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9 aprile 2020

Spossatezza. La sensazione di essere malati ora è un'emozione

La fine del 2019 e l’inizio del 2020 hanno visto come protagonista l’epidemia di polmonite nel Wuhan – o Coronavirus, cioè il genere di virus a cui appartiene.
Nello stesso periodo è stato pubblicato un curioso articolo scientifico che battezza una nuova emozione relativa proprio al dominio della malattia: la spossatezza ( “Lassitude” in originale, NdA).
Più precisamente, quest’emozione esiste da un pezzo, persino da prima della comparsa dell’homo sapiens, ma solo adesso viene definita come tale, non più solamente come una sensazione. Gli autori dell’articolo sono giunti a questa conclusione rifacendosi alla lunga tradizione evoluzionista iniziata da Darwin.

In linea con la teoria evoluzionista, la spossatezza sarebbe una risposta innata alla malattia, evolutasi per massimizzare le probabilità di sopravvivere a essa.

Come infatti scrivono i pionieri della psicologia evoluzionista Tooby e Cosmides, le emozioni sono adattamenti neurocomputazionali che si sono evoluti per rispondere alle esigenze dell’ambiente tramite l’attivazione dei meccanismi di risposta.
In modo più schematico, le emozioni attivano comportamenti e risposte fisiologiche (tensione muscolare, respirazione, battito cardiaco…) in reazione a stimoli esterni (un pericolo, un amico, una cosa disgustosa…).

Le emozioni sarebbero quindi programmi comportamentali nati per rispondere in modo specifico a eventi che si verificano con frequenza.

Nel caso della spossatezza, essa corrisponde al sentirsi affaticati, vulnerabili, privi di energie, inappetenti, sensibili al dolore e a sensazioni negative, incluso il disgusto, e demotivazione.
Questi stati sarebbero una strategia per evitare ulteriori patogeni che impegnerebbero ulteriormente il sistema immunitario, perché la persona malata non mangerebbe cibi a rischio ed eviterebbe di esporsi al freddo.
Inoltre l’organismo consuma molte più energie del solito per combattere la malattia (o per ricostruire tessuti danneggiati), quindi la demotivazione e l’affaticamento fanno sì che la persona malata non usi energie per altro.
L’articolo menziona anche l’aspetto sociale delle emozioni: manifestare segni di spossatezza comunica agli altri individui lo stato interno e le necessità della persona malata, suscitando una risposta di accudimento, di cura nell’altro.
A provocare l’emozione della spossatezza contribuirebbero sensazioni corporee interne, come l’attivazione delle difese immunitarie, la sensazione provocata dall’infiammazione stessa, e in misura minore sintomi esterni, visibili della malattia.
È una spiegazione molto logica, lineare, che si inserisce bene nel quadro di riferimento evoluzionista. Ma la spossatezza è davvero definibile un’emozione? Esiste una qualche lista a cui aggiungerla?
Secondo la teoria evoluzionista soddisfa i criteri, come abbiamo visto, ma cos’ha in comune con le altre emozioni per come le percepiamo? Secondo il paradigma essenzialista di cui lo psicologo Paul Ekman è il massimo esponente, ogni emozione avrebbe dei tratti distintivi che la rendono riconoscibile fra le altre.
Secondo Ekman le emozioni più distinte e dunque basilari, sono piacere (spesso reso come “felicità” o “gioia”), paura, disgusto, rabbia e tristezza. Ciò che le rende distinte comprende l’espressione non verbale (espressioni facciali, postura…) e la componente fisiologica (tensione muscolare, battito, temperatura).

Gli altri segnali distintivi sono la componente cognitiva automatica (valutazione automatica degli stimoli sensoriali, se positivi o negativi), l’immediatezza, la brevità della durata dell’emozione, la manifestazione di essa in altri primati, una distintiva esperienza soggettiva, e dei pensieri o delle memorie associate con essa.
Non è necessario che tutti si verifichino per potersi definire un’emozione, secondo Ekman, ma questa dev’essere distinta grazie all’interazione di questi segnali.
Il problema della spossatezza è che presenta forti elementi sia del disgusto che della tristezza, oltre che a causa della sua durata assomigli di più a un umore che un’emozione. È simile al disgusto perché la persona malata evita di mangiare o toccare cose che potrebbero contenere patogeni e prova nausea più facilmente.
È simile alla tristezza perché causa demotivazione, mancanza di energia e rilassamento muscolare, oltre a provocare pensieri negativi e scarsa reattività. Inoltre non è semplice distinguere l’espressione facciale della spossatezza senza l’aiuto di altri indizi o senza che venga richiesto di identificare chi mostra segni di malattia.

Questo punto solleva un dibattito più ampio, cioè il problema dell’approccio essenzialista con la classificazione delle emozioni. L’essenzialismo pone al centro la ricerca di un’essenza, una caratteristica fondamentale nelle cose che possa distinguerle dalle altre. In taluni casi funziona, ma in altri ci si trova in difficoltà.
Nel caso alla mano, le emozioni basilari sono ben distinte e si ritiene abbiano caratteristiche uniche. In virtù di questo sono considerate appunto “alla base”, completamente indipendenti dalle altre. Queste altre sono significativamente più difficili da isolare, da definire ed è anche più difficile tracciarne l’essenza, ciò che le rende uniche.
È molto probabile che il comportamento umano durante la malattia sia in parte dettato da un’istanza emotiva, o più di una, come moltissimi altri comportamenti umani. L’articolo sulla spossatezza rafforza l’idea delle emozioni come una componente essenziale nella sopravvivenza dell’essere umano e nel suo comportamento.

Davide Mansi,
da Cultura Emotiva

Collegamenti:
L’articolo in questione:
Schrock, Snodgrass, Sugiyama (2019) Lassitude: the emotion of being sick

La teoria di Ekman:
Ekman (1999) Chapter 3 Basic Emotions

20 ottobre 2018

L'odore delle emozioni

Capire se le emozioni che proviamo hanno anche un odore. E’ questo lo scopo del progetto coordinato da Pasquale Scilingo, che guida il gruppo di fisiologia computazionale del Centro di ricerca dell’Università di Pisa ‘E.Piaggio’. Il progetto si chiama Potion e ha ricevuto un finanziamento europeo di oltre 6,5 milioni di euro: durerà cinque anni, durante i quali Scilingo coordinerà un consorzio di 10 partner internazionali, provenienti da otto paesi diversi.
“Studieremo le capacità dell’essere umano di trasmettere le proprie emozioni  – sottolinea il ricercatore –  e influenzare il comportamento sociale per mezzo degli odori rilasciati dal proprio corpo: i chemosegnali. Quando proviamo emozioni come felicità e paura, il corpo produce chemosegnali rilasciati attraverso il sudore e potenzialmente in grado di generare un vero e proprio contagio emotivo nel momento in cui vengono percepiti da altri. Le reazioni di colui che
percepisce i chemosegnali potrebbero indurre comportamenti di inclusione e fiducia o di esclusione e lontananza e, conseguentemente, modulare l’interazione sociale tra più individui”.
Il progetto non solo svilupperà l’analisi chimica dei chemosegnali umani per individuare quali molecole vengono rilasciate durante le emozioni di felicità e paura, ma utilizzerà i risultati ottenuti per sintetizzare artificialmente i chemosegnali umani con l’obiettivo è quello di sviluppare un innovativo sistema di rilascio controllato che guidi la strategia di risposta sociale.

6 luglio 2017

Self Mirroring Therapy. L’immagine di sé come strumento di cambiamento

Una donna sta guardando attentamente il suo viso allo specchio. Segue la linea delle rughe d’espressione sulla fronte, sempre aggrottata, poi scende ad osservare la piega della bocca, stretta e incurvata in basso verso gli angoli. La labbra tremano impercettibilmente. E gli occhi? Cosa vede negli occhi? Lo sguardo è fisso, quasi spaventato, con una tendenza all’evitamento, ad allontanarsi dall’immagine che le rimanda il volto e a concentrarsi su particolari insignificanti, come un brufoletto sul naso o la scoperta di un capello bianco sulla tempia. La donna sta leggendo amarezza e ansia sul suo viso, forse ancora di più: uno stato ansioso permanente. In ogni caso, quello è il volto di una persona sofferente.  

Il riconoscimento delle proprie emozioni mediante la lettura del viso è una pratica che alcuni fanno abitualmente e quasi automaticamente, come se stessero osservando se stessi dall’esterno - tale capacità facilita la riflessione sui propri stati mentali e, in senso più ampio, sul proprio modo di funzionare -; allo stesso modo leggono le emozioni sul volto di coloro che incontrano e frequentano. 

È stato ipotizzato che alla base di tale competenza ci sia il sistema dei neuroni specchio e il meccanismo definito da Vittorio Gallese «simulazione incarnata»: quando osserviamo in un altro individuo un’azione o un’espressione emotiva, si attivano in noi i circuiti motori, viscero-motori ed affettivi che sono coinvolti quando noi stessi sperimentiamo quell’azione o espressione emotiva. D’altro canto, diversi studi di neuroimaging dimostrano come durante l’osservazione del proprio volto si ottenga la massima attivazione del sistema dei neuroni specchio, poiché si viene a determinare una totale corrispondenza tra il volto dell’osservatore e dell’osservato. 

Su tali presupposti neurofisiologici si fonda una innovativa metodica psicoterapeutica, la Self Mirroring Therapy (SMT), che tende a promuovere la consapevolezza delle emozioni e dei pensieri del paziente soprattutto nei casi in cui tale capacità sia scarsa o deficitaria e rappresenti un ostacolo al trattamento. La difficoltà a riconoscere le proprie emozioni e i deficit nelle abilità metacognitive sono caratteristiche presenti trasversalmente in soggetti affetti da svariate patologie, dai disturbi alimentari a quelli di personalità, ai disturbi d’ansia, ecc. 

La SMT, avvalendosi di una procedura di videoregistrazione del paziente in alcuni momenti della terapia (mediante strumenti tecnologici quali webcam, computer, cellulare,…) e successiva visione del video, permette al paziente di orientare verso se stesso quei meccanismi di risonanza empatica, mediati dal sistema dei neuroni specchio, che vengono utilizzati per comprendere in modo automatico e intuitivo gli stati emotivi degli altri. 

La SMT può venire integrata all’interno di modelli di psicoterapia già esistenti e convalidati, ad esempio, nel protocollo CBT (psicoterapia cognitiva comportamentale) qualora i pazienti fatichino ad instaurare un rapporto di fiducia con il terapeuta e sia compromesso il rispecchiamento delle emozioni del paziente da parte del terapeuta (un’interessante applicazione è descritta nell’articolo L’integrazione della Self Mirroring Therapy nel protocollo CBT per il trattamento del disturbo ossessivo compulsivo: un caso clinico, a cura di Piergiuseppe Vinai, Maurizio Speciale, Michela Alibrandi, pubblicato su Quaderni di Psicoterapia Cognitiva, FrancoAngeli, fascicolo 38, 2016). 

Osservando le proprie espressioni emotive, il paziente può entrare più facilmente in contatto con la propria condizione di disagio e sofferenza, diventare consapevole delle proprie emozioni, dei propri pensieri, convinzioni e aspettative: condizione indispensabile per attivare percorsi di accettazione, autocompassione (sentimento ben diverso dall’autocommiserazione) e perdono verso se stesso, contribuendo alla creazione di un’idea di sé più positiva e funzionale. Talora è proprio la mancata accettazione di sé che sostiene una patologia o un disturbo ( ad esempio, il disturbo ossessivo) ostacolando i processi di resilienza. In ultima analisi, il paziente è stimolato a prendersi cura di se stesso ed a lavorare sul proprio cambiamento. In fondo, questo è il core di ogni psicoterapia.

Rosalba Miceli, LaStampa.it
Pubblicato il 24/06/2017

10 gennaio 2015

Sorridere per ricordare un sorriso

Quando rievochiamo un’emozione, ci aiutiamo con l’espressione. I sorrisi sono contagiosi, anche quando si tratta di ricordarli. Uno studio condotto da un team della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste dimostra che per ricordare un’emozione (positiva o negativa) “ripercorriamo” la sequenza motoria dell’espressione facciale corrispondente a quell’emozione. In poche parole: per ricordare un sorriso sorridiamo.

Facciamo un sorriso per ricordare la felicità, una smorfia per ricordare il dolore, aggrottiamo le sopracciglia per ricordare la rabbia: “le teorie dell’emozione incorporata,embodied in inglese, sostengono che per capire un’emozione riproduciamo prima i movimenti del viso dell’espressione provocata da quell’emozione,” spiega Jenny Baumeister, ricercatrice della SISSA. “In pratica se osserviamo qualcuno che sorride, per comprendere ciò che prova sorridiamo a nostra volta. Abbiamo applicato questa osservazione nel campo della memoria e abbiamo testato se lo stesso può essere vero anche quando si cerca di ricordare un'emozione”. Baumeister è infatti prima autrice di uno studio  appena pubblicato su Acta Psychologica, che ha verificato se la riproduzione dell’espressione emotiva, sorridere o aggrottare la fronte per esempio, aumenta la capacità di ricordare l’emozione corrispondente.

Negli esperimenti i soggetti rispondevano a un test di memoria per le emozioni. Per controllare le espressioni del viso i ricercatori hanno usato un espediente: nel momento in cui i soggetti dovevano ricordare potevano avere la faccia completamente libera, oppure ‘bloccata’ con una maschera di argilla “molto simile a quelle maschere che si usano normalmente in cosmetica. L’argilla una volta spalmata sulla faccia si indurisce e ostacola le espressioni” spiega Francesco Foroni, neuroscienziato della SISSA anche lui fra gli autori dell’articolo.

I risultati sono chiari: la prestazione nei test mnemonici nelle condizioni con la faccia bloccata è significativamente peggiore che con il viso ‘pulito’. “I dati confermano l’ipotesi che ‘ripetere’ il pattern motorio associato all’emozione agevola il ricordo. Questo ci fa pensare che anche in fase di immagazzinamento dei ricordi l’informazione motoria viene codificata in memoria e riutilizzata nel recupero”, spiega Raffaella Rumiati, professoressa della SISSA che ha coordinato questo studio.

19 dicembre 2013

Parlare di emozioni aumenta l'empatia nei bambini

Secondo uno studio dell’Università di Milano-Bicocca, condotto in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, i bambini che vengono sollecitati a parlare di emozioni sono più empatici e migliorano alcune abilità cognitive. I ricercatori hanno analizzato cinque emozioni: colpa, rabbia, paura, felicità e tristezza. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology 

Rabbia, paura, colpa, felicità e tristezza. Se i bambini ne parlano, in piccoli gruppi e sotto la guida di un adulto, riescono a essere più empatici e migliorano le loro capacità cognitive. È il risultato di uno studio (Veronica Ornaghi, Jens Brockmeier, Ilaria Grazzani Enhancing social cognition by training children in emotion understanding: A primary school study DOI:10.1016/j.jecp.2013.10.005) condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e pubblicato sul “Journal of Experimental Child Psychology”, nell’ambito del progetto PRIN del 2008 Star bene a scuola: il ruolo della teoria della mente nel favorire lo sviluppo socio-motivo e cognitivo nella scuola primaria.   

Sulla scia dei risultati conseguiti in due precedenti studi, condotti dallo stesso team con bambini tra i 3 e i 5 anni, la ricerca, svolta in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, ha coinvolto 110 bambini delle scuole elementari dell’hinterland milanese. I bambini, distribuiti in un gruppo sperimentale e in uno di controllo, avevano tra i 7 e gli 8 anni. Quattro le fasi dello studio: pre-test, training, post-test e follow-up. Nella fase di pre-test sono state proposte ai bambini prove individuali di “comprensione delle emozioni”, di “empatia” e di ”teoria della mente” (prova cognitiva), per valutare il livello di partenza. Poi si è passati alla fase di training che è durata circa due mesi. Durante questo periodo, i bambini del gruppo sperimentale, dopo aver ascoltato delle storie a contenuto emotivo, venivano coinvolti nelle conversazioni sulla comprensione della natura, delle cause e della regolazione delle emozioni. Per promuovere la partecipazione attiva di tutti i bambini, il gruppo è stato a sua volta suddiviso in piccole classi di
circa sei bambini. Le attività si sono concentrate su cinque emozioni, di cui quattro di base (felicità, rabbia, paura e tristezza) e una complessa (senso di colpa). Ciascuna di queste emozioni è stata oggetto di conversazione per tre incontri: il primo focalizzato sulla comprensione dell’espressione, il secondo sulla comprensione delle cause e il terzo sulla comprensione delle strategie di regolazione dell’emozione target. Ogni incontro è stato strutturato in quattro momenti: introduzione al tema da parte dell’adulto, un racconto di vita quotidiana, avvio della conversazione, e riflessione finale da parte dell’adulto (leggi la scheda col dettaglio dell’esperimento).

I bambini del gruppo di controllo, invece, ascoltavano le storie e in seguito facevano un disegno, non partecipando dunque alla conversazione. Nella fase post-test, ai bambini sono state nuovamente proposte le prove; infine, dopo due mesi, a tutti i partecipanti è stata riproposta la prova di comprensione delle emozioni per verificare la persistenza degli effetti prodotti dall’intervento.

E’ emerso che il gruppo dei bambini sottoposti all’intervento migliora significativamente, rispetto al gruppo di controllo, in vari aspetti della comprensione delle emozioni, nella dimensione cognitiva dell’empatia, e nella prova cognitiva di teoria della mente.

La spiegazione dei risultati sta nell’uso della conversazione in piccolo gruppo, che ha favorito il decentramento cognitivo, l’assunzione del punto di vista dell’altro, la consapevolezza delle differenze individuali e il collegamento – da parte dei bambini - tra mondo interno non visibile e azioni manifeste.
«La novità dello studio – spiega Ilaria Grazzani, coordinatrice della ricerca e docente di Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione - consiste proprio nell’avere scoperto che l’intervento sulle emozioni produce miglioramenti anche nella capacità cognitiva di “teoria della mente”, ovvero nella capacità che consente di prevedere i comportamenti degli altri sulla base dell’inferenza dei loro stati mentali (“se ha fatto questo, forse è perché desiderava qualcosa; “se ha agito in un certo modo doveva essere arrabbiato”)».

«All’interno della scuola primaria tradizionalmente deputata all’insegnamento dei saperi curriculari– aggiunge Veronica Ornaghi, assegnista di ricerca –, è possibile realizzare interventi che, oltre a potenziare le abilità socio-emotive, come la comprensione delle cause delle emozioni, l’empatia e l’aiuto nei confronti dell’altro, producono anche miglioramenti su capacità di tipo cognitivo, per esempio, rappresentarsi la mente dell’altro e prevederne i comportamenti, un’abilità indispensabile nella vita sociale».


19 ottobre 2013

I bonobo e lo sviluppo della competenza sociale



Tra i cuccioli di bonobo, saper gestire le proprie emozioni è un requisito necessario per saper consolare i propri simili in situazioni di sofferenza emotiva, e questo comportamento è più frequente negli individui allevati dalle madri che negli orfani. E' quanto risulta da un nuova ricerca sul campo, che per la prima volta dimostra nei primati non umani alcune correlazioni tra competenze emotive acquisite nel periodo dello sviluppo e comportamento sociale
 
L'acquisizione delle competenze sociali che consentono di relazionarsi efficacemente con gli altri è strettamente legata alla capacità di gestire e modulare le proprie emozioni, che a sua volta si sviluppa nella prima infanzia grazie a un buon legame di attaccamento alla madre. Questa correlazione, largamente accettata dagli psicologi dell'età evolutiva per quel che riguarda gli esseri umani, è stata ora documentata per la prima volta nei bonobo, in uno studio condotto da Zanna Clay e Frans B. M. de Waal dello Yerkes National Primate Research Center della Emory University ad Atlanta e pubblicato sui "Proceedings of the National Academy of Sciences".

Con il termine "competenza sociale", in psicologia s'intende un'ampia gamma di capacità che vanno da quella di saper stabilire e mantenere efficacemente relazioni con gli altri, al comportarsi in modo appropriato nelle situazioni sociali ed essere sensibili alle emozioni altrui, oltre a saper gestire efficacemente le proprie. Una parte essenziale della competenza sociale è la regolazione emotiva del soggetto, ovvero il processo di valutazione, modifica e inibizione degli stati interni in risposta alle diverse situazioni.

Gli studi dimostrano che la connessione tra competenze emotive e quelle sociali si struttura durante il periodo dello sviluppo: già nella prima infanzia, i bambini con una migliore regolazione emotiva mostrano un minor grado di stress in risposta al pianto di altri bambini. Una volta stabilita, questa connessione permane anche nell'età adulta: chi possiede una maggiore regolazione emotiva dimostra anche una maggiore empatia verso gli altri, che a sua volta si manifesta con un comportamento di cura e accudimento.

Un esempio tipico di questo genere di comportamento, osservato nell'essere umano e negli altri primati, è quello consolatorio, che passa attraverso il contatto fisico e gesti come l'abbraccio, la carezza o il bacio. Viceversa, i soggetti con una bassa regolazione emotiva tendono a essere sopraffatti dalle emozioni quando si trovano di fronte alla sofferenza psichica di un'altra persona: concentrati su se stessi, non riescono a essere di supporto agli altri.

Per verificare se questo quadro si possa applicare anche ad altri primati, Clay e de Val hanno esaminato lo sviluppo della competenza socioemotiva nei cuccioli di bonobo (Pan paniscus) ospitati in un centro di recupero nella Repubblica democratica del Congo.

Molti di questi cuccioli sono orfani a causa della caccia di frodo, mentre altri sono nati nel centro e perciò sono stati allevati dalle loro madri. Queste diverse origini hanno consentito di confrontare i comportamenti dei piccoli mettendoli in relazione sia con i livelli di regolazione emotiva, misurati tramite alcuni parametri chiave, sia con le esperienze di accudimento nei primi anni di vita.

E' così emerso che i cuccioli di bonobo con migliori competenze emotive e sociali erano più disposti a rispondere alla sofferenza psichica di altri individui offrendo consolazione. Questo comportamento era riscontrato più frequentemente nei bonobo allevati dalle proprie madri che in quelli adottati dal centro di recupero. I risultati dunque confermano la forte correlazione tra competenze emotive e competenze sociali anche nei primati non umani, così come l'importanza di un buon legame con la madre per lo sviluppo di queste competenze.

Possiamo sbagliare a interpretare le emozioni altrui, ma il cervello ci corregge

Comunicato stampa - Capita di interpretare le emozioni degli altri sulla base delle nostre, e questo talvolta può causare errori. Per fortuna nel cervello esistono meccanismi di correzione: gli scienziati della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste hanno individuato un’area cerebrale dove questo meccanismo avrebbe sede
 
Trieste, 10 ottobre 2013 - Quando siamo tristi, il mondo sembra piangere con noi. Quando al contrario siamo felici tutto risplende e i visi di chi ci sta intorno sembrano riflettere la nostra gioia. Questi meccanismi di proiezione delle proprie emozioni sugli altri sono ben noti agli scienziati che li ritengono essere alla base della capacità di interpretare e mettersi in relazione con gli altri. Tuttavia in alcune condizioni possono generare errori grossolani (chiamati bias egocentrico emotivo, EEB) e per evitarli entrano in gioco meccanismi cerebrali di correzione, oggi ancor poco studiati. Giorgia Silani, neuroscienziata della SISSA, insieme a un gruppo internazionale di ricercatori ha individuato un’area del cervello implicata in questo processo di aggiustamento. Lo studio è stato pubblicato su The Journal of Neuroscience.

Negli esperimenti i ricercatori hanno innanzitutto misurato la tendenza dei soggetti a fare questo tipo di errori. Grazie alla risonanza magnetica funzionale hanno poi individuato un’area cerebrale in cui l’attività era chiaramente più intensa proprio quando i soggetti sperimentali commettevano degli errori EEB. L’area incriminata è il giro supra-­?marginale destro, una zona ancora relativamente sconosciuta all’interno delle neuroscienze sociali.

In una terza serie di esperimenti i ricercatori hanno anche provato a “disturbare” l’azione di quest’area cerebrale, inducendone un temporaneo spegnimento attraverso la tecnica della stimolazione magnetica transcranica, una metodologia (innocua) in grado di silenziare brevemente l’attività elettrica dei neuroni. Silani e colleghi hanno osservato che in corrispondenza degli “spegnimenti” i soggetti commettevano significativamente più errori EEB della media, confermando il ruolo cruciale di quest’area cerebrale.

“I risulati di questo studio”, spiega Silani “mostrano per la prima volta quali sono i marker fisiologici di meccanismi sociali altamente adattivi, come la capacità di sopprimere i propri stati emotivi per valutare correttamente quelli degli altri. Future ricerche ci permetteranno di comprendere come queste capacità si sviluppano e decadono nel corso del tempo, e come sarà possibile allenarle”.

29 giugno 2013

L'app antisociale esiste: è 'Hell is other people'


hell_is_other_people.jpgStanchi di sapere cosa stanno facendo minuto per minuto i vostri amici? Nessun problema, è arrivata l'app antisociale che tiene a distanza di sicurezza quelli poco graditi. Il nuovo servizio, disponibile per smartphone, si chiama Hell is other people, e permette di farci evitare incontri sgradevoli localizzandoli fisicamente.

L'utilizzo è semplice. L'app controlla i check-in degli amici entrati su Foursquare e crea una mappa che indica esattamente dove è più probabile non trovarli. Una volta geolocalizzate letradimento_gelosia persone da evitare infatti,  queste saranno evidenziati in giallo su di una mappa di Google. Così facendo, si verranno a creare delle vere e proprie 'zone franche', in cui sarà possibile girare in assoluta tranquillità.

L'ideatore di Hell is other people, è il giovane Scott Garner, studente di un master in telecomunicazioni, che ha descritto così la sua invenzione: "E’ un progetto in parte di satira, in parte è una nota di disprezzo ai social media, e poi è anche un’esplorazione delle mie angosce sociali”.

Unico inconveniente, è che l'app antisociale al momento non è disponibile per gli utenti di Facebook e Twitter ma solo da quelli iscritti a Foursquare.

14 maggio 2013

Biochimica del cervello, i segreti della paura

Il cervello è sicuramente uno degli organi più complessi e affascinanti del corpo umano. E probabilmente, anche uno dei meno compresi. Oggi uno studio che ha visto la collaborazione italiana ha svelato un altro pezzetto dei meccanismi che regolano il sistema nervoso, quello che riguarda la biochimica della mente umana nel caso si provi paura. Uno studio che ha riguardato due molecole, la D-serina e la glicina – implicate nell’attivazione dei recettori NMDA e quindi in una serie di funzioni fondamentali del cervello, tra le quali l’apprendimento, la memoria e il controllo dell’attività motoria – ha infatti in particolare analizzato il loro ruolo nella gestione di questa emozione. Argomento tanto importante da esser valso alla Harvard Medical School di Belmont (Boston) e al laboratorio di Post-genomica funzionale ed ingegneria proteica del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della Vita dell’Università dell’Insubria sede di Varese, la pubblicazione su Nature Communication.

 “Definire i meccanismi che concorrono alla regolazione dell’attività di questi recettori è fondamentale per comprendere il funzionamento del cervello e per studiare malattie neurologiche e psichiatriche”, ha spiegato Loredano Pollegioni, direttore del centro di ricerca interuniversitario “The Protein Factory”. “La capacità di memorizzare, i sentimenti che proviamo, il perché un certo evento susciti in ciascuno di noi una determinata emozione sono processi regolati da precisi fenomeni biochimici: chiarire il ruolo dei neuromodulatori, ossia le molecole che agiscono su diverse regioni del cervello rendendoci quello che siamo, ci aiuterà a capire questo organo e a trovare nuove terapie per pazienti affetti da importanti patologie come la schizofrenia, il disturbo bipolare o il dolore neuropatico»”
Nello specifico, gli scienziati si sono concentrati sull’amigdala, una zona del cervello importante per gestire le emozioni e specialmente la paura. Hanno scoperto che in condizioni “normali” il ruolo principale di modulatore del recettore NMDA lo svolge la D-serina, mentre, all’aumentare dello stato di eccitazione delle sinapsi, la stessa funzione è svolta dalla glicina.

Questo lavoro segue altre due recenti pubblicazioni dello stesso gruppo che hanno avuto un notevole riscontro nella comunità scientifica: la rivista Brain ha pubblicato recentemente un lavoro in collaborazione con l’Università Cattolica di Roma che ha evidenziato come alla base dei danni cerebrali dovuti all’abuso di cocaina vi sia un abbassamento dei livelli di D-serina; la rivista Cell nel 2012 ha riportato i risultati di esperimenti di elettrofisiologia condotti nella regione CA1 dell’ippocampo che hanno dimostrato come l’attività dei recettori NMDA localizzati nello spazio sinaptico ed extrasinaptico sia modulata rispettivamente dalla D-serina e dalla glicina.
Queste ricerche sono state possibili grazie alla messa a punto di specifici sistemi analitici: la dottoressa Silvia Sacchi e il professor Loredano Pollegioni del Centro di ricerca interuniversitario “The Protein Factory” hanno sviluppato mediante tecniche di ingegneria proteica enzimi in grado di riconoscere efficientemente e selettivamente i diversi neuromodulatori. Questi risultati sottolineano il grado di eccellenza della ricerca nel settore delle biotecnologie applicate alle neuroscienze e più in generale alla salute umana dei ricercatori dell’Università dell’Insubria.

13 maggio 2013

Fotografie antidolorifiche

Tenere per mano la persona amata riduce la nostra percezione del dolore. Questo è qualcosa che sappiamo a livello innato, ed è per questo che spesso negli ambulatori medici vediamo le madri che tengono per mano i loro piccoli.
Tuttavia, ora un nuovo studio ci presenta un nuovo trucco che potrebbe aiutarci a controllare il dolore: vedere le foto delle persone che amiamo aiuterebbe a combattere il dolore.
Alcuni psicologi dell’Università della California, hanno coinvolto 25 donne sottoponendole ad una serie di stimoli dolorosi come ad esempio forti pizzicori o sensazione di freddo estremo. Si sono creati quattro gruppi; nel primo i compagni le tenevano per mano mentre si provocavano gli stimoli dolorosi, nel secondo potevano vedere una foto di una persona amata, al terzo veniva mostrata una foto di una persona completamente sconosciuta e infine nel quarto gruppo era un estraneo che teneva per mano la donna. Come si può immaginare, la percezione del dolore si ridusse considerevolmente quando le donne tenevano la mano del compagno o potevano vedere la sua foto.
A confermare questo studio interviene una ricerca realizzata di recente da neuro scienziati dell’Università di Stanford. In questa occasione vennero coinvolte 15 donne, a queste venne chiesto di concentrarsi sulle foto dei loro partner o su quelle di estranei attraenti. Durante l’esperimento si scandivano i loro cervelli e si applicavano stimoli dolorosi al palmo della mano. Alla fine si è potuto riscontrare che la vista delle foto di persone sconosciute (per quanto attraenti fossero) non riduceva la sensazione di dolore ma vedere la foto del partner sì. Precisamente, la vista della foto della persona amata riduceva la percezione del dolore tra il 36 ed il 44%. Ma… cosa stava accadendo al cervello?
Le foto delle persone amate attivavano quelli che si conoscono come i “centri della ricompensa”; cioè, l’amigdala, l’ipotalamo e la corteccia orbito-frontale. Nello stesso tempo, riduceva l’attivazione di altre zone cerebrali come l’insula. I ricercatori considerano che le foto delle persone amate non rappresentano una semplice distrazione ma piuttosto agirebbero come una sorta di droga che può calmare efficacemente la sensazione di dolore.
Fonti:
Younger, J. et. Al. (2010) Viewing Pictures of a Romantic Partner Reduces Experimental Pain: Involvement of Neural Reward Systems. PLoS ONE; 5(10).
Master, S. L. et. Al. (2009) A Picture's Worth. Partner Photographs Reduce Experimentally Induced Pain.Psychological Science; 20(11): 1316-1318.
 
Originale

30 aprile 2013

Saggi, sereni e distaccati con la psicologia cognitiva

Pare che in Spagna il libro del terapeuta cognitivista Rafael Santandreu abbia venduto più di 100.000 copie. Sulla base di questo successo è comparsa la traduzione italiana L’arte di non amareggiarsi, appena pubblicata da Vallardi.
In un periodo di difficoltà, incertezza e crisi per tutti, un esperto di terapia cognitiva ci viene in aiuto: se già le cose decisamente non vanno come noi ci auguriamo, almeno possiamo usare la testa per non renderle perfino peggiori, ‘terribilizzando’, come dice l’autore, e cioè drammatizzandole e lamentandocene per abitudine. Possiamo occuparci di quel che va fatto, ma senza più pre-occuparci a vuoto.
Il metodo è quello razional-cognitivo di Albert Ellis (deceduto nel 2007 a New York all’età di 93 anni), e più che una terapia è un’educazione logico-emotiva.
L’idea di base è che dietro a stress, frustrazione, sofferenza e disagio esistenziale vi siano convinzioni ‘irrazionali’: nel senso di inadeguate a vivere serenamente. Per cui una ‘rieducazione logica’ ci porta alla calma e alla serenità. Citando la filosofia antica di Epitteto, il manuale insegna a essere ‘più forti ed equilibrati a livello emotivo’, trasformando il nostro modo di pensare, rendendoci conto di come il nostro stato d’animo dipenda dalle nostre valutazioni di quel che accade, e non da quel che accade in sé.
Distinguendo tra bisogni, desideri, aspirazioni, pretese, necessità, disinneschiamo il ‘pensiero terribilizzante’ e rendiamo la nostra pace interiore, almeno in qualche misura, indipendente da quel che accade.
Ci liberiamo delle nevrosi radicate nella ‘necessitite’, nel credere cioè di aver assoluto bisogno, per poter riuscire a vivere, di quel che, più semplicemente, non è che un nostro desiderio. Niente male!
L’autore dimostra che la preoccupazione e la negatività sono irragionevoli, e apre ad un dialogo interiore adatto allo scopo di star bene. Nella nostra attuale quotidianità caratterizzata da cattive notizie, ansia diffusa, dall’abitudine a lamentarci e a polemizzare si tratta di un libro che, nella sua semplicità, può essere davvero utile a tanti.
Tuttavia il suo linguaggio mi sembra un poco di altri tempi. Forse ha a che fare con le origini storiche dell’approccio cognitivista, il secondo dopoguerra con la sua fiducia nella razionalità e nella scienza, o banalmente con la traduzione, ma sono molti i concetti che esprimono una tendenziale implicita normatività, ad esempio: ‘…imparare a riconoscere cosa pensiamo in maniera sbagliata…’ (a pag. 72) – dove col termine ‘sbagliata’ si intende ‘inadeguata allo scopo di mantenere la calma’. Oppure (pag. 73): ‘combattere le credenze irrazionali’, dove con ‘irrazionali’ si intende ‘controproducenti’, sempre allo scopo di star bene. 
Accettare gli altri e le situazioni ‘non significa rassegnarsi’, ma usare la propria intelligenza per distinguere tra quel che dipende da noi – le nostre valutazioni e pensieri – e ciò che non dipende da noi – gli avvenimenti che possiamo definire ‘emergenze’, problemi, difficoltà, sfide, e che, al di la di quel che ne pensiamo, ‘accadono e basta’.

22 marzo 2013

Come cambiano le emozioni nei libri del XX secolo


Come cambiano le emozioni nei libri del XX secolo

A giudicare dai testi letterari, nel corso degli ultimi cinquant'anni la nostra società sembra sempre meno interessata a comunicare le emozioni, con una sola eccezione: la paura. Questa sorta di "avarizia espressiva" è emersa dall'analisi della frequenza delle parole legate ai sentimenti che compaiono nei libri pubblicati nel secolo scorso, milioni dei quali sono oggi disponibili in forma digitale
Se la letteratura riflette in qualche misura il mondo in cui nasce, negli ultimi cinquant'anni la nostra società è diventata sempre meno capace o sempre meno interessata a esprimere emozioni. Con una vistosa eccezione: la paura. A scoprirlo è stata una approfondita analisi statistica sull'uso delle parole che veicolano stati emozionali, condotta su un'ampissima base di dati relativa ai libri pubblicati nel XX secolo, e illustrata in un articolo pubblicato sulla rivista “PLoS ONE".

Alberto Acerbi, attualmente all'Università di Bristol, e colleghi, hanno sfruttato il database Ngram di Google, che contiene la digitalizzazione di oltre cinque milioni di libri, prendendo in considerazione quelli pubblicati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra il 1900 e il 2000. In questo sterminato mare di parole, sono andati alla ricerca delle parole che esprimono emozioni basandosi su elenchi di vocaboli – già applicati in precedenti studi – che permettono di classificarle in categorie come rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa.
Il primo risultato è stato l'emergere con grande chiarezza di periodi in cui è molto più frequente l'uso di espressioni che indicano felicità e di altri in cui invece prevale la tristezza, periodi che corrispondono a grandi eventi storici. Così, dopo la felice euforia espressiva degli anni venti del Novecento, si è avuto un picco di manifestazioni di tristezza in coincidenza con la grande depressione e con la seconda guerra mondiale, e un poi ritorno della felicità durante gli anni sessanta del baby boom.
Il secondo dato, più sorprendente, è la diminuzione generale, sempre più netta e progressiva, dell'uso di parole relative a stati d'animo, una diminuzione che non è un riflesso della pubblicazione, per esempio, di un maggior numero di libri tecnico-scientifici perché si manifesta anche quando si considerano solo le opere di narrativa e critica letteraria.

All'interno di questa generale flessione, l'emozione che sembra diventare maggiormente “fuori moda” è il disgusto, mentre l'espressione della paura, dopo essere diminuita anch'essa per gran parte del XX secolo, a partire dagli anni settanta aumenta notevolmente, in controtendenza rispetto al costante declino degli altri stati d'animo.
I ricercatori hanno osservato anche una progressiva diversificazione geografica: oggi, al contrario di quanto accadeva un tempo, gli autori americani esprimono più emozioni di quelli britannici. Questa inversione di ruoli, pur facendo parte di una più generale differenziazione stilistica fra inglese britannico e inglese americano, è iniziata negli anni sessanta per esplodere dagli anni ottanta, in coincidenza – osservano gli autori - con l'aumento di sentimenti narcisisti e “poco sociali” nei testi delle canzoni popolari degli Stati Uniti, rilevato da un'altra recente ricerca.
Questo aumento di espressioni di contenuto emozionale appare però improntato a un intimismo al limite dell'egocentrismo, come evidenzia l'impennata dei pronomi di prima persona singolare (come, “io”, “me”, “mio”), a scapito di parole che indicano interazioni sociali (come “amico”, “parlare”, "noi", “bambino”).

8 giugno 2012

Il senso emotivo profondo delle carezze altrui

Nel nostro cervello, nulla è veramente oggettivo: perfino la nostra percezione del tocco di un'altra persona è plasmata da ciò che proviamo verso di essa. Lo ha dimostrato una ricerca che, analizzando le vie di elaborazione cerebrale dell’informazione tattile e dei suoi aspetti nella comunicazione sociale,  ha scoperto che  non ci sono due vie distinte per elaborare gli aspetti fisici ed emotivi del tatto. Una possibile ricaduta pratica della ricerca riguarda gli interventi di aiuto per le persone con autismo e le vittime di abusi sessuali e fisici.

Almeno per quanto riguarda le carezze, fatti e opinioni sono una cosa sola. Si potrebbe risassumere così il risultato di una ricerca publicata sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” (PNAS) che ha analizzato le vie di elaborazione cerebrale dell’informazione tattile e dei suoi aspetti nella comunicazione sociale. La carezza è infatti uno dei segnali sociali più potenti dal punto di vista emozionale.
"Intuitivamente, tutti noi crediamo che quando siamo toccati da qualcuno, per prima cosa percepiamo oggettivamente le proprietà fisiche del tocco: la sua velocità, la sua dolcezza, la rugosità della pelle, e che solo dopo, in un secondo momento, apprezziamo più o meno questo tocco in base di chi ci ha toccato", dice Valeria Gazzola, ricercatrice italiana già allieva di Giacomo Rizzolatti, attualmente all’University Medical Center di Groningen e prima firmataria del’articolo.
Invece le cose non stanno così. Gli esperimenti condotti dai ricercatori hanno infatti dimostrato che questa concezione a due fasi non è corretta, almeno per quanto riguarda la separazione tra le regioni cerebrali coinvolte: ciò che pensiamo di chi entra in contatto con noi distorce anche la rappresentazione apparentemente oggettiva di com’è il tocco sulla pelle. "Niente nel nostro cervello è veramente oggettivo", aggiunge Christian Keysers, che ha partecipato alla ricerca. "La nostra percezione è profondamente e pervasivamente plasmata da come sentiamo le cose che percepiamo".

Anche se vi sono dati che indicano il ruolo dell’insula – una struttura cerebrale nota per essere coinvolta nella gestione dell’emotività sociale - nell’elaborazione della componente affettiva della sensazione tattile, la nuova ricerca mostra che è già la corteccia somatosensoriale primaria - la regione cerebrale che decodifica le proprietà di base del tocco, per esempio la ruvidità di una superficie - a elaborare la gradevolezza o meno di un contatto sociale tattile come una carezza.
Per dimostrarlo i ricercatori hanno misurato il livello di attivazione cerebrale in 18 volontari eterosessuali maschi mentre venivano accarezzati su una gamba. I partecipanti non potevano vedere chi li accarezzava, ma guardavano un video che mostrava una donna attraente o un uomo che si chinava verso di loro per toccarli. In realtà, le carezze erano sempre date da una donna e con identiche modalità. I volontari hanno poi riferito di aver trovato piacevole l'esperienza quando ad accarezzarli era una donna e repulsiva quando pensavano che fosse stato un uomo.  Il dato rilevante, tuttavia, è che a questa differenza di valutazione dell’esperienza corrispondeva una maggiore attività nella corteccia somatosensoriale primaria quando erano convinti di essere stati toccati da una donna.
Una possibile ricaduta pratica della ricerca è l’elaborazione di protocolli per cercare di rimodellare le risposte sociali al contatto fisico nelle persone con autismo, lavorando sui primi percorsi sensoriali per aiutare i bambini autistici a rispondere più positivamente al tocco dei genitori, o per ristabilire risposte positive al tocco nelle vittime di abusi sessuali e fisici.

18 maggio 2012

Nati per distruggere? Guerre e aggressività nella specie umana



L'uomo è biologicamente destinato alla distruttività? Appartenenze etniche e credenze religiose sono davvero fonte di conflitti? Quali dinamiche ostacolano o agevolano la possibilità di una società multiculturale? "Science" dedica uno speciale al problema della guerra, indicando come la scienza può aiutare a chiarire i principali fattori che influenzano il rischio di guerre e di violenza di massa all'interno delle società 
di Gianbruno Guerrerio (LeScienze)


Con la fine della Guerra fredda, molti hanno sperato che si aprisse un’era di pace, in cui tanta parte delle risorse indirizzate a mantenere l’equilibrio del terrore potesse indirizzarsi finalmente al miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità.
Non è andata così. E’ solo cambiata la tipologia dei conflitti, con una diminuzione di quelli fra Stati, un aumento dei conflitti interni internazionalizzati, ossia di quelli che pur mantenendo l'epicentro all’interno di uno Stato finiscono per coinvolgere altre nazioni, e una prosecuzione inalterata degli altri conflitti interni, ma con potenziale coinvolgimento di un numero sempre superiore di persone, anche in relazione alla diffusione del terrorismo.
E’ possibile guardare da una prospettiva scientifica a questo fenomeno? Può la scienza aiutare a chiarire i principali fattori che influenzano il rischio di conflitti e di violenze di massa? La domanda potrà apparire fuori luogo, o quanto meno fuori epoca, a chi ritiene che con l’Olocausto e la bomba atomica la scienza abbia “perso l’innocenza” e posto fine all’ultima delle “grandi narrazioni” che avevano permesso la coesione sociale e ispirato le utopie che si sono succedute nella storia dell’umanità, per aprire le porte a quella società post-moderna descritta da tanti sociologi, da Jean-François Lyotard a Zygmund Bauman, che, divenuta “liquida” e priva di un senso di comunità, cerca di ritrovarlo attraverso la creazione di ghetti identitari più indifferenti che tolleranti verso gli altri e sempre pronti a entrarvi in conflitto.
La scienza, però, è la sola a poter mettere insieme la massa di conoscenze, competenze e capacità di problem solving indispensaile per promuovere uno sviluppo equo e democratico, proteggere i diritti umani,porre vincoli sulle armi e diminuire il rischio di conflitti e violenze di massa. Ed è in questo spirito che “Science” dedica buona parte del suo ultimo numero a una serie di articoli in cui, a partire dall’analisi delle profonde radici evolutive che hanno nell'uomo sia lo scontro violento sia anche la capacità di mediare i conflitti, traccia la traiettoria della violenza e della guerra nel corso della storia, per arrivare a indicare un percorso verso un futuro meno violento.

Nati per distruggere? Il rapporto dell’uomo con la sua distruttività è una questione dibattuta da secoli. Basti ricordare che mentre Jean-Jacques Rousseau sosteneva che disuguaglianza, oppressione e paura fossero un portato di una società complessa mal regolata, Thomas Hobbes sosteneva che la vita senza l'ordine sociale e una rigida gerarchia era "solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve”. Ma mentre alcuni studi antropologici della prima metà del secolo XX – come quello sugli Arapesh della Nuova Guinea, che nel 1935 portarono Margaret Mead a scrivere che “uomini e donne sono naturalmente materni, gentili, sensibili, e non aggressivi” - sembravano dare ragione al filosofo francese, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale si diffuse l’idea dell’uomo come "scimmia assassina", in contrapposizione agli altri primati considerati invece pacifici. Un’idea che si faceva forte, anche forzandole, delle tesi sostenute da Konrad Lorenz nel suo libro Il cosiddetto male, che indicava l’aggressività come eticamente neutra, un istinto destinato a regolare problemi di territorialità, difesa della prole, selezione sessuale e ordine gerarchico.
Questa prospettiva ha fatto ancora più presa dopo la scoperta che gli scimpanzé sono molto meno pacifici di quanto ritenuto e che possono organizzare scorribande letali ai danni sia di altre specie di scimmie sia di altri gruppi di scimpanzé. La scoperta ha spinto a far risalire il peccato originale della distruttività intraspecifica al “Pan ancestrale”, l’antenato comune alla nostra specie e allo scimpanzé.
Al riequilibramento di questa concezione sono dedicati gli articoli di Frans de Waal, Christopher Boehm e D.P. Fry. de Waal, della Emory University, analizza il comportamento delle due specie di primati a noi più vicine e afferma che "mentre gli scimpanzé possono essere violenti in modo letale, i bonobo sono relativamente tranquilli e molto empatici sia nel loro comportamento sia a livello di organizzazione del cervello” osservando come la ricerca sui primati suggerisca che l'empatia può essere il fattore motivazionale per il comportamento "prosociale" negli esseri umani.
Christopher Boehm, dell’University of Southern California a Los Angeles, traccia la storia evolutiva del conflitto confrontando il comportamento dell’uomo, degli scimpanzé e dei bonobo per cercare di desumere quello del comune antenato ancestrale, il quale con tutta probabilità non tendeva a ingaggiare conflitti a tutto campo come l’uomo moderno. La guerra avrebbe quindi iniziato a far parte della vita della nostra specie all’epoca dei cacciatori-raccoglitori, che però erano comunque in grado di utilizzare strumenti meno concreti ma altrettanto solidi di mazze e lance per risolvere i conflitti, quali tregue e trattati di pace.

Nati per distruggere? Guerre e aggressività nella specie umana
La società dei bonobo è improntata alla cooperazione e alla ricerca della mediazione
L'argomento è ripreso da D.P. Fry, della Åbo Akademi University a Vasa, in Finlandia, che illustra come le ricerche secondo cui gli Yanomami guerrieri avevano un maggiore successo riproduttivo rispetto ai non guerrieri, a una più attenta valutazione teorica, matematica ed empirica, sembrano condurre a conclusioni opposte, sgombrando il campo da un argomento più volte portato a favore dell’ancestralità della bellicosità umana.
Sull’altro piatto della bilancia Fry mette l’esempio di tre gruppi di società limitrofe pacifiche: le tribù del bacino superiore del fiume Xingu in Brasile, la Confederazione degli Irochesi dello Stato di New York, e l'Unione europea, dalla cui analisi estrae sei caratteristiche importanti per la creazione e il mantenimento della pace, tra cui un'identità sociale generale, l'interconnessione e interdipendenza tra i sottogruppi, e l’esistenza di un simbolismo e di cerimonie che rafforzano la pace.
Il problema centrale sembra dunque quello di identificare le dinamiche che sottostanno alla formazione di gruppi che rifiutano la possibilità di un terreno d’incontro comune

Conflitti etnici e religiosiNell’analisi sul ruolo che hanno le divisioni etniche in molti conflitti civili, Joan Esteban e colleghi della Barcelona Graduate School of Economics e della New York University, mostrano l’importanza di distinguere i concetti di polarizzazione, che si riferisce al numero di gruppi etnici diversi in una popolazione, e di frazionamento, che esprime il grado di antagonismo tra gruppi etnici o di alienazione all'interno di un gruppo. Sulla base dei dati relativi ai conflitti avvenuti in 38 paesi fra il 1960 e il 2008, gli autori mostrano attraverso un modello numerico che l’etnia non è rilevante di per sé allo scatenamento delle violenze, ma che ha una funzione strumentale.
Attraverso un’analisi dei canali di influenza sul conflitto, i ricercatori dimostrano inoltre che il frazionamento ha un ruolo maggiore nelle situazioni in cui il conflitto mira alla conquista di un vantaggio di carattere principalmente “pubblico”, come il potere politico o l’egemonia religiosa, mentre la polarizzazione è sfruttata in modo più significativo quando il vantaggio cercato coinvolge interessi “privati”, come l’accaparramento di ricorse, infrastrutture, sussidi.
Una conclusione simile sembra emergere anche dall’analisi condotta da Scott Atran e Ginges Jeremy, rispetttivamente del CNRS–Institut Jean Nicod di Parigi e della New School for Social Research a New York, sul peso del fattore “religione” nella genesi e nello sviluppo dei conflitti. Gli autori notano che le questioni esplicitamente religiose hanno motivato solo una piccola minoranza delle guerre e dei conflitti interni registrati, ma che spesso a questioni secolari che potrebbero essere risolte pacificamente o razionalmente viene sovrapposto un quadro religioso che rende non negoziabili le posizioni in gioco.
Se infatti la religione può favorire la fiducia nel “noi” (ingroup), può anche aumentare la sfiducia negli “altri” (outgroup). Attraverso la religione, in situazioni di tensione, preferenze sociopolitiche altrimenti “banali” possono diventare valori sacri, che operano come imperativi morali, diventando immuni all’influenza degli incentivi materiali che potrebbero essere materia di trattativa in vista di una composizione del conflitto.
Per questo, concludono i ricercatori, “abbiamo bisogno di sapere di più sui meccanismi cognitivi e sociali alla base della sacralizzazione dei valori che cementa la devozione personale alle norme del gruppo. (…) Gli studi di neuroimaging possono chiarire come i valori della religione e sacri differiscano da credenze e valori secolari, per comprendere meglio come interagiscono e quali aspetti siano suscettibili di manipolazione e indirizzamento verso la violenza o la nonviolenza. Abbiamo bisogno di sviluppare gli studi su come i bambini acquisiscono i valori della religione e del sacro, e come le persone arrivino a cambiarli o abbandonarli.”

Il multiculturalismo e le dinamiche dei gruppi La distinzione fra “noi” (ingroup) e gli “altri” (outgroup) è al centro anche degli articoli di Richard Crisp e Rose Meleady, dell’University of Kent, e di Naomi Ellemers, della Leiden University, che affrontano il problema del multiculturalismo e delle dinamiche di gruppo correlate.
L’aumento di tensioni e conflitti interni in paesi che  nei decenni scorsi hanno visto un flusso di immigrazione significativo ha portato molti a parlare di fallimento del multiculturalismo. Nel loro articolo, Richard Crisp e Rose Meleady illustrano una serie di recenti studi che mostrano come i nostri comportamenti sociali siano legati a due differenti sistemi cognitivi: da un lato, abbiamo un ancestrale propensione, cablata nei circuiti cerebrali, a classificare le persone nelle categorie "noi" e "loro"; dall’altro il nostro cervello ha anche un sistema dedicato all'aggiornamento delle aspettative sulla base di nuove informazioni.
L'esistenza di due sistemi per stringere alleanze, osservano gli autori, potrebbe spiegare i risultati divergenti in caso di contatto interculturale. Dove i gruppi tendono a essere chiusi in se stessi, ad agire è in prevalenza il primo sistema cognitivo, mentre dove la politica incoraggia le persone a far proprie più appartenenze sociali trasversali – in particolare quelle che sfidano le aspettative basate su categorizzazioni ancestrali - si mobilita il secondo sistema cognitivo che riduce le emozioni negative stimolando la creazione di nuove alleanze.

Nati per distruggere? Guerre e aggressività nella specie umana
Una scena dello spettacolo per il festeggiamento dell'elezione di Nelson Mandela

Naomi Ellemers prospetta un’analisi dei meccanismi che portano alla discriminazione sociale, all'aggressività e al conflitto tra gruppi diversi all’interno di una società lungo le linee della teoria dell’identità sociale, originariamente sviluppata negli anni settanta da Henri Tajfel e John Turner. La teoria mira a identificare gli specifici processi cognitivi di base e le condizioni sociali che possono chiarire e permettere di prevedere quando e perché le persone pensano, sentono e agiscono come membri di un gruppo e quando si hanno maggiori probabilità che rispondano come singoli individui.
L’autrice sottolinea che gli studi che documentano i principi universali del comportamento umano hanno avuto la tendenza a concentrarsi sull'individuo come centro di autocoscienza, autocontrollo e preoccupazione per sé, ma che scrupoli personali, preferenze e idiosincrasie possono apparire meno importanti, quando le persone si sentono fortemente parte di un gruppo, in particolare quello che la Ellemers chiama “gruppo self”.
Nella sua analisi, Ellemers mostra che nello sviluppo di queste dinamiche il gruppo, solitamente considerato fonte di sostegno, può invece trasformarsi in qualcosa che mina la fiducia in se stessi, finendo per aumentare le tensioni sociali. Il “gruppo self” può portare le persone ad assumere un comportamento che opposizione agli ideali personali (per esempio, non fare del male), se questo sembra l'unico modo per acquisire importanti obiettivi collettivi, facendo apparire la violenza giustificata per ottenere un cambiamento sociale. Allo stesso modo, anche l’interesse personale, come l’attenzione alla propria sicurezza, può annullarsi nel perseguimento di ideali condivisi.

17 febbraio 2012

Il lato positivo della rabbia

Uno studio rivela il ruolo di incentivo all'ottenimento di una ricompensa di questa emozione, ruolo che è solitamente ignorato perché ci si concentra sui meccanismi di evitamento che vi sono connessi

Il lato positivo della rabbia

In genere si ritiene che la rabbia sia un sentimento esclusivamente negativo, ma in realtà ha alcuni aspetti positivi, secondo quanto risulta da una ricerca condotta dal 2010 presso l'Università di Utrecht e pubblicata sulla rivista Psychological Science. Questa emozione, ricordiamo, attiva un'area nell'emisfero sinistro del cervello che è associata a diverse altre positive e, al pari di queste, può motivare le persone a ottenere qualcosa.
"Solitamente le persone sono motivate a fare qualcosa o a ottenere qualcosa perché rappresenta una ricompensa. Ciò significa che l'oggetto è positivo e rende felici", osserva Henk Aarts, primo firmatario dell'articolo, in cui è descritta la ricerca volta a indagare il possibile legame fra rabbia e desiderio di ottenere qualcosa.

Nello studio ogni partecipante osservava un monitor su cui apparivano le immagini di diversi oggetti comuni, come una tazza o una penna. Tuttavia, appena prima di ciascuna immagine di oggetti appariva per un tempo brevissimo, in modo che il soggetto non ne prendesse coscienza, anche un viso con un'espressione neutra, arrabbiata o impaurita. In questo modo l'immagine subliminale associava a ogni oggetto una coloritura emotiva. Alla fine dell'esperimento, veniva chiesto alle persone quanto desiderassero i diversi oggetti.
In una seconda versione dell'esperimento i partecipanti dovevano stringere una manopola per ottenere l'oggetto desiderato, e chi stringeva più forte aveva l'opportunità di ottenerlo.

E' risultato che le persone mettevano il loro maggiore impegno per ottenere gli oggetti associati a facce arrabbiate. "La cosa ha senso, se la pensiamo in termini di evoluzione della motivazione umana", osserva Aarts: se, per esempio, nell'ambiente c'è scarsità di cibo, le persone che associano il cibo alla rabbia e la convertono in una risposta di attacco per ottenerlo, è più facile che sopravvivano. Se il cibo non produce rabbia o aggressività nel proprio sistema, si può morire d'inedia e perdere la battaglia.

I partecipanti non avevano idea del fatto che l'oggetto del loro desiderio avesse a che fare con la rabbia: "Quando si chiedeva perché si fossero impegnati per ottenerlo, affermavano semplicemente: 'Perché mi piace'. E questo ci dice quanto poco sappiamo delle nostre stesse motivazioni", ha concluso Aarts