CognitiList:
Appunti e segnalazioni dal mondo cognitivista, in collaborazione con Piccoli Cognitivisti Crescono
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Lo scimpanzé perde il suo primato: non è più lui, bensì il bonobo,
raro primate della famiglia degli ominidi, il 'ritratto' vivente più
simile a quello degli antichi progenitori dell'uomo.
Lo spiegano sulla rivista Scientific Reports i ricercatori della
Howard university di Washington, guidati da Rui Diogo, che hanno messo a
confronto la loro anatomia, scoprendo che i loro muscoli erano i più
somiglianti a quelli umani.
''I muscoli dei bonobo sono cambiati pochissimo. Ciò significa che
sono gli esemplari di antenati viventi più vicini che possiamo avere'',
spiega Bernard Wood, uno dei ricercatori.
Per gli studiosi, l'uomo moderno, scimpanzé e bonobo si sono separati
circa 8 milioni di anni fa, con le due specie di primati che a loro
volta si sono differenziate 2 milioni di anni fa, sviluppando poi tratti
e caratteristiche fisiche diverse, pur rimanendo geograficamente
abbastanza vicini, nei dintorni del fiume Congo. Un'evoluzione che ha
spinto i ricercatori a confrontarli con gli esseri umani.
Studiando i muscoli dei bonobo, hanno così scoperto che sono molto
più simili all'anatomia umana rispetto agli scimpanzé. In passato erano
già stati fatti degli studi sulle somiglianze e differenze tra il Dna di
bonobo e scimpanzé, ma questo è il primo a mettere a confronto i loro
muscoli con l'uomo. ''Il nostro lavoro ha anche mostrato un mosaico
evolutivo tra queste tre specie, nel senso che alcune caratteristiche
sono condivise tra uomini e bonobo, altre tra uomini e scimpanzé, e
altre tra le due specie di scimmie'', commenta Diogo.
Una mescolanza che può essere ''collegata ad un'evoluzione molecolare
molto simile tra le tre specie: ogni specie di scimpanzé condivide
circa il 3% di tratti genetici con l'uomo, che non sono presenti in
altre specie di scimpanzé''.
Tra i cuccioli di bonobo, saper gestire le proprie
emozioni è un requisito necessario per saper consolare i propri simili
in situazioni di sofferenza emotiva, e questo comportamento è più
frequente negli individui allevati dalle madri che negli orfani. E'
quanto risulta da un nuova ricerca sul campo, che per la prima volta
dimostra nei primati non umani alcune correlazioni tra competenze
emotive acquisite nel periodo dello sviluppo e comportamento sociale
L'acquisizione delle competenze sociali che consentono di
relazionarsi efficacemente con gli altri è strettamente legata alla
capacità di gestire e modulare le proprie emozioni, che a sua volta si
sviluppa nella prima infanzia grazie a un buon legame di attaccamento
alla madre. Questa correlazione, largamente accettata dagli psicologi
dell'età evolutiva per quel che riguarda gli esseri umani, è stata ora
documentata per la prima volta nei bonobo, in uno studio condotto da
Zanna Clay e Frans B. M. de Waal dello Yerkes National Primate Research
Center della Emory University ad Atlanta e pubblicato sui "Proceedings of the National Academy of Sciences".
Con
il termine "competenza sociale", in psicologia s'intende un'ampia gamma
di capacità che vanno da quella di saper stabilire e mantenere
efficacemente relazioni con gli altri, al comportarsi in modo
appropriato nelle situazioni sociali ed essere sensibili alle emozioni
altrui, oltre a saper gestire efficacemente le proprie. Una parte
essenziale della competenza sociale è la regolazione emotiva del
soggetto, ovvero il processo di valutazione, modifica e inibizione degli
stati interni in risposta alle diverse situazioni.
Gli studi
dimostrano che la connessione tra competenze emotive e quelle sociali si
struttura durante il periodo dello sviluppo: già nella prima
infanzia, i bambini con una migliore regolazione emotiva mostrano un
minor grado di stress in risposta al pianto di altri bambini. Una volta
stabilita, questa connessione permane anche nell'età adulta: chi
possiede una maggiore regolazione emotiva dimostra anche una maggiore
empatia verso gli altri, che a sua volta si manifesta con un
comportamento di cura e accudimento.
Un esempio tipico di questo genere di comportamento, osservato nell'essere umano e negli altri primati, è quello consolatorio, che passa attraverso il
contatto fisico e gesti come l'abbraccio, la carezza o il
bacio. Viceversa, i soggetti con una bassa regolazione emotiva tendono a
essere sopraffatti dalle emozioni quando si trovano di fronte alla
sofferenza psichica di un'altra persona: concentrati su se stessi, non
riescono a essere di supporto agli altri.
Per verificare se
questo quadro si possa applicare anche ad altri primati, Clay e de Val
hanno esaminato lo sviluppo della competenza socioemotiva nei cuccioli
di bonobo (Pan paniscus) ospitati in un centro di recupero nella Repubblica democratica del Congo.
Molti
di questi cuccioli sono orfani a causa della caccia di frodo, mentre
altri sono nati nel centro e perciò sono stati allevati dalle loro
madri. Queste diverse origini hanno consentito di confrontare i
comportamenti dei piccoli mettendoli in relazione sia con i livelli di
regolazione emotiva, misurati tramite alcuni parametri chiave, sia con
le esperienze di accudimento nei primi anni di vita.
E' così
emerso che i cuccioli di bonobo con migliori competenze emotive e
sociali erano più disposti a rispondere alla sofferenza psichica di
altri individui offrendo consolazione. Questo comportamento era
riscontrato più frequentemente nei bonobo allevati dalle proprie madri
che in quelli adottati dal centro di recupero. I risultati dunque
confermano la forte correlazione tra competenze emotive e competenze
sociali anche nei primati non umani, così come l'importanza di un buon
legame con la madre per lo sviluppo di queste competenze.
Era l’ultimo tassello mancante per completare il quadro dell’album di famiglia filogenetico dell’essere umano: come si legge sull'ultimo numero di "Science",
il genoma del bonobo è stato sequenziato nel’ambito di un’ampia
collaborazione internazionale guidata da Svante Pääbo, del
Max-Planck-Institut per l’antropologia evoluzionistica a Lipsia, in
Germania, di cui ha fatto parte, come unico ricercatore italiano,
Claudia Rita Catacchio della Sezione di genetica-Dipartimento di
anatomia patologica e genetica, dell'Università di Bari.
Scimpanzé (Pan troglodytes) e bonobo (Pan paniscus)
sono i primati più simili all'uomo. Ma mentre gli scimpanzé sono assai
diffusi e studiati, i bonobo vivono in un habitat molto ristretto, solo a
sud del fiume Congo nella Repubblica democratica del Congo e le
conoscenze su di loro sono ancora molto limitate.
Dal punto di
vista filogenetico, si sa che l'essere umano si separò dagli antenati di
bonobo e scimpanzé tra 5 e 6 milioni di anni fa, mentre i bonobo si
separarono dagli scimpanzé circa due milioni di anni fa.
I due
primati sono molto simili per molti aspetti, ma differiscono per alcuni
tratti fondamentali. Per esempio, gli scimpanzé maschi utilizzano
l'aggressione per competere per la gerarchia di dominanza e per ottenere
sesso, oltre a cooperare per difendere il loro territorio, e attaccare
altri gruppi.
Viceversa, i maschi di bonobo sono comunemente
subordinati alle femmine e non competono per avere una posizione di
dominanza all'interno del gruppo. Inoltre, non stringono alleanze con
gli uni con gli altri e non esistono prove di aggressioni letali tra
diversi gruppi. Rispetto agli scimpanzé, i bonobo appaiono giocosi per
tutto il ciclo di vita, mostrano un'intensa attività sessuale per scopi diversi dal concepimento
(per esempio per cementare rapporti sociali con altri membri del gruppo)
e coinvolgendo a volte anche partner dello stesso sesso.
Questa
mescolanza di somiglianze e differenze tra uomo, scimpanzé e bonobo
rende praticamente impossibile ricostruire un plausibile insieme di
caratteristiche dei nostri comuni antenati. Per comprendere le relazioni
evolutive delle tre specie è stato sequenziato il genoma di un unico
individuo di bonobo, di nome Ulindi, che vive in cattività a Lipsia.
Dal
confronto con quello dello scimpanzé, il genoma di bonobo appare
qualitativamente molto simile in termini di duplicazioni e di altri
errori a carico del DNA. Ma in quest'ultima analisi, descritta sulle
pagine della rivista "Nature", trova conferma un fenomeno evidenziato in
altri studi che avevano considerato regioni genomiche molto più
limitate.
Poiché infatti i rami filogenetici di bonobo e
scimpanzé si sono allonanati poco dopo che il loro comune antenato si
era separato dal ramo che ha poi dato origine all'uomo, è plausibile,
secondo le attuali conoscenze genetiche, che per alcune particolari
regioni genomiche si possano evidenziare maggiori somiglianze tra esseri
umani e bonobo o tra esseri umani e scimpanzé che non tra bonobo e
scimpanzé. Dall'analisi statistica della posizione e
dell'estensione delle sequenze non ripetitive dei genomi di esseri
umani, bonobo, scimpanzé e orangutan è risultato che più del 3 per cento
del genoma umano è vicino a quello del bonobo o a quello dello
scimpanzé più di quanto non lo siano tra loro i genomi delle due
scimmie.
9 maggio 2007
I più intelligenti? Si esprimono a gesti I gesti utilizzati dalle scimmie antropomorfe potrebbero essere una chiave per comprendere le origini del linguaggio umano
I gesti utilizzati dalle scimmie antropomorfe potrebbero essere una chiave per comprendere le origini del linguaggio umano. È quanto sostiene un gruppo di ricercatori dello Yerkes National Primate Research Center della Emory University. Sebbene tutti i primati utilizzino espressioni vocali e espressioni del viso per comunicare, solo gli esseri umani e le grandi scimmie utilizzano anche i gesti delle mani. Tuttavia, si sa ancora poco su come questi segnali si combinino con altre forme comunicative e come il loro utilizzo influenzi la risposta degli altri individui. L’articolo firmato da Amy Pollick e Frans de Waal sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Science” sostiene che i nostri più vicini parenti, bonobo e scimpanzé, utilizzano la gesticolazione in modo differente da come usano i segnali facciali e vocali, che sono legati a specifici contesti e sono abbastanza costanti tra le diverse specie e i diversi gruppi. La gesticolazione infatti è così flessibile che non può essere generalizzata da specie a specie e neppure tra diversi gruppi della stessa specie. I Bonobo hanno una gesticolazione molto articolata e adattabile alla situazione, che viene utilizzata per accompagnare i segnali vocali e facciali che hanno lo scopo di ottenere una risposta più efficace dall’interlocutore: per esempio, l’apertura della mano viene utilizzata per ottenere del cibo. Questi risultati sono in accordo con l’ipotesi dell’origine gestuale del linguaggio, secondo cui esso si è evoluto nel dominio della comunicazione gestuale prima dell’inizio dell’acquisizione della capacità di articolare parole.