da quella zona. Mandibola serrata, denti stretti, gola contratta, spalle sollevate, collo rigido. Sono segnali molto comuni nelle giornate in cui il corpo resta acceso troppo a lungo, anche quando fuori sembriamo semplicemente seduti davanti a un computer.
Dal punto di vista anatomico, la lingua è collegata a muscoli profondi della bocca e della gola. La sua motricità dipende soprattutto dal nervo ipoglosso, mentre il nervo vago innerva solo una parte specifica, come il palatoglosso. Lo spiega anche una scheda di StatPearls pubblicata sul portale NCBI, utile per rimettere un po’ d’ordine dentro una narrazione social che spesso semplifica parecchio.
Il movimento di tirare fuori la lingua, però, può produrre un effetto pratico: rompe l’automatismo. Ti fa sentire quanto stai stringendo la bocca, quanto è rigida la mandibola, quanto poco stai respirando. In alcune persone questo basta per creare una piccola pausa, e le pause, quando lo stress sale, valgono più di quanto sembri.

Il nervo vago senza magia
Il nervo vago è diventato una specie di celebrità del wellness. Lo si cita per tutto: ansia, digestione, infiammazione, battito, respirazione, umore. La sua importanza è reale, perché fa parte del sistema parasimpatico, quello che aiuta il corpo a rallentare e recuperare dopo una fase di allerta. La Cleveland Clinic ricorda che il nervo vago trasporta segnali tra cervello, cuore e sistema digestivo ed è una componente chiave della risposta parasimpatica.
Alcune pratiche hanno un razionale più solido: respirazione lenta, attività fisica moderata, canto, humming, massaggio, tecniche di rilassamento. Anche qui serve misura, perché “resettare il nervo vago” è una formula più da social che da ambulatorio, però il principio generale regge: il corpo può essere aiutato a uscire dalla modalità allarme attraverso gesti ripetuti, respiro e attenzione. La stessa Cleveland Clinic cita diverse strategie quotidiane legate alla regolazione del nervo vago, dal respiro controllato al movimento.
Dentro questo quadro, la lingua fuori per 40 secondi può essere letta come un micro-esercizio di consapevolezza corporea. Una specie di interruttore semplice: faccio qualcosa di insolito, sento il corpo, interrompo il flusso dei pensieri, riparto dal respiro.

Il cortisolo vuole prudenza
La parte più delicata riguarda il cortisolo. Questo ormone viene prodotto dalle ghiandole surrenali e partecipa alla risposta allo stress, alla regolazione del metabolismo, della pressione e dell’infiammazione. I test del cortisolo vengono usati soprattutto per valutare condizioni legate a un eccesso o a un difetto dell’ormone, come la sindrome di Cushing o l’insufficienza surrenalica. MedlinePlus spiega che può essere misurato nel sangue, nelle urine o nella saliva, e che un risultato alterato richiede ulteriori valutazioni.
Per questo la frase “abbassa il cortisolo in due settimane” va presa con cautela. Lo stress psicologico e il cortisolo si parlano, certo, però un valore ormonale dipende da molti fattori: orario del prelievo, sonno, farmaci, attività fisica, malattie, ciclo circadiano, condizioni individuali. Ridurre tutto a un movimento della lingua rischia di trasformare una pratica curiosa in una promessa troppo grande.
Anche l’ansia segue un percorso più complesso. I disturbi d’ansia vengono valutati attraverso sintomi, durata, impatto sulla vita quotidiana e colloquio clinico. La Cleveland Clinic descrive queste condizioni come forme di paura o preoccupazione persistenti e sproporzionate che interferiscono con la vita quotidiana. Un esercizio rapido può aiutare a gestire un momento di tensione. Una condizione d’ansia merita strumenti più stabili e, quando serve, supporto professionale.

La parte utile da provare
Allora, ha senso provarci? Sì, se viene preso per quello che può essere: una piccola pausa fisica. Ci si siede, si lascia cadere un po’ la tensione delle spalle, si tira fuori la lingua senza forzare, si resta per qualche secondo in ascolto. Poi si chiude la bocca, si nota la mandibola, si respira lentamente. Bastano pochi istanti per capire se il gesto rilassa, infastidisce o semplicemente fa ridere. E anche ridere, in certi giorni, vale.
La cosa interessante è abbinarlo a pratiche più solide. Il National Center for Complementary and Integrative Health segnala evidenze preliminari secondo cui la respirazione diaframmatica può aiutare a ridurre lo stress, con possibili miglioramenti anche in alcune misure fisiche come cortisolo e pressione. In pratica: il gesto della lingua può aprire la porta, il respiro fa il lavoro più profondo.
Una sequenza molto semplice potrebbe essere questa: lingua fuori per 20-40 secondi, mandibola rilassata, poi tre respiri lenti, con espirazione più lunga dell’inspirazione. Niente promesse enormi: solo una piccola routine per dire al corpo che può mollare un po’ la presa.
Gli esperti sentiti da Verywell Health spiegano che al momento mancano prove dirette sull’efficacia specifica del metodo della lingua fuori, pur riconoscendo che il gesto può offrire a qualcuno un sollievo breve perché interrompe il flusso dei pensieri stressanti e sposta l’attenzione su una sensazione fisica. Ed è probabilmente qui che questa pratica trova il suo posto migliore: tra gli strumenti minimi, quotidiani, soggettivi. Quelli che non curano tutto, però aiutano a rientrare in sé.

Lo stress ama i gesti automatici: stringere i denti, trattenere il fiato, alzare le spalle, correre anche da fermi. Tirare fuori la lingua per qualche secondo fa il contrario. Interrompe. Riporta alla bocca, al collo, al respiro. Magari non cambia la vita. Però per un attimo cambia il ritmo. La lingua fuori resta una pausa da provare. Il resto lo fanno respiro, tempo e, quando serve, qualcuno che sappia ascoltare davvero.

Ilaria Rosella Pagliaro,
GreenMe

1 giugno 2026

WhatsApp silenti



Non rispondere in un gruppo WhatsApp non è maleducazione. Secondo gli psicologi, è spesso una forma di rispetto — verso se stessi e, paradossalmente, verso gli altri. Un confine che protegge la relazione invece di danneggiarla.

La psicologa Rebeca Cáceres, direttrice di Tribeca Psicólogos e docente presso l’Università Internazionale di Valencia, è esplicita sul punto: non esiste un modo “corretto” di comportarsi nei gruppi WhatsApp. Il silenzio non è un segnale da decodificare. Chi sceglie di non rispondere perché non si sente a proprio agio negli spazi digitali sta semplicemente ponendo un limite sano — un limite che, secondo Cáceres, non solo protegge chi lo stabilisce, ma può preservare il legame e portare chiarezza agli altri.
Il punto più contro-intuitivo dell’analisi è proprio questo: il silenzio, in certi casi, è più rispettoso della risposta forzata. “È una forma di rispetto verso se stessi, perché implica agire in coerenza con i propri valori, i propri gusti e il proprio modo di essere nel mondo”, spiega la psicologa. Rispondere per convenzione sociale, senza nulla da aggiungere, è l’alternativa meno onesta.

Il problema non è chi tace, ma chi interpreta. Cáceres avverte che la prima cosa da capire è che il silenzio di qualcuno in un gruppo non è un attacco personale né un gesto di disprezzo. “Non rispondere in un gruppo non significa ‘non mi ama’, ‘mi rifiuta’ o ‘mi sta ignorando’. Questo è ciò che senti tu, non ciò che l’altro sta esprimendo.” L’equivoco nasce dal sovrapporre la grammatica dei rapporti faccia a faccia alla comunicazione digitale di gruppo, dove le dinamiche sono radicalmente diverse.

Se il silenzio di qualcuno mette a disagio, la strada indicata dagli esperti è una conversazione privata e diretta — non insistere pubblicamente nel gruppo. “La comunicazione intima non si costruisce aspettando risposte in pubblico, ma creando spazi dove si può parlare in modo chiaro, onesto e da pari a pari.”

Un caso a parte è quello dei gruppi lavorativi, dove il silenzio ha implicazioni diverse. Molti gruppi di lavoro sono diventati spazi ambigui, in cui il professionale si mescola con il personale: meme, messaggi affettivi, congratulazioni che, pur ben intenzionati, possono mettere a disagio alcune persone e spingerle a chiudersi. In questi contesti, la psicologa indica una soluzione strutturale: è necessario definire in anticipo a cosa serve quel gruppo, cosa ci si aspetta dai membri, in quali orari è attivo. “La convivenza digitale richiede accordi e limiti.”

La ricerca in psicologia della comunicazione ha identificato tra le cause del non rispondere anche l’effetto Zeigarnik: quando un messaggio richiede una risposta emotivamente impegnativa, il cervello mette in atto meccanismi di evitamento temporaneo. Non pigrizia, dunque, ma un meccanismo cognitivo che riguarda la gestione del carico emotivo — lo stesso che porta a rimandare i compiti difficili.

Il dato laterale che ridimensiona il problema è semplice: gli esseri umani non sono stati progettati per essere in contatto con così tante persone contemporaneamente. I gruppi WhatsApp, con la loro architettura di notifiche continue e aspettative di risposta immediata, replicano una pressione sociale per cui non esiste precedente nella storia della comunicazione umana. Chi si sottrae non è necessariamente asociale. Potrebbe semplicemente averlo capito prima degli altri.

Valentina Giungati
Webnews.it

19 dicembre 2025

Cervello senza sonno

Non è solo un piacere: il sonno è una condizione vitale. Senza riposo, la mente perde lucidità, l'attenzione cala, i riflessi rallentano. I sintomi della privazione di sonno si manifestano molto rapidamente, ma i meccanismi che li determinano restano per lo più sconosciuti. 

Un nuovo studio del Mit di Boston, pubblicato su Nature Neuroscience, tuttavia, potrebbe aiutare a comprendere cosa accade nel cervello quando si resta svegli troppo a lungo. E, sotto la lente del microscopio, è finito il sistema di "pulizia" che normalmente agisce durante il sonno, quando il liquido cerebrospinale scorre nel cervello per rimuovere le scorie accumulate durante la veglia.
Durante il sonno, il cervello non si limita a riposare ma avvia anche un sofisticato meccanismo di pulizia. Il liquido cerebrospinale, che circola intorno al sistema nervoso centrale, smaltisce i metaboliti di scarto accumulati nel corso della giornata. Secondo ricerche precedenti, tra cui uno studio del 2019 condotto dallo stesso gruppo del Mit guidato da Laura Lewis, questo flusso segue un ritmo preciso che alterna ingressi e uscite dal cervello in sincronia con le onde cerebrali. Si tratta di un'attività probabilmente utile per mantenere la mente vigile e le funzioni cognitive integre.

Per verificare cosa accade a un cervello privato del sonno, i ricercatori hanno sottoposto 26 volontari a due sessioni sperimentali: una dopo una notte insonne e una dopo un normale riposo. Durante i test, i partecipanti indossavano un casco per elettroencefalogramma combinato con risonanza magnetica funzionale, che ha consentito di misurare l'attività cerebrale e il movimento del liquido cerebrospinale. Sono stati inoltre registrati battito cardiaco, respirazione e diametro delle pupille. I soggetti hanno poi dovuto eseguire due prove di attenzione, una visiva e una uditiva, concepite per rilevare anche minimi cali di concentrazione.
I volontari privati del sonno hanno mostrato tempi di reazione più lenti e difficoltà a individuare i cambiamenti negli stimoli. E ogni volta che si verificava una perdita di attenzione, i ricercatori hanno osservato un'ondata di liquido cerebrospinale che fuoriusciva dal cervello e successivamente rientrava. 

"I risultati suggeriscono dunque che nel momento in cui l'attenzione viene meno, questo fluido viene in realtà espulso verso l'esterno, lontano dal cervello. E quando l'attenzione riprende, viene riassorbito", spiega Lewis.Gli studiosi ipotizzano che, in condizioni di veglia prolungata, il cervello tenti di compensare la privazione di sonno riattivando parzialmente il meccanismo di pulizia. "Un modo per pensare a questi eventi è che, poiché il cervello ha così tanto bisogno di dormire, fa del suo meglio per entrare in uno stato simile al sonno per ripristinare alcune funzioni cognitive", afferma l'autore principale Zinong Yang. Questi episodi sono però accompagnati da cambiamenti fisiologici che impattano sulla frequenza cardiaca e respiratoria e sulla costrizione pupillare, che precede di circa dodici secondi l'espulsione del fluido. "La cosa interessante è che sembra che questo non sia solo un fenomeno cerebrale, ma un evento che coinvolge l'intero organismo", osserva Lewis.


(G. Martiradonna, Gazzetta.it)

14 luglio 2024

Ruminazione psicologica, i continui pensieri negativi vengono innescati da situazioni precise

 Lo studio

Una ricerca pubblicata sul Journal of Developmental Cognitive Neuroscience dimostra ora che la tendenza alla ruminazione è sostenuta da un particolare schema di attivazione di alcune aree cerebrali. La ricerca è stata realizzata su un gruppo di ragazze adolescenti che sono state esposte a un’esperienza virtuale di respingimento sociale mentre erano studiate attraverso la Risonanza Magnetica funzionale del cervello. Una tecnica che consente di «vedere in diretta» l’attivazione delle singole aree cerebrali. 

«Alti livelli di ruminazione psicologica sono risultati associati a un maggior livello di attività in aree come il precuneo, un centro di smistamento cerebrale implicato nel processamento di informazioni rilevanti l’identità personale», dicono gli autori dello studio. Il precuneo, assieme ad altre aree come la corteccia prefrontale mediale e la corteccia cingolata posteriore, sono regioni che si attivano quando si pensa a se stessi, alle proprie esperienze e alla rielaborazione dei ricordi. «Tutti facciamo esperienza di respingimenti da parte degli altri, ma l’esperienza non è uguale per ognuno di noi», dice Amanda Guyer del Center for Mind and Brain dell’University of California di Davis, che ha coordinato la ricerca. [CorSera]

18 novembre 2021

Winter Blues

L’inverno porta con sé giornate sempre più corte e temperature rigide. I colori grigi, i caloriferi roventi e la pioggia battente rendono novembre il mese più faticoso dell’anno. La sensazione di malessere caratterizzata da umore cupo e pensieri negativi che caratterizzano questo periodo ha un nome, si chiama Winter Blues.

Novembre è un mese faticoso
A novembre le attività lavorative e scolastiche sono ormai entrate nel vivo e con l’estate che sembra più lontana che mai, siamo sempre più immersi nell’atmosfera invernale. A cavallo tra ottobre e novembre poi torna l’ora solare, ovvero si vive un’ora di luce in meno. Questo influisce sull’umore poiché il corpo assorbe una quantità inferiore di serotonina e vitamina D, di conseguenza si altera la produzione di melatonina e i ritmi circadiani sonno-veglia vengono intaccati.
Gli effetti collaterali più comuni si riscontrano quotidianamente con una sensazione di sonnolenza e spossatezza, calo dei livelli di energia correlata ad affaticamento. Non mancano poi sbalzi d’umore senza motivo, poca motivazione, apatia e difficoltà nelle interazioni sociali. Si può inoltre percepire difficoltà di concentrazione, che a sua volta può portare a una diminuzione delle prestazioni intellettive. Questi sintomi hanno un nome e una diagnosi ben precisa: disturbo affettivo stagionale, detto anche winter blues.
Per ovviare il malumore stagionale, l’attesa del Natale può allietare le difficoltà facendoci tirare un sospiro di sollievo. Novembre infatti è anche il mese in cui si iniziano a vedere le prime luci e decorazioni natalizie.
Il passaggio dall’ora legale all’ora solare e l’inizio delle giornate più buie e fredde può portare con sé conseguenze da non sottovalutare, sia per quanto riguarda l’umore che la voglia di fare. Questi effetti sono stati classificati come diagnosi vera e propria agli inizi degli anni ’90 con il nome di disturbo affettivo stagionale (o winter blues). Si chiarì come l’esposizione alla luce solare potesse influenzare il sistema circadiano umano, influendo sulla produzione di ormoni essenziali come la melatonina e la serotonina. Questo comporta quindi una serie di effetti che, per tale motivo, si verificano solamente nei mesi invernali. I rimedi per affrontare al meglio questo periodo alleviando le conseguenze che provoca la minore esposizione alla luce solare sono diversi: una dieta corretta e sostanziosa, attività fisica e la possibilità di sottoporsi alla “light therapy“.
Disturbo affettivo stagionale o Winter Blues,
FONTE: Style24.it

10 aprile 2021

Rimanere o andarsene dal rapporto di coppia

Quando si attraversa un momento difficile con il proprio partner a tutti è capitato di pensare che la soluzione sia quella di chiudere il rapporto. Questo tipo di pensiero è assolutamente normale e naturale, basti pensare a come si è evoluto il ragionamento della mente umana. La mente primitiva dei nostri antenati ha cercato continuamente modi per risolvere i problemi inerenti la sopravvivenza sviluppando nel corso delle generazioni un complesso sistema di problem solving. Quando un rapporto diventa doloroso, minaccioso una delle soluzioni ragionevoli che ci suggerisce la nostra mente è quella di andarsene dal rapporto.

Nella terapia ACT (acceptance and commitment therapy) esistono sostanzialmente 4 approcci che possono essere utilizzati per qualsiasi relazione problematica:

1- Andarsene; spesso può essere la soluzione necessaria in situazioni di abuso o di pericolo fisico causate dal partner, ma nella maggior parte delle crisi di coppia regna il dubbio e l’incertezza che può portare a rimuginii costanti che durano giornate intere. In questo caso bisogna riuscire a fare del nostro meglio all’interno del rapporto prima di scegliere di lasciare il proprio partner, almeno c’è la consolazione di sapere di aver fatto il possibile per far funzionare il rapporto ma che questo può in alcune circostanze non essere sufficiente.

2- Rimanere e cambiare quello che può essere cambiato; in qualsiasi crisi di coppia quello che si può maggiormente controllare sono le nostre azioni e non direttamente quelle del partner. Le azione in ottica ACT sono quelle guidate dai nostri valori e per valori si intende l’insieme dei nostri desideri più profondi che riguardano chi vogliamo essere, incluso il nostro ruolo all’interno del rapporto di coppia. Le azioni guidate dai valori sono profondamente diverse da quelle guidate dalle situazioni di conflitto, come le reazioni reattive o l’evitamento.

3- Rimanere e accettare quello che non può essere cambiato;  Supponiamo di aver già intrapreso ogni azione possibile per migliorare la relazione e che il nostro rapporto continua ad essere molto faticoso, in questo caso bisogna lavorare sulla difficile pratica dell’accettazione. In questo caso c’è bisogno di lasciare spazio ai sentimenti dolorosi, di lasciare andare i pensieri giudicanti, ostili e di gestire le preoccupazioni e il rimuginio connesso ad esse. Generalmente la scelta 2 e la scelta 3 vanno di pari passo, mentre agiamo per cercare di migliorare la situazione dobbiamo tentare di accettare quello che è fuori dal nostro controllo.

4- Rimanere, arrendersi, e fare cose che peggiorano la relazione; quando all’interno di una relazione continuiamo a preoccuparci, rimuginare, soppesare, lamentarci con gli altri, incolpare noi stessi e il partner. Oppure ci sono strategie per cercare di sentirsi meglio come assumere droghe, bevendo alcol, mangiando porcherie, navigare su internet, intraprendere relazioni extraconiugali, ecc.. Quando avviene tutto questo a discapito del cercare di affrontare il problema (tutte e 3 le opzioni precedenti) sicuramente si va verso una vita piena di sofferenza.


Quando c’è una crisi di coppia può capitare, che leggendo i punti descritti in precedenza, ci siano emozioni sconfortanti e pensieri del tipo: “non ho scelto io di fare questo o di ritrovarmi cosi, non ci posso fare nulla”. Il lavoro che si può fare in ottica ACT in realtà aiuta a sviluppare una flessibilità psicologica tale da poter notare come realmente si abbia una scelta rispetto al modo in cui ci poniamo all’interno della relazione e come si può scegliere in modo da migliorare la qualità di vita anziché peggiorarla.

Quando ci si pone il dubbio di rimanere o andarsene ci si può rendere conto che non c’è modo per non scegliere e quindi di non decidere. La scelta 4 comporta uno stato di libo dove sicuramente si soffre e si ha una qualità di vita pessima. La domanda più utile da porsi in questo caso casa è “quanto ci teniamo?” al nostro rapporto e alla nostra condizione di vita.

5 aprile 2021

Gli "psiconauti"


Esiste una nuova generazione di tossicodipendenti che possiede conoscenze farmacologiche e tecniche molto dettagliate sulle sostanze che assumono. Gli "psiconauti" ("navigatore dell'anima") sono entusiasti e deliberati sperimentatori di allucinogeni, comprese le droghe psichedeliche, sia sintetiche che naturali, per l'esplorazione di sé, il raggiungimento spirituale o l'induzione di uno stato alterato di coscienza.

Chiamati anche "cyber-psiconauti" o "e-psiconauti", molti si riferiscono a se stessi come seguaci dello sciamanesimo. Adottano un approccio quasi scientifico per documentare le loro esperienze e condividerle online. Le loro motivazioni quindi differiscono da quelle delle persone che assumono droghe per entrare in contatto sociale con gli altri in club, feste e festival musicali.

Non sappiamo molto sugli psiconauti perché non sono stati studiati molto. Ma nella nostra ultima ricerca, pubblicata su Frontiers in Psychiatry, abbiamo scoperto come il comportamento e il cervello degli psiconauti possano essere diversi da quelli di altre persone.
I pochi sondaggi e revisioni che sono stati effettuati finora indicano che gli psiconauti sono tipicamente uomini giovani adulti single, ben istruiti, con buone capacità informatiche. Spesso riferiscono di sentirsi più euforici, empatici, vigili e creativi quando assumono droghe allucinogene. Questo ha senso poiché sappiamo che i farmaci allucinogeni agiscono stimolando i recettori della serotonina nella corteccia prefrontale del cervello, che possono alterare l'umore, la percezione sensoriale e la cognizione. Alcuni hanno anche effetti stimolanti.

Mercato in evoluzione
È difficile stare al passo con gli ultimi farmaci allucinogeni. Le "nuove sostanze psicoattive" sono composti di nuova concezione o disponibili per produrre o imitare gli stessi effetti di altre droghe, come l'ecstasy, la cannabis e le anfetamine. Precedentemente chiamate "droghe legali", queste sostanze sono salite alla ribalta nel Regno Unito nel 2009. Sono rimaste legali fino a quando la legge sulle sostanze psicoattive del 2016 ha vietato la loro produzione e il commercio.
Tuttavia, l'esplosione di nuove sostanze, composti ambigui e nomi in rapida evoluzione con cui i prodotti continuano ad essere venduti, hanno perpetuato un gioco del gatto e del topo tra legislatori e utenti.

Con la chiusura degli "head shop" che vendono droghe e accessori in tutto il Regno Unito, Internet ha cambiato drasticamente il modo in cui è possibile acquistare farmaci illegali e soggetti a prescrizione sul mercato clandestino. I siti Web canaglia vendono online nuove sostanze psicoattive senza regolamentazione di produzione o farmaceutica. I dettagli dei composti e delle combinazioni non sono stati completamente divulgati e molti nuovi farmaci hanno l'etichetta paradossale: "non per consumo umano".

Ma gli psiconauti tengono traccia delle loro esperienze e spesso si impegnano in forum online per discutere di nuove tendenze psichedeliche. Le comunità di forum sulla droga online offrono quindi un ambiente unico per interagire con individui che la pensano allo stesso modo apertamente e in modo anonimo. L'obiettivo è condividere le informazioni sulla purezza, il dosaggio e la sicurezza della droga prima della sperimentazione.

Profilo dello psiconauta
Dato che si sa così poco sugli psiconauti, ci interessava saperne di più sulla loro personalità e cognizione. Per fare questo, abbiamo studiato 82 persone. Queste includevano psiconauti, consumatori di droghe da club che cercavano aiuto per il loro uso e non tossicodipendenti. In effetti, abbiamo trovato differenze sia nella personalità che nella cognizione tra questi tre gruppi.

I processi cognitivi possono essere suddivisi in "caldo" e "freddo", in relazione a due anelli parzialmente segregati nel cervello. Il loop freddo include la corteccia prefrontale laterale dorsale (coinvolta nella pianificazione) e il loop caldo include la corteccia orbitofrontale (coinvolta nel processo decisionale rischioso), lo striato ventrale e l'amigdala (gli ultimi due supportano l'emozione e il comportamento).
I nostri risultati hanno mostrato che gli psiconauti non avevano problemi di cognizione "fredda" - ciò che usiamo di solito al lavoro, come attenzione, pianificazione e risoluzione dei problemi. Ma erano diversi dai non consumatori quando si trattava di cognizione "calda", un tipo di intelligenza emotiva e sociale. Ad esempio, hanno corso più rischi di altri e avevano alti livelli di tratti di ricerca di sensazioni, suggerendo che potevano essere guidati dal bisogno di eccitazione e/o perseguire esperienze nuove o insolite.

Questo differiva dai consumatori di "droghe da club" che abbiamo identificato tra le persone che cercavano aiuto per la dipendenza in una clinica. Questo gruppo aveva problemi cognitivi "freddi" nell'apprendimento e nella memoria. Avevano anche difficoltà a controllare gli impulsi. Ciò è coerente con la ricerca sugli individui dipendenti dalla cocaina, che tendono ad avere problemi con la cognizione "calda" e "fredda". Ad esempio, i consumatori dipendenti dalla cocaina preferiscono soddisfazioni più piccole immediate piuttosto che aspettarne più grandi in ritardo. A loro piacciono le cose adesso e non vogliono aspettare, anche se questo significa perdere qualcosa di più grande in seguito.

Il fatto che gli psiconauti non abbiano problemi di cognizione "fredda" può aiutarli a essere consapevoli degli effetti dannosi di un dosaggio eccessivo di droga e impedire loro di entrare in un uso dannoso di droghe. La loro motivazione principale è di godere e sperimentare appieno gli effetti di nuove droghe allucinogene e di condividerle in dettaglio con persone che la pensano allo stesso modo, cercando di stare molto attenti alla quantità di droghe che assumono. In futuro, speriamo di condurre uno studio longitudinale e di seguire nel tempo psiconauti e consumatori di droghe da club. Questo ci consentirebbe di determinare se le droghe stesse causano cambiamenti nella cognizione e se i tratti di ricerca di sensazioni diventano più forti con più tempo trascorso a condividere esperienze con altri online.

Vale la pena notare che gli psiconauti nel nostro studio sono stati sottoposti a screening per malattie psichiatriche e sono stati attivamente impegnati nel lavoro o nell'istruzione a tempo pieno. Ciò indica un tipo specifico di consumatore di droghe ricreative che incorpora l'assunzione regolare di droghe nella propria vita. Gli psiconauti sono positivi riguardo al loro stile di vita. Ciò è in contrasto con gli utenti di cannabinoidi sintetici (ad esempio "spice") che sappiamo che sviluppano menomazioni nella funzionalità e nel benessere.

Le droghe allucinogene, come la psilocibina, vengono studiate come farmacoterapia per la depressione resistente al trattamento e altre condizioni di salute mentale difficili da trattare. Di recente, infatti, è stata aperta la prima clinica del Regno Unito a offrire psicoterapia assistita da ketamina per i disturbi della salute mentale.

Sono attualmente in corso sperimentazioni cliniche per farmaci psichedelici, con l'obiettivo di ottenere un'approvazione più ampia da parte dell'ente di regolamentazione. Sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio lo stato psichedelico, compreso il suo potenziale terapeutico. L'impegno continuo con gli psiconauti, sia online che offline, può aiutare a fornire le risposte.


Barbara Jacquelyn Sahakian
- Professor of Clinical Neuropsychology, University of Cambridge,
George Savulich
- Research Associate in Psychiatry, University of Cambridge,

The Conversation, 24/03/2021

2 febbraio 2021

Disturbo Borderline di Personalità


Chi frequenta una persona cosiddetta borderline, ha la sensazione di stare con due persone diverse, che si  alternano all’improvviso e in modo imprevedibile. In un certo senso è come se il partner borderline impazzisse improvvisamente e diventasse un’altra persona: arrabbiata, maligna, intollerante e sempre  pronta a rinfacciare le mancanze altrui, mentre prima era una persona disponibile ed empatica. 

La patologia borderline comporta una difficoltà di regolazione delle emozioni, in particolare di quelle  negative. È come se il soggetto con questo disturbo fosse senza pelle. Ogni esperienza viene vissuta in maniera amplificata e con una intensità emotiva al di là del normale livello di sopportazione. 

Per esempio, una piccola disattenzione da parte del partner viene percepita come un abbandono  devastante, in grado di generare forti sentimenti negativi. 

Nel disturbo borderline c’è anche una tendenza all’agito che causa molti problemi con il prossimo. La  tendenza all’agito, che altro non è se non un’azione impulsiva determinata dalla presenza di una emozione intollerabile, è uno strumento che il borderline utilizza per potersi calmare e per gestire uno stato emotivo  che altrimenti sarebbe insopportabile. 

Il paradosso del vissuto borderline è riconducibile alla seguente espressione: “Mi ami e quindi io ti odio”. Questo è uno dei vissuti più frustranti che si incontrano nelle relazioni con il borderline, il quale ricambia  l’amore che riceve, con odio e svalutazione. 

Questa esperienza è molto diffusa in alcune coppie: ricambiare l’affetto attraverso comportamenti maligni e svalutanti. In un rapporto con una persona che soffre della sindrome di personalità borderline queste dinamiche sono  comuni, eppure rinunciare a questo rapporto così sofferto può essere molto difficile. La fine di una relazione problematica può lasciare delle ferite che possono necessitare di un tempo molto  lungo per potersi rimarginare. 

Ci si può sentire devastati dalla fine della relazione, non riuscendo ad accettare come quella che un tempo  sembrava essere una grande storia di amore possa finire in modo tanto paradossale e inconcepibile. Il partner che fino al giorno prima si amava, diventa inspiegabilmente pieno di risentimento e comincia a  distaccarsi emotivamente e a distruggere tutto ciò che si era creato fino a quel momento. 

Il mondo interno del borderline è caratterizzato da sentimenti cronici di vuoto, di inutilità e di depressione. Ed è proprio questa dimensione a caratterizzare il fulcro della sua sofferenza. La maggior parte dei suoi  comportamenti sono filtrati da questo modo di sentire. A livello inconscio il borderline si ritiene indegno di amore o di possedere cose o relazioni nutrienti nella sua vita. Anche per questo motivo diventa autodistruttivo e ferisce chi lo ama. Dunque distrugge tutto quello  che di bello può capitargli. 

All’interno della relazione con un soggetto borderline si possono notare sbalzi di umore e improvvisi cambi di opinione. Ciò può essere visto in termini negativi da una persona esterna, come segno di ipocrisia o di falsità. Ad una lettura superficiale può sembrare effettivamente così, ma chi soffre di un disturbo  borderline vive una sofferenza profonda e inavvicinabile. 

A livello prettamente psicologico si può affermare che l’Io del borderline sia fragile e poco integrato. È inconsapevole delle sue incoerenze e delle contraddizioni del suo comportamento, che dipendono dal  vissuto di vuoto cronico e dall’incapacità di riflettere su se stessi. Se viene messo davanti alle sue  contraddizioni, il borderline reagisce banalizzando oppure adottando un comportamento aggressivo: di  svalutazione o di rabbia. Questo accade perché le critiche vengono percepite come attacchi devastanti e in  grado di destrutturare le fondamenta della sua identità e della sua autostima. 

La vita del borderline è caratterizzata da una profonda instabilità, che si traduce in un percorso  contraddistinto da continui alti e bassi e da frequenti cambiamenti in ambito lavorativo, amicale e affettivo. Le persone con questa problematica iniziano numerosi progetti con intenso entusiasmo, per poi  abbandonare alla prima difficoltà. 

Inoltre se siamo in presenza di un disturbo borderline di personalità, questo non si manifesta soltanto  all’interno della coppia.  Esso è pervasivo. Ciò vuol dire che si manifesta nella maggior parte delle situazioni, non solo con il partner, ma anche con i colleghi, i vicini di casa, i familiari o gli amici, anche se la parte peggiore emergerà nella  relazione intima. 

Per sintetizzare e concludere, il disturbo borderline è il disturbo della relazione: se mi avvicino  emotivamente ad una persona amata, mi spavento e mi allontano. Ma se la distanza è troppa devo  colmarla cercando di avvicinarmi nuovamente.  

Non c’è una giusta misura.  Il disturbo borderline è la sofferenza di non poter stare, dell’essere costretti a muoversi avanti e indietro,  verso una meta amata e odiata. È come camminare su una superficie che scotta e brucia profondamente il  proprio mondo interno. 


 Nicola Conti
Aprilamente info 

29 novembre 2020

Come i media dovrebbero coprire le notizie di suicidio

La modalità con cui viene riportata la notizia di un suicidio può indurre comportamenti di emulazione oppure di ricerca di aiuto, stigmatizzazione oppure compassione, condanna impudente e sbrigativa di cause esterne alla persona oppure analisi informata e rispettosa dei complessi fattori di salute mentale implicati nella maggior parte dei casi.

Il suicidio è un tema di salute pubblica.

Come specifica a Valigia Blu la Dott.ssa Tiziana Pisano, neuropsichiatra Infantile, Responsabile dell'Unità di Psichiatria dell’infanzia e adolescenza dell'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze, possiamo parlare di:

1) Mancato suicidio: caso in cui la persona mette in atto un gesto autolesivo con adeguata intenzionalità e mediante mezzi efficaci, ma sopravvive per circostanze impreviste.

2) Tentato suicidio: atto volontario e consapevole, premeditato oppure no, che ha come fine ultimo quello di provocarsi un’autolesione; inoltre si tratta di un gesto che è stato riconosciuto in tempo o dalla persona stessa o da terzi e che per questo ha determinato un intervento tempestivo in grado di salvargli la vita.

3) Ideazione suicidaria: le persone verbalizzano o manifestano l’idea di farsi del male senza però realizzare mai concretamente i loro piani e i loro progetti distruttivi.

4) Nell’ambito delle situazioni di emergenza, riveste una particolare importanza il suicidio dimostrativo, che ha le seguenti caratteristiche: i mezzi con cui si tenta di togliersi la vita non sono adatti a procurarla, ma solo a provocare un certo danno fisico; la persona chiede aiuto subito dopo aver messo in atto il gesto o ha la certezza di essere soccorso immediatamente; la persona ha come scopo quello di attirare attenzione, rivendicare qualcosa oppure “punire” qualcuno attraverso l’autodistruzione.

Una copertura mediatica responsabile contribuisce alla prevenzione del suicidio.

Nei casi di cronaca dell’ultimo periodo, che hanno riguardato il suicidio nei più giovani, non vi è stata da parte dei media un’adesione alle raccomandazioni internazionali su come riportare la notizia, con potenziali conseguenze negative sulla prevenzione, sull’informazione riguardante la complessità dei fattori implicati e sull’incremento della consapevolezza sulla salute mentale e sul suicidio.

Come riassunto da The Mental Elf, servizio online britannico dedicato all’educazione e all’informazione scientificamente fondata sulla salute mentale, nonostante vi siano linee guida adottate a livello nazionale e internazionale per evitare di fornire dettagli espliciti di un suicidio e prevenire il manifestarsi di comportamenti di emulazione, molti professionisti della comunicazione si rifiutano di modificare le loro pratiche, ritenendo che non ci siano prove convincenti per farlo. Tuttavia, è proprio di quest’anno un altro studio internazionale rivolto a esaminare i risultati della letteratura scientifica sull’effetto Werther e cioè sull'associazione tra la copertura mediatica dei suicidi, in particolare il suicidio di persone famose, e il successivo incremento di suicidi nella popolazione generale.

I risultati hanno ulteriormente dimostrato un aumento dei suicidi nel periodo successivo alla notizia della morte di una celebrità per suicidio e, quando veniva riportata la modalità di suicidio, un aumento del numero di suicidi con la stessa modalità. Per gli autori, questi risultati possono essere spiegati da tre meccanismi: l’identificazione con la persona deceduta, che potrebbe verificarsi più frequentemente quando i suicidi riportati sui media riguardano persone di status sociale elevato; l’aumento della copertura dei media sui suicidi che porta alla normalizzazione del suicidio come modo accettabile per affrontare le difficoltà; le informazioni sui metodi del suicidio. Questi meccanismi contribuirebbero a un incremento dei pensieri suicidari nelle persone vulnerabili e alla pianificazione del suicidio attraverso una modalità specifica.

La copertura mediatica non informata può avere un impatto negativo anche sui famigliari e sulle persone care che affrontano il lutto per la perdita improvvisa. Il lutto stesso aumenta il rischio di suicidio e di malattie psichiatriche e, se a questo si aggiunge la diffusione di notizie intrusive, la vulnerabilità risulta incrementata. In uno studio di analisi qualitativa, la maggioranza di persone intervistate ha descritto esperienze negative rispetto a come è stata riportata la notizia del suicidio del proprio caro (maschio nel 77% dei casi e con un’età media di 33 anni) sulla stampa. L’analisi tematica ha rilevato che le esperienze negative (con reazioni prevalenti di disgusto e angoscia) erano associate ai metodi ingannevoli di ricerca di informazioni, alle rappresentazioni imprecise della persona morta e alla focalizzazione su dettagli sensazionalistici. Quest’ultimo aspetto, assieme alla messa in evidenza della storia in prima pagina, era percepito da molti come funzionale all’obiettivo del giornalista rivolto ad attirare l'attenzione dei lettori più che a descrivere accuratamente i fatti. Il valore attribuito al lavoro dei giornalisti e l’esperienza intrusiva subita dalle notizie irrispettose sono sintetizzati nel commento di una donna intervistata cinque anni dopo il suicidio del suo compagno: "So che è il loro lavoro, ma hanno reso tutto molto più difficile".

Il suicidio nei più giovani

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), quasi 800.000 persone di tutte le fasce di età muoiono ogni anno per suicidio e per ognuno di essi ci sono molti più tentativi ogni anno. Il 79% dei suicidi si verifica nei paesi a basso e medio reddito pro-capite. Nella fascia di età 15-19 anni il suicidio è la terza causa di morte. Nella maggior parte dei casi, le persone che sono morte per suicidio soffrivano di una malattia mentale e la depressione è quella più comunemente riportata.

I suicidi richiedono strategie globali e locali di prevenzione caratterizzate da interventi multidisciplinari tempestivi e basati sulle evidenze.

via OMS

I bambini, come gli adolescenti e gli adulti, sono esposti a pensieri suicidari e possono considerare la morte come un’opzione per porre fine alla propria sofferenza. Gli studi dimostrano che a partire da circa nove anni si può avere una conoscenza approfondita della morte e del suicidio.

Secondo le statistiche nazionali e internazionali i suicidi dei bambini sono rari. Tuttavia, il fenomeno può risultare sottostimato dal fatto che in molti casi le morti per suicidio nei più giovani sono registrate ufficialmente come involontarie o conseguenti a incidenti.

Il tasso di suicidio è circa quattro volte più alto nei maschi rispetto alle femmine, che però tentano il suicidio tre volte più spesso dei maschi.

Tra i bambini più piccoli, i tentativi di suicidio sono spesso impulsivi e possono essere associati a tristezza, confusione, rabbia o a disturbi di attenzione e iperattività. Tra gli adolescenti, i tentativi di suicidio possono essere associati a stress, insicurezza, pressione per il successo, incertezza finanziaria, delusione e perdita.

Tutti i bambini possono sentirsi tristi, confusi, preoccupati o arrabbiati: solo quando questo stato di malessere dura a lungo e influenza notevolmente la loro quotidianità modificandola è opportuno richiedere un aiuto specialistico.

La depressione, i pensieri suicidari e i comportamenti autolesionistici possono essere curati. Affinché questo avvenga, il disturbo mentale deve essere riconosciuto, diagnosticato e inserito in un piano di trattamento multidisciplinare.

Identificare tempestivamente i bambini con pensieri suicidari permette di attuare gli interventi terapeutici appropriati e di ridurre il rischio di suicidio che, in assenza di cure, aumenta con l’età.

Qualsiasi cambiamento rilevante e duraturo nel comportamento può essere un segnale di avvertimento. Nei bambini e ragazzi tale cambiamento si può manifestare con un complesso di sintomi depressivi: tristezza prolungata o pianti frequenti; trascuratezza delle attività solitamente apprezzate; preoccupazioni per la morte (nei testi scritti, nei disegni, nei sogni); difficoltà di concentrazione ed esordio di difficoltà scolastiche (calo del rendimento, assenze frequenti); generale insoddisfazione o disinteresse; ritiro sociale (dalla famiglia, dagli amici, dalle attività sportive e sociali); disturbi del sonno; cambiamenti di appetito; riferimento di dolori fisici; frequenti e molteplici paure; abuso di sostanze; comportamenti rischiosi; espressione di pensieri e piani suicidi (nei testi scritti o nella conversazione). I segnali di avvertimento possono essere osservati a scuola, a casa o nella cerchia di amici e questo richiede una consapevolezza diffusa affinché non siano trascurati, siano segnalati agli specialisti sul territorio (pediatra, neuropsichiatra infantile) e si sia in grado di manifestare vicinanza e ascolto.

Alcuni fattori possono esporre le persone a un rischio di suicidio più elevato rispetto ad altri. "Per quanto riguarda i mezzi e le modalità - aggiunge la Dott.ssa Pisano - negli adolescenti l’ingestione di grandi quantità di farmaci o sostanze tossiche risulta quello preponderante; a questo fanno seguito l’utilizzo di armi bianche (self-cutting - autolesionismo, ad esempio) e la defenestrazione. Sono stati individuati diversi fattori di rischio che concorrono all’ideazione o alla realizzazione del desiderio suicidario".

Nel caso di adulti, come nel caso di bambini e adolescenti, i disturbi psichiatrici rappresentano senza alcun dubbio un fattore di primaria importanza, considerato che esistono diverse condizioni di malattia mentale che possono sfociare o portare a questo tragico gesto. I disturbi dell’umore, e in particolare quelli a carattere depressivo, sono i più comuni: ne è affetto il 50-65% di tutti gli adolescenti che tentano il suicidio. In coda ci sono poi altri disordini, come le psicosi o i disturbi della personalità borderline, che, sebbene in percentuale decisamente inferiore sono annoverabili fra le cause predisponenti al rischio suicidario. Inoltre, i fattori di rischio identificati sono: storia familiare di suicidio, abuso di sostanze; malattia fisica; autolesionismo; precedenti tentativi di suicidio; esposizione a violenza fisica o sessuale; insuccessi scolastici; bullismo; instabilità del contesto famigliare; perdita di una persona cara; mancanza di supporto sociale; difficoltà nell’affrontare l’orientamento sessuale; accesso ad armi, a farmaci o a sostanze non commestibili.

L'uso di Internet è stato riscontrato in circa un quarto dei decessi per suicidio di bambini e giovani e appare correlato alla ricerca di informazioni sui metodi di suicidio, alla pubblicazione di messaggi con contenuti suicidi o all'essere vittima di bullismo online. Più di un quarto dei bambini e dei giovani che sono morti per suicidio, stava affrontando esami o aspettava l’esito di esami al momento della morte.

Alcuni fattori o circostanze possono impedire a una persona di pensare al suicidio e aumentare la propria capacità di recupero. Nei più giovani i fattori protettivi comprendono: relazioni positive con familiari, insegnanti, allenatori, coetanei; adeguate autostima e autoefficacia; speranza per il futuro; abilità di adattamento e risoluzione dei problemi; ambiente domestico sicuro; esperienze scolastiche positive; abilità di comunicare emozioni, pensieri e bisogni.

Rischio di suicidio e prevenzione nell’emergenza della COVID-19 e del suo impatto

L’ipotesi che da quest’anno si osservi un incremento dei suicidi nella popolazione globale e in particolare nei paesi a basso e medio reddito pro-capite si basa sulle morti registrate negli Stati Uniti durante la pandemia influenzale del 1918-1919 e tra gli anziani di Hong Kong durante l'epidemia di SARS del 2003.

In particolare, per quanto riguarda la situazione attuale, gli effetti della paura, del distanziamento fisico e dell’autoisolamento legati all’emergenza sanitaria e alla pandemia potrebbero essere esacerbati dalle conseguenze della crisi economica che inizia a colpire diverse categorie di lavoratori e lavoratrici. Un ulteriore rischio potrebbe derivare dallo stigma verso gli individui affetti dalla COVID-19 e le loro famiglie. In questo quadro, le persone con disturbi psichiatrici potrebbero sperimentare un peggioramento dei sintomi e le altre persone potrebbero sviluppare un esordio di problemi di salute mentale, in particolare depressione, ansia e stress post-traumatico (tutti associati a un aumento del rischio di suicidio).

Per far fronte ai rischi e soprattutto per pianificare la prevenzione su larga scala, una rete internazionale di specialisti - la International COVID-19 Suicide Prevention Research Collaboration – ha identificato gli interventi generali e specifici da attuare attraverso una risposta interdisciplinare e con la vigilanza e la collaborazione internazionale.

Alcune strategie elencate nell’articolo di David Gunnell e altri pongono l’attenzione sul fatto che alcune persone a rischio di suicidio potrebbero non chiedere aiuto, temendo che i servizi siano sovraccarichi di richieste e che i colloqui in presenza possano esporre al contagio. I servizi di salute mentale dovrebbero essere incentivati ad attivare percorsi di valutazione e di cura a distanza e a promuovere la formazione del personale sulle nuove modalità di lavoro. Altre persone a rischio potrebbero scegliere di rivolgersi alle linee telefoniche di emergenza del volontariato che dovrebbero essere potenziate, in modo da garantire tutele e flessibilità ai volontari. Gli interventi e le applicazioni online basati sull'evidenza dovrebbero essere resi disponibili a supporto delle persone a rischio di suicidio.

Il rafforzamento dei servizi territoriali di salute mentale dovrebbe già essere una priorità a cui le istituzioni sono chiamate a rispondere con adeguati finanziamenti e un auspicato coordinamento.

Anche in questo contesto gli autori evidenziano che la comunicazione irresponsabile sui suicidi da parte dei media può portare a un loro incremento. Analogamente, l'esposizione ripetuta a storie sugli effetti negativi della crisi – senza fornire possibili opzioni di aiuto e di superamento - può aumentare la paura, la disperazione e il rischio di suicidio.

Raccomandazioni per la copertura mediatica responsabile dei suicidi

La notizia di un suicidio viene riportata dai media perché è rilevante per una comunità. Riportare questo genere di notizie richiede formazione e responsabilità affinché i media assolvano al loro ruolo fondamentale nella prevenzione e non scatenino le conseguenze dimostrate di emulazione e stigma. Una copertura responsabile del suicidio aumenta la consapevolezza nella popolazione, informa sulla complessità del problema, fornisce risorse utili per chiedere aiuto e può offrire opzioni alternative per affrontare un periodo di crisi e di vulnerabilità.

Nel 2017, l’OMS ha pubblicato, nell’ambito delle iniziative mondiali per la prevenzione dei suicidi, la seconda versione di un manuale dedicato ai professionisti della comunicazione:

“Le storie che mostrano la ricerca di aiuto (adattamento positivo) in circostanze avverse possono rafforzare i fattori protettivi o il contrasto al suicidio e quindi contribuire alla sua prevenzione. La copertura mediatica del suicidio dovrebbe sempre includere informazioni su dove cercare aiuto, indicando preferibilmente i servizi accreditati di prevenzione del suicidio disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Gli effetti protettivi del giornalismo responsabile sul suicidio sono stati indicati nella letteratura scientifica come effetto Papageno, dal nome del personaggio di Papageno - nell'opera ‘Il flauto magico’ di Mozart - che decide di suicidarsi temendo di aver perso il suo amore, ma quando gli viene mostrato un modo alternativo per uscire dalla disperazione sceglie all'ultimo momento di vivere. Le raccomandazioni devono essere adattate sia ai media tradizionali che ai media digitali e dovrebbero mirare a raggiungere il maggior numero di persone possibile per la prevenzione del suicidio”.

Nel manuale sono schematizzate le indicazioni su Cosa fare e Cosa non fare nel riportare la notizia di un suicidio.

Cosa fare

  • Fornire informazioni accurate su dove cercare aiuto.
  • Informare il pubblico sui fatti relativi al suicidio e sulla prevenzione del suicidio, senza diffondere miti.
  • Fornire storie su come affrontare i fattori stressanti della vita o i pensieri suicidari e su come ottenere aiuto.
  • Prestare particolare attenzione quando si denuncia il suicidio di una celebrità.
  • Fare attenzione quando si intervistano familiari o amici in lutto.
  • Riconoscere che gli stessi professionisti della comunicazione possono essere influenzati dalle notizie di suicidi.

Cosa non fare

  • Non mettere in evidenza le notizie di un suicidio e non prolungarne la presenza.
  • Non usare un linguaggio che sensazionalizza o normalizza il suicidio, né che lo presenti come una soluzione costruttiva ai problemi.
  • Non descrivere esplicitamente la modalità utilizzata.
  • Non fornire dettagli sul luogo.
  • Non ricorrere a titoli sensazionalistici.
  • Non utilizzare fotografie, video o collegamenti ai social media.

Reporting on suicide ha sviluppato una serie di raccomandazioni molto chiare per la copertura del suicidio, attraverso la collaborazione degli esperti nella prevenzione del suicidio, di diverse organizzazioni internazionali di prevenzione e di salute pubblica, scuole di giornalismo, organizzazioni di giornalisti ed esperti di sicurezza di Internet.

 

Infine, tra le risorse fornite dall’associazione internazionale per la prevenzione del suicidio – International Association for Suicide Prevention, IASP – ci sono anche le raccomandazioni pubblicate in Giappone su come riportare le notizie dei suicidi nei giovani:

  • Evitare resoconti eccessivi sul suicidio giovanile.
  • Astenersi da spiegazioni eccessivamente semplificate.
  • Evitare la glorificazione e l’esagerazione del suicidio.
  • Astenersi dal descrivere in dettaglio la modalità del suicidio.
  • Riferire del suicidio dei giovani in modo anonimo.
  • Enfatizzare le misure di prevenzione.
  • Includere una lista di professionisti della salute mentale.
  • Stabilire un rapporto più stretto con i professionisti della salute mentale nella comunità prima del verificarsi di una crisi.
  • Preparare da sé e in anticipo un codice per la copertura.

La comunicazione responsabile del suicidio aiuta a rompere i miti, a non cadere nella pericolosa approssimazione, a incrementare l’informazione sulla salute mentale e la consapevolezza in una comunità, a diffondere compassione e ascolto, a motivare e facilitare la ricerca di aiuto. Il ruolo di prevenzione dei mezzi di comunicazione diventa tanto più cruciale nei periodi di crisi e di incertezze come quello che stiamo vivendo in quest’anno di pandemia che, come popolazione, siamo riusciti ad affrontare con altruismo e solidarietà, benché in qualche caso riluttanti, con lo scopo comune di salvare vite.

 

 

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In caso di emergenza, chiama il 118. Se ci sono amici o conoscenti con pensieri suicidi si può chiamare il Telefono amico allo 02 2327 2328, tutti i giorni dalle 10 alle 24, o il servizio della Samaritans Onlus, attivo dalle 13 alle 22, al numero verde 800 86 00 22.

Esiste inoltre AppToYoung, una app per smartphone e tablet, gratuita e facile da scaricare. Si può trovare su GooglePlay e AppleStore e la privacy è garantita al 100%. Tutti i dati sono protetti. Si può chattare per parlare con i ragazzi del Team Youngle, che hanno tutti tra i 18 e 21 anni o parlare direttamente al telefono, linea di ascolto attiva 24 ore su 24. Con AppToYoung, si può aiutare un amico o conoscente che non sa come fare a risolvere un problema: basta scegliere la funzione “Voglio parlare di qualcuno”, e poi si può parlare con il Team, chattando o parlando al telefono.

 

 

4 giugno 2020

Psicologia ONLINE, indicazioni dell’APA (American Psychological Association)

Questo articolo ha lo scopo di illustrare ai professionisti sanitari, finora principalmente impegnati nella tradizionale terapia in studio, i benefici che i servizi di telepsicologia possono apportare al loro lavoro. L’articolo presenterà, in maniera pratica e passo per passo, l’applicazione e l’implementazione della metodologia, che contribuirà ad aumentare la competenza degli psicologi e degli psicoterapeuti.

La fornitura di servizi psicologici è andata oltre i confini dell’ufficio personale, dell’ospedale, delle associazioni e della clinica, ed è riuscita a superare anche restrizioni di accesso, liste di attesa, malattie, disabilità, lavoro, stigmatizzazione, trasferimento e persino condizioni meteorologiche. La telepsicologia ha infatti collegato i clienti con gli psicologi in modi che la tradizionale terapia “in ufficio” non ha potuto, migliorando la continuità e la specializzazione delle cure.

La telepsicologia: che cos’è?

Strumenti di telepsicologia sono stati inconsapevolmente utilizzati dai medici già da molti anni, probabilmente senza pensare di star già utilizzando la pratica della telepsicologia. Dato che la telepsicologia è definita come “la fornitura di servizi psicologici mediante tecnologie di telecomunicazione“, i clinici che hanno utilizzato telefono, dispositivi mobili e fax durante il loro lavoro con i clienti hanno utilizzato metodologie di telepsicologia!

I progressi nelle telecomunicazioni hanno ampliato la pratica della telepsicologia per includere la fornitura di servizi psicologici utilizzando dispositivi e attività come videoconferenza interattiva, e-mail, chat e messaggistica, per non parlare dell’uso di Internet con blog, siti Web di auto-aiuto e social media. La comunicazione interattiva con i clienti che avviene in tempo reale, ad esempio al telefono o tramite videoconferenza, viene spesso definita sincrona, mentre la comunicazione tramite e-mail, fax o forum di discussione è considerata asincrona.

La telepsicologia può essere utilizzata per aumentare le sessioni di psicoterapia ‘di persona’ o come metodo principale per fornire il servizio clinico. Gli usi più comuni della telepsicologia per aumentare le sessioni di persona comprendono sessioni telefoniche per verificare i progressi o per affrontare una questione urgente, inviare via e-mail con informazioni supplementari o collegamenti a risorse, inviare messaggi di testo con appuntamenti, l’uso di app di salute mentale per il monitoraggio o il monitoraggio stesso dei comportamenti con il completamento di strumenti di test o valutazione online.

E’ utile?

La telepsicologia è una risorsa valida e preziosa per gli psicologi e per il pubblico. Ai professionisti che stanno prendendo in considerazione l’aggiunta della telepsicologia alle loro modalità di terapia spetta comprenderne sia il potenziale, per fornire servizi necessari e di qualità, sia l’insieme di conoscenze, strumenti, competenze, preparazione e formazione,  linee guida e i regolamenti che regolano la pratica legale ed etica della telepsicologia,per finire coni i rischi e le strategie di gestione dei rischi.

Suggerimento per la gestione del rischio: gli psicologi devono cercare esperienze di formazione adeguate a sviluppare e mantenere la competenza nel tenere questi servizi di telepsicologia.

Esperienze di formazione continua in settori di competenza clinica, tecnica, emotiva e culturale possono essere ottenute attraverso webinar, seminari, revisioni della ricerca e consulenza. Dato che si tratta di modalità in via di sviluppo, bisogna rimanere aggiornati sugli sviluppi della tecnologia ma anche sulle questioni etiche, commerciali e normative, sugli studi clinici e su tutti gli altri fattori che condizionano questa modalità di offerta di servizio terapeutico.

Perché è un settore in crescita?

Le persone in cerca di un sostegno psicologico si sono scontrate con limiti che ne hanno spesso impedito l’accesso, causando la mancata assistenza psicologica necessaria. La telepsicologia può ridurre o eliminare molte difficoltà all’accesso alle cure mentali. Di conseguenza, la telepsicologia offre anche opportunità che non sono realizzabili con le tradizionali terapie cliniche in studio. Di seguito sono descritte limiti e opportunità di questa metodologia.

Barriere geografiche

La vita rurale è stata identificata come una sfida per i servizi di benessere psicologico a causa dei suoi diversi problemi, della difficile situazione di disparità di salute, inaccessibilità fisica e mancanza di informazioni. Se però viene garantito l’accesso alla tecnologia di base, la videoconferenza è ora possibile con una minima formazione tecnologica per il cliente in materia di sicurezza, riservatezza e protocollo per l’accesso e la gestione dei dati. La telepsicologia, quindi, offre l’opportunità di servizi psicologici indipendentemente dalla posizione e dall’accesso fisico dimostrando una grande utilità nell’aumentare significativamente il trattamento della salute mentale per queste persone.

Status di povertà economica

Le persone che vivono in condizioni di povertà incontrano molteplici barriere, alcune prettamente personali mentre altre causate e mantenute dal contesto e dagli individui appartenenti ad esso, in cui le persone in condizioni di povertà sono spesso costrette a vivere. Per accedere ai servizi psicologici di persona, le persone che vivono in condizioni di povertà devono uscire dal proprio ambiente in circostanze spesso intimidatorie e ansiogene. L’intimidazione può essere tanto forte da ridurre la speranza di un aiuto utile, scoraggiando la ricerca di una cura.

Isolamento sociale

Le persone che potrebbero cercare servizi di sostegno psicologico possono vivere in zone rurali, piccole città o aree urbane, ma se stanno vivendo esperienze di depressione, ansia o altri sintomi che tendono a isolarli dalla loro comunità o da altri che potrebbero essere all’interno del loro gruppo di supporto, l’accesso fisico ai servizi risulterebbe comunque irrilevante. Gli isolati diventano solo più isolati in quanto evitano l’accesso alle informazioni, gli eventi culturali, l’intrattenimento, sport, cerimonie religiose e attività della comunità. Questi individui diventano quindi invisibili alle proprie comunità e ai propri amici. La telepsicologia, per queste persone, è un’opportunità che permette di impegnarsi in un rientro graduale nel loro lavoro e nelle comunità sociale impegnandosi in servizi che non richiedono un iniziale abbandono delle loro zone di comfort.

Limiti economici e del trasporto pubblico

Le persone che vivono nelle aree urbane possono avere difficoltà di trasporto tanto quanto coloro i quali vivono in zone rurali. In genere, i limiti del trasporto pubblico riguardano la non disponibilità del servizio, il costo proibitivo o la perdita di tempo irragionevole. I limiti economici vanno oltre la semplice tariffa per il servizio, in quanto si riscontrano problemi sia nel costo del trasporto, sia nella durata delle ore impiegate per raggiungere il luogo di lavoro che viene sottratto al tempo libero. Essere esperto dei piani assicurativi, comprendere i parametri contrattuali e superare persistentemente con successo sia i limiti del trasporto pubblico sia la burocrazia finanziaria, sono spesso tutti fattori di risoluzione anticipata. La telepsicologia rimuove questi ostacoli, sebbene rimanga il costo dei servizi. Tuttavia, la rimozione di altri costi e barriere logistiche costituisce un vantaggio significativo nella ricerca e nel proseguimento dei servizi di salute mentale.

Barriere attitudinali

Sebbene le campagne di informazione e educazione pubblica, così come altri sforzi di servizio, abbiano fatto importanti passi in avanti sull’evitare una stigmatizzazione dei bisogni di salute mentale, lo stigma non è stato superato da molti che invece ne trarrebbero beneficio. Pregiudizio familiare, convinzioni culturali, stereotipi sociali e anticipazione di vergogna e ridicolizzazione impediscono a molte persone di accedere ai servizi di cui hanno bisogno. Gli individui che sono membri di popolazioni emarginate possono essere riluttanti a cercare servizi dato lo sfruttamento e il maltrattamento a cui sono stati storicamente accostati. La telepsicologia offre privacy e protezione da fonti esterne di critica e dall’impegno con altri in merito ai servizi. Gli individui che sono autocritici, tuttavia, possono ancora sperimentare qualche stigmatizzazione, ma la privacy della telepratica e la competenza del clinico possono aumentare l’accettazione dei servizi.

Accesso a competenze specifiche

Negli ultimi anni si sono sviluppate pratiche specialistiche che offrono agli individui un trattamento nei disturbi alimentari, terapia comportamentale dialettica, terapia traumatologica, abuso di sostanze e altre esigenze terapeutiche mirate. Coloro che hanno superato o non sperimentato le altre barriere menzionate possono scoprire che i professionisti nella loro comunità non sono competenti nel trattare le loro preoccupazioni specifiche. La pratica intergiurisdizionale rimane una limitazione a seconda della posizione del cliente e del professionista; tuttavia, all’interno di uno stato o di una giurisdizione, la pratica a distanza è un’opportunità offerta dalla telepratica che elimina i viaggi e ulteriori barriere logistiche.

Limiti di natura pratica/logistica

Le modalità terapeutiche classiche per i servizi psicologici che prevedono l’incontro tra terapeuta e paziente sono state accettate negli anni come protocollo etico e professionale da applicare in ogni occasione. Molte di queste pratiche sono però proibitive per chi necessità di un colloquio clinico. Ad esempio, l’ora di 50 minuti, ossia l’incontro settimanale che in genere si richiede al paziente, risulta accessibile per un contesto d’ufficio. Le persone che hanno però più lavori, programmi di attività irregolari o nessun controllo sulle loro esigenze di lavoro spesso non sono in grado di rispettare il convenzionale colloquio di un’ora. Anche coloro che hanno figli, familiari ammalati e responsabilità per gli altri potrebbero non essere in grado di programmare in anticipo in modo prevedibile. La telepsicologia richiederebbe ancora la pianificazione e la programmazione; tuttavia, le difficoltà poste da ulteriori requisiti di tempo e variabili imprevedibili possono essere risolte più facilmente attraverso le telecomunicazioni.

Cosa si dovrebbe fare nell’applicazazione dei servizi di telepsicologia

Gli psicologi dovrebbero essere attenti e strategici nel decidere se utilizzare le tecnologie di telecomunicazione. Le seguenti sono considerazioni su quando scegliere di implementare la telepsicologia con clienti specifici e i loro particolari problemi:

  • L’uso dei servizi di telepsicologia dovrebbe essere considerato tanto efficace quanto i servizi tradizionali e dovrebbe essere determinato da risultati basati su prove riguardanti le variabili del cliente e l’applicazione delle tecniche o degli approcci teorici impiegati.
  • Rivedere la letteratura disponibile per supportare l’uso della telepsicologia con la diagnosi specifica di ciascun cliente.
  • Lo psicologo dovrebbe rivedere le leggi attuali, nonché le regole normative al fine di garantire pratiche regolari e legali.
  • Prendere una decisione sull’uso della tecnologia principalmente sulla base dell’adeguatezza per il singolo cliente.
  • Sviluppare un piano per l’utilizzo della telepsicologia e della tecnologia con i clienti che delineino un profilo logico-razionale. Discutere il motivo dell’introduzione della modalità di telepsicologia con il cliente e ottenere il suo consenso informato.
  • Discutere e affrontare le nuove questioni di riservatezza e sicurezza che sorgono con l’introduzione della componente telepsicologica in terapia, compresa la protezione dell’area in cui il paziente si troverà durante le sessioni di telepsicologia.
  • Esercitarsi a utilizzare l’attrezzatura e il software per garantire che il paziente sia a suo agio e in grado di impegnarsi in telepsicologia.
  • Effettuare un monitoraggio continuo per garantire che la telepsicologia continui a soddisfare lo scopo terapeutico previsto.
  • Una competenza tecnologica di base dovrebbe essere garantita sia per lo psicologo che per il cliente. Nel valutare i progressi di un cliente, lo psicologo dovrebbe anche valutare l’uso della tecnologia.
  • Unirsi o creare una rete permanente di altri psicologi che usano la tecnologia nel loro lavoro per fornire consulenza e supporto continui.
  • Effettuare una valutazione periodica dell’utilità clinica della tecnologia utilizzata per determinare se continuare a utilizzarla.

Domande da porsi prima e durante l’uso della telepsicologia

Inoltre, gli psicologi che decidono di integrare la telepsicologia nelle loro pratiche saranno in grado di rispondere a queste domande in modo sicuro e completo:

  • Quanto ne so della ricerca clinica/letteratura professionale, comprese le linee guida, sull’uso della telepsicologia? Esistono alternative migliori, più sicure o più efficaci?
  • Quanto ne so delle politiche legali o regolamentari nel mio stato che regolano l’uso di servizi sanitari telematici?
  • Quanto ne so della tecnologia che voglio usare nella mia pratica? In particolare, quali sono i benefici e quali sono i rischi?
  • Come monitorerò e garantirò l’adeguatezza del trattamento, la competenza tecnologica, la riservatezza e la sicurezza, la conoscenza delle risorse di emergenza e l’apprendimento continuo?
  • Come identificherò e gestirò il rischio?

Conclusione

La tecnologia trasforma la vita quotidiana in modi impensabili fino a qualche anno fa. Anche la psicologia è ugualmente influenzata, con conseguente bisogno di guida sia per gli psicologi junior che per i professionisti più esperti. Gli studenti e i neopsicologi stanno imparando ad applicare gli standard terapeutici alla loro familiarità con la tecnologia, mentre gli psicologi che non sono esperti di tecnologia stanno imparando ad applicare nuovi strumenti alla loro esperienza nella pratica tradizionale. È evidente come ci sia spazio per tutti, per imparare e per adattarsi.

Questo articolo ha guidato il lettore attraverso le fasi preliminari della pratica telepsicologica. Una nuova modalità di pratica può essere scoraggiante, in particolare una come la telepsicologia, che richiede un riorientamento del modo in cui gli psicologi pensano, degli standard di cura e di come conducono le loro pratiche. Gli psicologi che stanno prendendo in considerazione la telepsicologia in genere vogliono sapere quanto quali sono i vantaggi e i suoi limiti, cosa devono sapere, come possono assicurarsi di esercitare nel loro campo di applicazione e nei limiti della pratica etica e legale, cosa devono fare per procedere.

Queste e altre domande hanno una risposta qui così come suggerimenti  che forniscono una guida agli psicologi nel loro processo decisionale. I professionisti della psicologia sono all’avanguardia nell’offrire i servizi ai clienti / pazienti negli ambienti fiorenti in cui praticano e nell’espandere l’ambito della pratica. Gli psicologi possono scegliere il grado, la profondità, il tipo e la forma in cui partecipano alla telepsicologia. Questo articolo ha lo scopo di aiutare a fare queste scelte.

 

Fonte:
formazionecontinuainpsicologia.it

Traduzione libera dell’articolo “Telepsychology Practice: Primer and First Steps” di APA