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20 ottobre 2018

L'odore delle emozioni

Capire se le emozioni che proviamo hanno anche un odore. E’ questo lo scopo del progetto coordinato da Pasquale Scilingo, che guida il gruppo di fisiologia computazionale del Centro di ricerca dell’Università di Pisa ‘E.Piaggio’. Il progetto si chiama Potion e ha ricevuto un finanziamento europeo di oltre 6,5 milioni di euro: durerà cinque anni, durante i quali Scilingo coordinerà un consorzio di 10 partner internazionali, provenienti da otto paesi diversi.
“Studieremo le capacità dell’essere umano di trasmettere le proprie emozioni  – sottolinea il ricercatore –  e influenzare il comportamento sociale per mezzo degli odori rilasciati dal proprio corpo: i chemosegnali. Quando proviamo emozioni come felicità e paura, il corpo produce chemosegnali rilasciati attraverso il sudore e potenzialmente in grado di generare un vero e proprio contagio emotivo nel momento in cui vengono percepiti da altri. Le reazioni di colui che
percepisce i chemosegnali potrebbero indurre comportamenti di inclusione e fiducia o di esclusione e lontananza e, conseguentemente, modulare l’interazione sociale tra più individui”.
Il progetto non solo svilupperà l’analisi chimica dei chemosegnali umani per individuare quali molecole vengono rilasciate durante le emozioni di felicità e paura, ma utilizzerà i risultati ottenuti per sintetizzare artificialmente i chemosegnali umani con l’obiettivo è quello di sviluppare un innovativo sistema di rilascio controllato che guidi la strategia di risposta sociale.

4 gennaio 2015

Déjà-vu

Comunicato stampa - L’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr, in collaborazione con la clinica neurologica dell’Università 'Magna Graecia' di Catanzaro, ha svelato gli scenari neurobiologici sottostanti questo affascinante e misterioso fenomeno psichico. Finora, non esisteva una risposta scientifica definitiva che ne spiegasse il funzionamento. La ricerca è pubblicata su Cortex 

CNR: Il déjà-vu? E' un’anomalia cerebrale a causarlo
Il déjà-vu è un fenomeno psichico presente in circa l’80% della popolazione normale, che consiste nell’erronea sensazione di aver già visto un’immagine o vissuto un avvenimento o una situazione. Finora non è stata trovata una spiegazione plausibile a questo affascinante fenomeno, anche perché si è sempre studiato il déjà-vu in condizioni di normalità, senza mai considerare la condizione patologica. 

I pazienti con epilessia sono un modello patologico più noto in letteratura in quanto le illusioni déjà-vu sono, in realtà, manifestazioni epilettiche derivanti dalle scariche all'interno del cervello. I ricercatori dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) di Catanzaro, in collaborazione con l’Istituto di neurologia della locale Università 'Magna Graecia', hanno confrontato per la prima volta al mondo il cervello delle persone più colpite da déjà-vu, sia pazienti neurologici affetti da epilessia sia soggetti sani. La ricerca è pubblicata sulla rivista Cortex.

“L’obiettivo di questa ricerca era di scoprire se esista una base anatomo-fisiologica comune nella genesi del déjà-vu tra soggetti sani e pazienti che possa spiegare le basi di un fenomeno psichico che, in alcune circostanze, diventa patologico”, afferma Angelo Labate, neurologo associato dell’Ibfm-Cnr e docente presso l’Università 'Magna Graecia'. “Lo studio ha evidenziato che sia i soggetti malati, sia le persone sane interessate da déjà-vu, presentano anomalie a livello morfologico, che coinvolgono però aree cerebrali diverse. I pazienti affetti da epilessia evidenziano anomalie localizzate nella corteccia visiva e nell’ippocampo, cioè nelle aree cerebrali
deputate al riconoscimento visivo e alla memorizzazione a lungo termine. Questa scoperta dimostrerebbe che la sensazione di déjà-vu, riportata dai pazienti durante un episodio epilettico, è un sintomo organico di una memoria reale, anche se falsa”.

Diversamente, i soggetti sani che vivono questa esperienza “presentano piccole variazioni anatomiche in un’area cerebrale (corteccia insulare) che ha il compito di convogliare tutte le informazioni sensoriali all'interno del sistema limbico/emotivo”, aggiunge Antonio Cerasa dell’Ibfm-Cnr. “Tale modifica parrebbe dimostrare che nel soggetto sano l'esperienza del déjà-vu è in realtà un fenomeno di alterata sensorialità dello stimolo percepito, più che un ricordo alterato: noi pensiamo di aver già visto quel posto, ma in realtà è la sensazione che abbiamo provato nel vederlo che ci richiama uno stimolo mnestico precedentemente associato”.

 


19 dicembre 2014

Perché alcuni antidepressivi all'inizio peggiorano i sintomi

L'effetto paradossale di alcuni antidepressivi – un possibile temporaneo aggravamento dei sintomi prima del loro alleviamento – è legato all'interferenza con la capacità dei neuroni bersaglio di rilasciare oltre alla serotonina anche un altro neurotrasmettitore, il glutammato. La scoperta apre la strada allo sviluppo di nuovi farmaci privi di questo inconveniente.

La causa di un effetto paradossale degli antidepressivi più diffusi  – il rischio di un peggioramento dei sintomi all'inizio della somministrazione del farmaco – è stata chiarita da un gruppo di ricercatori della Otto-von-Guericke Universität a Magdeburgo, in Germania, e della Radboud University a Nijmegen, nei Paesi Bassi, che firmano un articolo su “Trends in Cognitive Sciences.
Gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) – la classe di farmaci antidepressivi prescritta più ampiamente  – funzionano aumentando i livelli del neurotrasmettitore serotonina, che a livello cerebrale è il più importante regolatore del tono dell'umore.
Dopo la somministrazione di un SSRI l'aumento di serotonina si verifica rapidamente – nell'arco di pochi minuti od ore. Tuttavia, i pazienti devono assumere il farmaco per circa due settimane prima di sperimentare un alleviamento dei sintomi. Durante questo periodo di latenza, i sintomi della depressione possono aggravarsi, con un aumento dell'ansia e un più elevato rischio di suicidio.
Studi recenti recenti hanno dimostrano che i neuroni serotoninergici – quelli che usano la serotonina per comunicare fra loro –  rilasciano anche un altro neurotrasmettitore, il glutammato, che è collegato ai sistemi cerebrali che controllano il piacere e l'apprendimento.
 
Gli esperimenti condotti da Adrian Fischer e colleghi suggeriscono che gli SSRI influenzino entrambi questi segnali, ma in modi diversi. Più specificamente, il rapido aumento dell'attività serotoninergica dei neuroni monopolizzerebbe a favore della serotonina la scorta di vescicole prodotte dal neurone per conservare all'interno delle proprie terminazioni – le sinapsi – i neurotrasmettitori da rilasciare oppure quelli ricaptati. In questo modo, il glutammato sarebbe privato del “veicolo” necessario per essere rilasciato, almeno fino a quando il neurone non riesce ad adeguare la produzione di vescicole all'aumentato fabbisogno.
Così, dice Fischer, "mentre la componente serotoninergica è immediatamente amplificata in seguito alla somministrazione di SSRI, la componente glutammato crolla improvvisamente, per rinormalizzarsi solo dopo diversi giorni di trattamento farmacologico". Proprio questa differenza temporale nella risposta al farmaco spiegherebbe la paradossale differenza di effetto a breve e lunga scadenza degli SSRI.

La comprensione di questo meccanismo può aprire la strada alla definizione di nuovi bersagli farmacologici che permettano di ridurre il tempo di latenza nell'efficacia degli SSRI o addirittura alla progettazione di nuovi tipi di antidepressivi.

7 dicembre 2014

Adolescenti: il primo pensiero al mattino? Internet

Conclusa la migrazione dal computer al telefonino: il 93% degli adolescenti si collega a internet dallo smartphone. Sempre più tempo speso a chattare nelle ore notturne. Tutti in gara per un “I like”, e il 13% ha provato il gioco d’azzardo online, nonostante il divieto ai minori. In leggera riduzione il fumo di sigaretta. E’ in estrema sintesi quanto emerge dall’indagine nazionale della Società Italiana di Pediatria, arrivata quest’anno alla sua sedicesima edizione e condotta su un campione nazionale rappresentativo di 2107 studenti (1073 maschi – 1034 femmine) di terza media. 

L’Indagine registra, ininterrottamente da sei anni, un incremento esponenziale dell’uso di internet tra gli adolescenti: nel 2008 solo il 42% del campione utilizzava internet tutti i giorni contro l’attuale 81%. Due sono le novità che emergono quest’anno. La prima è che si è conclusa la “migrazione” dal computer allo smartphone: la percentuale di adolescenti che si collega a internet dal telefonino è passata dal 65% del 2012 al 93% nel 2014. La quasi totalità degli adolescenti, dunque, ha internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata. E internet, salvo qualche sporadico utilizzo, vuol dire essenzialmente social network. 

La seconda rilevante novità è rappresentata proprio dal boom di nuovi social, attraverso i quali gli adolescenti, ma oggi sempre di più tantissimi preadolescenti alla soglia delle scuole medie, esercitano le loro sperimentazioni social. Il 75% del campione ha un profilo su Facebook, ma ormai ben l’81% degli adolescenti è sbarcato su WhatsApp, che non è solo uno strumento di messaggistica, ma può essere utilizzato a tutti gli effetti come un potente “social”; il 42% su Instagram, vetrina di foto ad alto tasso di esibizionismo; il 30% dei maschi e il 37% delle femmine (percentuali in velocissima ascesa) su ASK, dove la possibilità di comunicare sotto anonimato lo ha reso teatro di i casi di cyberbullismo con esiti drammatici; solo il 23% è su Twitter, social meno gettonato tra i giovanissimi. 

I comportamenti a rischio. Il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver postato un proprio “selfie” provocante, percentuale certamente sottostimata se si considera che il 48% dello stesso campione afferma contemporaneamente di avere amici e compagni che postano selfie provocanti. Tra gli altri comportamenti a rischio il 19% ha dato on line il telefono, il 16,8% ha inviato una foto, il 24,7% ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% si è incontrata con lui, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. E se all’87,6% piace internet perché si può stare in contatto con gli amici, per il 60,2% internet è addirittura irrinunciabile. 

La posizione della Sip, Società italiana di Pediatria. Per il presidente Giovanni Corsello «“I social network non vanno demonizzati, il problema come sempre è l’abuso. La migrazione degli adolescenti dal computer al telefonino rende difficilissimo per i genitori rendersi conto del tempo effettivamente speso dai figli sui social. E’ inoltre difficile dettare regole di comportamento dal momento che la stragrande maggioranza degli adulti non ha idea di come si sviluppa la socialità sui nuovi social network, di come si strutturano le relazioni, non conosce il linguaggio utilizzato. Le nostre risorse per prevenire comportamenti a rischio sono il dialogo, l’ascolto, l’etica comportamentale che noi adulti di riferimento abbiamo insegnato ai figli. I quali prima di essere adolescenti sono stati bambini».  

Baby-nottambuli ancora in crescita Il 56,6% % chatta la sera dopo cena e circa il 40% continua a farlo fino a tardi, prima di addormentarsi in una fascia oraria che interferisce con il sonno, con conseguenze non trascurabili sulla 
salute. Spiega ancora Corsello: «Alcuni problemi clinici e comportamentali descritti con frequenza maggiore negli adolescenti in questi ultimi anni come cefalea, insonnia, scarso rendimento scolastico, possono trovare motivazione dalla riduzione delle ore di sonno o dal condizionamento indotto da un abuso di internet e da stili di vita non appropriati». E Internet è il “primo pensiero” della giornata: non va trascurato il significativo incremento di adolescenti che iniziano le loro escursioni in rete (ovviamente complice la connessione sul telefonino) già la mattina appena svegli. Dal 2013 al 2014 la percentuale di chi lo fa spesso è passata dal 2,6 al 12,5% 

Gioco d’azzardo on line: il 13% degli intervistati lo ha praticato, anche se vietato ai minori. Un “effetto collaterale” della massiccia permanenza in rete degli adolescenti è certamente il cosiddetto «Gambling», ovvero il gioco d’azzardo on-line, che sta diventando un pericoloso fenomeno specie tra i giovani adulti. La sempre maggior offerta di siti - ormai legali - in cui si gioca utilizzando soldi “veri” è una tentazione molto forte che inizia a sedurre anche i giovanissimi: i quali, a rigore di logica (o quanto meno di legge) non potrebbero accedere fino al compimento della maggiore età. Ciononostante 
circa il 13% degli adolescenti intervistati (percentuale che sfiora il 17% se si considerano solo i maschi) dichiara di aver frequentato questi siti e di aver giocato “a soldi” (una o più volte), da solo o insieme ad amici. Il 45% sostiene di aver vinto, solo il 13% ammette di aver perso, mentre il 36% non ricorda l’esito economico della/delle esperienza. Il 32% è orientato a ripetere l’esperienza, il 45% a non ripeterla e il 18% non lo sa. 

Addiction, fumo di sigaretta in leggera diminuzione A dichiarare di farne uso è il 28,3% contro il 32,2 nel 2012. Per l’uso di cannabis la percentuale di chi afferma di averne fatto uso, almeno una volta, resta costante intorno al 7% (occorre però rilevare che in tali casi la sincerità di risposta può essere condizionata dal fatto che si tratta di una sostanza illegale). Riguardo la 
“contiguità” con l’addiction il 56% dichiara di avere amici che fanno uso di cannabis, il 13% di cocaina e il 16,3% di altri tipi di droghe. Rispetto al 2012 questi ultimi dati sono in sensibile aumento. Relativamente al consumo di alcol, consuma vino il 45,4%; birra il 50% e liquori il 23%, con una prevalenza dei maschi nei confronti delle femmine.
(LaStampaOnLIne, 24 Sett 2014)

Disturbo bipolare, efficacia del trattamento con e senza Litio


I sali di Litio, in passato cardine della terapia per il disturbo bipolare, comportano problemi di tollerabilità a un dosaggio più alto, che spesso limitano l'aderenza alla terapia.

Lo studio Lithium Treatment Moderate-Dose Use Study (LiTMUS) ha esaminato l'efficacia comparativa di dosaggi più tollerabili di Litio come parte di un trattamento personalizzato ottimizzato ( OPT ).

Sono stati assegnati in modo casuale 283 pazienti ambulatoriali con disturbo bipolare a 6 mesi di dosaggi in aperto, flessibili, moderati di Litio, più trattamento personalizzato ottimizzato oppure 6 mesi di solo trattamento ottimizzato personalizzato.
Le misure di esito primario erano rappresentate dai punteggi alla scala CGI-BP-S (Clinical Global Impression Scale for Bipolar Disorder Severity) e gli aggiustamenti clinici necessari (regolazioni dei farmaci a cadenza mensile).
Le misure secondarie di esito hanno compreso i sintomi relativi all’umore e la funzionalità.
Sono stati valutati anche la remissione (definita come un punteggio CGI-BP-S minore o uguale a 2 per 2 mesi) e il trattamento con antipsicotici di seconda generazione.

Si è ipotizzato che il Litio più il trattamento ottimizzato personalizzato possa tradursi in un maggiore miglioramento clinico e in un minor numero di regolazioni cliniche necessarie.
Non è stato osservato alcun vantaggio statisticamente significativo dovuto al Litio più trattamento personalizzato ottimizzato sul punteggio della scala CGI-BP-S, sui necessari aggiustamenti clinici, o nella proporzione di remissione sostenuta.

Entrambi i gruppi hanno avuto esiti simili in misurazioni cliniche e funzionali secondarie.
Un minor numero di pazienti nel gruppo con Litio più trattamento personalizzato ottimizzato ha ricevuto antipsicotici di seconda generazione rispetto al gruppo con il solo trattamento personalizzato ottimizzato (48.3% e 62.5%, rispettivamente).

In conclusione, in questo studio di efficacia comparativa, un dosaggio moderato ma tollerato di Litio più il trattamento personalizzato ottimizzato non ha comportato alcun vantaggio sintomatico se confrontato con il solo trattamento personalizzato ottimizzato, ma il gruppo Litio più trattamento personalizzato ottimizzato ha avuto una minore esposizione agli antipsicotici di seconda generazione.

Solo circa un quarto dei pazienti in entrambi i gruppi ha raggiunto la remissione sostenuta dei sintomi.
Questi risultati hanno evidenziato la natura persistente e cronica del disturbo bipolare così come l’entità dei bisogni insoddisfatti nel suo trattamento.

Nierenberg AA et al, Am J Psychiatry 2013; 170: 1: 102-110

25 agosto 2014

L'istinto di narrare

Passiamo più tempo immersi in un universo di finzione che nel mondo reale. "L'isola che non c'è" è la nostra vera nicchia ecologica, il nostro habitat. Nessun altro animale dipende dalla narrazione quanto l'essere umano, lo "storytelling animal". Questo strano comportamento, che ci porta a mettere al centro della nostra esistenza cose che non esistono, è innato e antichissimo; ci sono segni di finzione fin dai primordi dell'umanità e basta osservare un bambino nel suo quotidiano gioco del "facciamo finta che" per capire che si tratta di un istinto primordiale, che ha già dentro di sé quando viene al mondo. Ma a che scopo? Jonathan Gottschall, autore del saggio  "L'istinto di narrare - Come le storie ci hanno reso umani", studia la narrazione da molti punti di vista e ha un'idea originale e affascinante per spiegare come si sia sviluppata questa strana abilità. Appoggiandosi, da letterato, alle ricerche più avanzate della biologia e delle neuroscienze, Gottschall evoca i ben tangibili vantaggi del mondo fantastico, e lo fa con il piglio del grande narratore. Raccontando storie, ad esempio, i bambini imparano a gestire i rapporti sociali; con le fantasie a occhi aperti esploriamo mondi alternativi che sarebbe troppo rischioso vivere in prima persona, ma che risulteranno utilissimi nella vita reale; nei romanzi e nei film cementiamo una morale comune che permette alla società di funzionare col minimo possibile di contrasti; e poi è provato che la letteratura ci cambia, fisicamente e in meglio. Qualsiasi insegnante sa bene che per far comprendere un concetto bisogna vestirlo di una trama. Il potere universale della finzione è probabilmente la nostra caratteristica più distintiva, il segreto del nostro successo, ciò che ha reso l'uomo un animale diverso dagli altri, permettendo a lui solo di vivere contemporaneamente molte vite, accumulare esperienze diverse e costruire il proprio mondo con l'incanto dell'invenzione...

Ed ecco un estratto da "L'istinto di narrare - Come le storie ci hanno reso umani" di Jonathan Gottschall, pubblicato da Bollati Boringhieri
"Gli esperti di statistica concordano nel ritenere che, se solo potessero disporre di un certo numero di scimmie immortali e le chiudessero in una stanza con una  macchina da scrivere facendo sì che battano sui tasti per tanto, tantissimo tempo, alla fine gli animali partorirebbero una riproduzione perfetta dell'Amleto, con tutti i punti, le virgole e persino le imprecazioni al posto giusto. È importante che le scimmie in questione siano immortali: gli statistici riconoscono che ci vorrebbe davvero molto tempo. Altri sono invece piuttosto scettici. Nel 2003 alcuni ricercatori dell'Università di Plymouth, in Gran Bretagna, hanno predisposto un test pilota per verificare la cosiddetta teoria della scimmia infinita: «pilota» in quanto ancora non possediamo le schiere di superscimmie viventi in eterno né l'orizzonte temporale infinito necessari per un test definitivo. Tuttavia questi ricercatori disponevano di un vecchio computer e di sei macachi crestati del Sulawesi. Hanno messo il computer nella gabbia degli animali e hanno chiuso la porta. Le scimmie inizialmente hanno fissato lo sguardo sul computer e vi si sono affollate intorno mormorando. Lo hanno accarezzato con le palme delle mani, hanno cercato di ammazzarlo a sassate, si sono accovacciate sulla tastiera, si sono irrigidite e hanno evacuato. Poi hanno avvicinato la tastiera alla bocca per sentire se avesse un buon sapore: non ce l'aveva, dunque l'hanno sbattuta sul pavimento urlando. A un certo punto hanno preso a colpire i tasti, dapprima con lentezza poi più velocemente. I ricercatori sono rimasti in attesa. Dopo un'intera settimana, e poi un'altra, quelle scimmie sfaticate ancora non avevano scritto l'Amleto, nemmeno la prima scena. Ma il loro lavoro d'équipe aveva fruttato qualcosa come cinque pagine di testo, che gli orgogliosi ricercatori hanno rilegato con una bella copertina in cuoio, dopodiché hanno postato su Internet il facsimile protetto da copyright di un libro dal titolo Notes Towards the Complete Works of Shakespeare. Ne cito un passaggio rappresentativo:
 Sssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssnaa aaa aaa Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaasssssssssssssssssssssssssssssssssssfs sssssssssssssssssssssssfhggggggggggggss Assfsssssssssssggggggggggaavmlvvssajjjlsssssssssssssssssssssssssa
 La scoperta più rilevante prodotta dall'esperimento è stata che i macachi crestati del Sulawesi preferiscono di gran lunga la lettera s rispetto a tutte le altre lettere dell'alfabeto, benché le implicazioni di questa scoperta rimangano tuttora ignote. La zoologa Amy Plowman, responsabile dello studio, ha sobriamente concluso: «Il lavoro è stato interessante, ma di scarso valore scientifico, salvo il fatto di mostrare che la "teoria della scimmia infinita" è infondata». In sostanza, pare proprio che il grande sogno degli statistici, quello di leggere un giorno una copia dell'Amleto sfornata da una superscimmia immortale, non sia altro che pura fantasia. Ma forse il circolo degli statistici troverà consolazione nello studioso di teoria letteraria Jiro Tanaka, il quale sottolinea che l'Amleto, sebbene non sia stato scritto da una comune scimmia, è comunque stato scritto da un primate, una grande scimmia antropomorfa per essere specifici. In un qualche momento delle remote ere preistoriche, scrive Tanaka, «da una serie non propriamente infinita di australopitechi simili a scimpanzé è derivato un assortimento ancora meno infinito di ominidi bipedi, e poi da queste prime schiere di bipedi è derivato un altro gruppo piuttosto definito di primati meno pelosi. E, in un lasso di tempo assolutamente non infinito, uno di questi primati ha effettivamente scritto l'Amleto». E molto tempo prima che qualcuno di loro pensasse di scrivere l'Amleto o i romanzi «Harmony» e la saga di Harry Potter - molto prima che potessero anche solo immaginare il fatto stesso di scrivere - questi primati si stringevano intorno al fuoco raccontandosi a vicenda un sacco di invenzioni su intrepide creature animali e giovani amanti, eroi generosi e scaltri cacciatori, capi villaggio e sagge donne anziane, fantasie sull'origine del sole e delle stelle, sulla natura degli spiriti e delle divinità e su tante altre cose. Decine di migliaia di anni fa, quando la mente umana era giovane e i nostri progenitori ancora poco numerosi, ci raccontavamo storie. E ora, decine di migliaia di anni dopo, ora che la nostra specie domina in tutto il pianeta, la maggior parte di noi ancora discute energicamente intorno ai miti sull'origine delle cose e ancora ci emozioniamo per una sbalorditiva quantità di racconti di finzione che leggiamo sui libri, vediamo a teatro o sugli schermi: storie di crimini, storie di sesso, storie di guerra, storie di intrighi, storie vere e storie false. Abbiamo, come specie, una vera dipendenza dalle storie. Anche quando il nostro corpo dorme, la mente sta sveglia tutta la notte, narrando storie a se stessa".

(continua in libreria...)

11 agosto 2014

Cervello. Individuato il meccanismo con cui percepisce la sazietà

Durante il pasto, il segnale di sazietà prodotto dall'intestino, dal lipide oleoiletanolamide, viene 'tradotto' da specifiche aree cerebrali che utilizzano l’istamina come neurotrasmettitore. Il meccanismo, come una sorta di 'interruttore' della fame, favorisce la cessazione dell'attività alimentare. A scoprirlo, un team dell’Università di Firenze, il Cnr e la Sapienza Università di Roma. Lo studio* su PNAS

È stato identificato il meccanismo chiave con cui il nostro cervello traduce alcuni segnali periferici di sazietà: l’istamina attiva determinate aree cerebrali (ipotalamo), veicolando il segnale di sazietà prodotto dall'intestino durante il consumo del pasto da parte del lipide oleoiletanolamide. A scoprire come avviene questo processo - in particolare alcune modalità del collegamento tra l’istamina e il lipide - è l’Università di Firenze e l’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn-Cnr) di Roma, in collaborazione con il Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia della Sapienza Università di Roma. Lo studio* è stato pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences).

“Abbiamo scoperto”, spiega Maria Beatrice Passani, ricercatrice del Dipartimento di Neuroscienze, Area del Farmaco e Salute del Bambino (Neurofarba) dell’Ateneo fiorentino, “che il segnale di sazietà prodotto dall’intestino durante il consumo di un pasto da parte di un lipide, l’oleoiletanolamide (Oea), attiva aree specifiche del cervello che usano l’istamina come neurotrasmettitore, favorendo così la cessazione dell’attività alimentare”.

L’oleoiletanolamide è un composto lipidico rilasciato dagli enterociti, cellule nei villi intestinali, in risposta al consumo di grassi. Tale composto indirettamente segnala la sazietà ai nuclei ipotalamici, attivando fibre sensoriali del nervo vago che proiettano il segnale a livello centrale. L’istamina cerebrale viene rilasciata durante la fase dell’appetito, fornendo alti livelli di sollecitazione prima del pasto e media la sazietà. Essa funziona come un segnalatore di sazietà attivando il recettore dell'istamina H1 in specifici nuclei ipotalamici. Insomma, l'istamina potrebbe essere paragonata ad un 'segnalatore' della fame, che indica quando è cessato l'appetito.

“Le prove sperimentali raccolte in questo studio”, prosegue Roberto Coccurello dell’Ibcn-Cnr, al cui fianco hanno lavorato per lo stesso istituto Giacomo Giacovazzo e Anna Moles, “dimostrano per la prima volta che l’effetto anoressizzante di Oea viene drasticamente attenuato sia in animali privi della possibilità di sintetizzare istamina, sia in animali le cui riserve neuronali di istamina sono state temporaneamente inattivate attraverso la somministrazione diretta nel cervello di un agente inibitore. Grazie alla nostra ricerca siamo riusciti a individuare la natura dei neurotrasmettitori implicati e a comprendere i meccanismi attraverso cui determinate popolazioni di cellule nervose (neuroni) presenti nel cervello a livello dell’ipotalamo traducono l’informazione mediata da Oea  sullo stato nutrizionale dell’organismo e sul corrispondente livello di sazietà. È stato identificato quindi nel sistema neurotrasmettitoriale dell’istamina una delle componenti fondamentali per veicolare il messaggio di sazietà generato da Oea a livello intestinale”.

“La conoscenza di questi meccanismi neuronali, che assolvono un ruolo essenziale nel comportamento alimentare, in quanto contribuiscono alla riduzione dell’appetito, offre nuove prospettive per sviluppare farmaci più efficaci e sicuri per il trattamento dell'obesità, che mirino a incrementare il rilascio di istamina nel cervello”, conclude Passani, al cui fianco hanno lavorato – nel team fiorentino - Gustavo Provensi, Hayato Umehara, Leonardo Munari, Nicoletta Galeotti e Patrizio Blandina.

Viola Rita (QS)

* G. Provensi et al., "Satiety factor oleoylethanolamide recruits the brain histaminergic system to inhibit food intake", Proceedings of the National Academy of Sciences, Luglio 2014, doi: 10.1073/pnas.1322016111

2 luglio 2014

...ricevo e diffondo...

Dear colleague
I recently contacted you regarding research that I am conducting as part of my PhD at the University of Sheffield, UK.  I would like to thank you for taking the time to read about my research and for completing the survey.
If you have not yet completed my questionnaire and would still like to take part in this research, please click on the link below.
This study is investigating the impact of supervision on how clinicians deliver CBT for depression. I am looking for CBT supervisors to tell me about the advice that they provide during supervision sessions with their supervisees, and the techniques that you use.
The questionnaire takes 15-20 minutes to complete.
All answers are confidential. I am happy to provide a summary of the research findings, if you indicate that you would like that. If this questionnaire causes any professional concerns, please speak to a colleague.
 If you have any questions or would like more information about this study, please contact me - Chloe Simpson-Southward (crsimpson-southward1@sheffield.ac.uk).
This research has been approved by the University of Sheffield's Department of Psychology Ethics Committee and is supervised by Glenn Waller (g.waller@sheffield.ac.uk) and Gillian Hardy (g.hardy@sheffield.ac.uk).
 Thank you for your attention,
Chloe Simpson-Southward

3 febbraio 2014

Un questionario sulla Psicoterapia – Partecipa alla Ricerca!

Ricerca "Beck Ellis"

 
Caro partecipante,

siamo un gruppo di psicologi ricercatori della Scuola di Terapia Cognitiva “Studi Cognitivi” di Milano e stiamo effettuando una ricerca, volta a comprendere diversi aspetti dei nostri stili di pensiero di fronte alle situazioni della vita quotidiana e come questi aspetti si legano tra loro.

Grazie per il tempo dedicato a prendere in considerazione la Sua partecipazione a questa ricerca.
La partecipazione consisterà nella compilazione di una serie di brevi questionari e nel rispondere ad alcune domande a scelta multipla che la impegneranno per circa 30 minuti. Le chiediamo, per favore, di completare il questionario una volta iniziato.
Si ricordi che non ci sono delle risposte giuste o sbagliate dal momento che si riferiscono alla sua esperienza personale e soggettiva.

Le chiediamo di inserire uno pseudonimo, che ci sarà utile per correlare i dati di future ricerche.

L’anonimato sarà protetto in ogni momento della ricerca, anche se scegliete di indicare il vostro nome.

Grazie per la collaborazione
http://www.stateofmind.it/2014/01/psicoterapia-cognitiva-ricerca-questionario/

ELENA MOIOLI
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: elenamoi@live.it

SARA MARSERO
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: sara.marsero@libero.it

SARA ZIZAK
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: sara.zizak@fastwebnet.it

ELENA PONZIO
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: elena.aili@gmail.com

ELISABETTA CALETTI
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: calettielisabetta@gmail.com

MARCO TELESCA
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: psychomele@gmail.com

MARIA CHIARA BENZI
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: chiara.benzi83@hotmail.it

FRANCESCA VOTTERO
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: francescavottero@libero.it

....

ANDREA BASSANINI
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: a.bassanini@studicognitivi.net

GIOVANNI MARIA RUGGIERO
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: gm.ruggiero@studicognitivi.net

SANDRA SASSAROLI
Studi Cognitivi, Milano
E-mail: s.sassaroli@studicognitivi.net

19 dicembre 2013

Parlare di emozioni aumenta l'empatia nei bambini

Secondo uno studio dell’Università di Milano-Bicocca, condotto in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, i bambini che vengono sollecitati a parlare di emozioni sono più empatici e migliorano alcune abilità cognitive. I ricercatori hanno analizzato cinque emozioni: colpa, rabbia, paura, felicità e tristezza. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology 

Rabbia, paura, colpa, felicità e tristezza. Se i bambini ne parlano, in piccoli gruppi e sotto la guida di un adulto, riescono a essere più empatici e migliorano le loro capacità cognitive. È il risultato di uno studio (Veronica Ornaghi, Jens Brockmeier, Ilaria Grazzani Enhancing social cognition by training children in emotion understanding: A primary school study DOI:10.1016/j.jecp.2013.10.005) condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e pubblicato sul “Journal of Experimental Child Psychology”, nell’ambito del progetto PRIN del 2008 Star bene a scuola: il ruolo della teoria della mente nel favorire lo sviluppo socio-motivo e cognitivo nella scuola primaria.   

Sulla scia dei risultati conseguiti in due precedenti studi, condotti dallo stesso team con bambini tra i 3 e i 5 anni, la ricerca, svolta in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, ha coinvolto 110 bambini delle scuole elementari dell’hinterland milanese. I bambini, distribuiti in un gruppo sperimentale e in uno di controllo, avevano tra i 7 e gli 8 anni. Quattro le fasi dello studio: pre-test, training, post-test e follow-up. Nella fase di pre-test sono state proposte ai bambini prove individuali di “comprensione delle emozioni”, di “empatia” e di ”teoria della mente” (prova cognitiva), per valutare il livello di partenza. Poi si è passati alla fase di training che è durata circa due mesi. Durante questo periodo, i bambini del gruppo sperimentale, dopo aver ascoltato delle storie a contenuto emotivo, venivano coinvolti nelle conversazioni sulla comprensione della natura, delle cause e della regolazione delle emozioni. Per promuovere la partecipazione attiva di tutti i bambini, il gruppo è stato a sua volta suddiviso in piccole classi di
circa sei bambini. Le attività si sono concentrate su cinque emozioni, di cui quattro di base (felicità, rabbia, paura e tristezza) e una complessa (senso di colpa). Ciascuna di queste emozioni è stata oggetto di conversazione per tre incontri: il primo focalizzato sulla comprensione dell’espressione, il secondo sulla comprensione delle cause e il terzo sulla comprensione delle strategie di regolazione dell’emozione target. Ogni incontro è stato strutturato in quattro momenti: introduzione al tema da parte dell’adulto, un racconto di vita quotidiana, avvio della conversazione, e riflessione finale da parte dell’adulto (leggi la scheda col dettaglio dell’esperimento).

I bambini del gruppo di controllo, invece, ascoltavano le storie e in seguito facevano un disegno, non partecipando dunque alla conversazione. Nella fase post-test, ai bambini sono state nuovamente proposte le prove; infine, dopo due mesi, a tutti i partecipanti è stata riproposta la prova di comprensione delle emozioni per verificare la persistenza degli effetti prodotti dall’intervento.

E’ emerso che il gruppo dei bambini sottoposti all’intervento migliora significativamente, rispetto al gruppo di controllo, in vari aspetti della comprensione delle emozioni, nella dimensione cognitiva dell’empatia, e nella prova cognitiva di teoria della mente.

La spiegazione dei risultati sta nell’uso della conversazione in piccolo gruppo, che ha favorito il decentramento cognitivo, l’assunzione del punto di vista dell’altro, la consapevolezza delle differenze individuali e il collegamento – da parte dei bambini - tra mondo interno non visibile e azioni manifeste.
«La novità dello studio – spiega Ilaria Grazzani, coordinatrice della ricerca e docente di Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione - consiste proprio nell’avere scoperto che l’intervento sulle emozioni produce miglioramenti anche nella capacità cognitiva di “teoria della mente”, ovvero nella capacità che consente di prevedere i comportamenti degli altri sulla base dell’inferenza dei loro stati mentali (“se ha fatto questo, forse è perché desiderava qualcosa; “se ha agito in un certo modo doveva essere arrabbiato”)».

«All’interno della scuola primaria tradizionalmente deputata all’insegnamento dei saperi curriculari– aggiunge Veronica Ornaghi, assegnista di ricerca –, è possibile realizzare interventi che, oltre a potenziare le abilità socio-emotive, come la comprensione delle cause delle emozioni, l’empatia e l’aiuto nei confronti dell’altro, producono anche miglioramenti su capacità di tipo cognitivo, per esempio, rappresentarsi la mente dell’altro e prevederne i comportamenti, un’abilità indispensabile nella vita sociale».


20 settembre 2013

Senso del ritmo e linguaggio

Musica, senso del ritmo e capacità linguistiche: per il nostro cervello questi tre elementi sono strettamente collegati. Lo dimostra uno studio apparso sul “Journal of Neuroscience” e firmato da un gruppo di ricercatori della Northwestern University guidati da Nina Kraus, direttrice del Laboratorio di neuroscienze uditive, in base a una serie di test su un centinaio di studenti di scuola superiore.
In particolare, lo studio dimostra per la prima volta l'esistenza di un collegamento neurobiologico tra la capacità di tenere il ritmo e quella di codificare i suoni della lingua parlata, con significative ricadute, per quanto è possibile prevedere, sulle capacità di lettura.
In passato una ricerca della stessa Kraus  aveva stabilito una connessione sia tra capacità di lettura e senso del ritmo, sia tra capacità di lettura e coerenza delle risposte neurali.
“Con questo risultato abbiamo chiuso il triangolo, per così dire”, sottolinea la Kraus. “Alla base di tutto c'è una sincronizzazione tra le regioni cerebrali responsabili dell'udito e quelle del movimento”. 
Nel primo test, ai ragazzi veniva richiesto di seguire il ritmo di un metronomo picchiettando con le dita su una superficie, sotto alla quale erano posti dei sensori che permettevano di misurare la precisione del battito. Nel secondo test, sugli stessi studenti veniva effettuato un elettroencefalogramma in grado di mostrare la coerenza delle loro risposte cerebrali mentre udivano una sillaba ripetuta più volte.
Dal confronto dei dati registrati, è emerso che coloro che dimostravano le migliori capacità di mantenere il ritmo erano anche quelli che mostravano le risposte cerebrali più coerenti
nella pronuncia delle sillabe.
“Questa correlazione ha una precisa base neurobiologica”, spiega Kraus. “Le onde cerebrali che misuriamo con l'elettroencefalogramma hanno origine da un centro cerebrale di elaborazione delle informazioni uditive con connessioni reciproche con i centri motori. Quindi un'attività che richiede la coordinazione dell'udito e del movimento, probabilmente, è collegata a una solida e accurata comunicazione tra diverse regioni cerebrali”.
Per gli autori, è immediato pensare a nuovi metodi per aiutare i soggetti dislessici a superare le difficoltà di lettura. “Il ritmo è parte integrante sia della musica sia del linguaggio, e in particolare il ritmo del linguaggio parlato è cruciale per la comprensione”, conclude la Kraus. Parlando, per esempio, si rallenta il ritmo per sottolineare una parola o un concetto; inoltre, lievi differenze di ritmo permettono di distinguere la 'b' dalla 'p': percepire le differenze di ritmo significa quindi saper identificare e distinguere i suoni e, in ultima istanza,  comprendere il linguaggio”.
L'idea dei ricercatori è che un addestramento di tipo musicale, con una particolare attenzione per la componente ritmica, possa essere di aiuto per rendere più efficiente il sistema uditivo, portando così il soggetto a più solide associazioni suono-significato che sono essenziali per l'apprendimento e le capacità di lettura.

24 agosto 2013

Fasi lunari

Una ricerca dimostra per la prima volta che anche gli esseri umani hanno un orologio biologico che segue i cicli lunari. In particolare, durante le fasi di luna piena si ridurrebbero i tempi del sonno profondo e la produzione di melatonina. Finora l'esistenza di ritmi biologici analoghi era stata provata solo in alcuni animali, in relazione ai comportamenti riproduttivi 

Nelle notti di luna piena fate fatica ad addormentarvi e avete un sonno inquieto? Non si tratta di suggestione né è il caso di temere di discendere da un licantropo: avete semplicemente un orologio biologico molto sensibile alle fasi lunari. A dimostrare per la prima volta l'esistenza di questo tipo di ritmo biologico anche nell'uomo è una ricerca condotta da neuroscienziati dell'Università di Basilea, del Politecnico di Losanna e della Clinica del sonno di Zollikon, in Svizzera, che la illustrano in un articolo pubblicato su “Current Biology”.
Secondo i dati raccolti dai ricercatori, che hanno monitorato il sonno di 33 volontari in svariate sessioni per un intero anno, quando la luna è piena l'attività cerebrale legata al sonno profondo si riduce anche del 30 per cento, servono in media cinque minuti più per addormentarsi, e la durata complessiva del sonno diminuisce di circa 20 minuti. Parallelamente, calano anche i livelli di melatonina, un ormone noto per regolare i cicli di sonno e veglia. "Questa è la prima prova attendibile che il ritmo lunare è in grado di modulare la struttura del sonno negli esseri umani”, ha detto Christian Cajochen, primo autore dell'articolo.
Esclusi gli spunti cognitivi e visivi grazie a un rigoroso setting sperimentale, Cajochen ritengono che il fenomeno costituisca un ulteriore esempio di un ritmo endogeno, simile ai ritmi circadiani, stagionali e annuali. Prove dell'esistenza di questo tipo di ritmo - definito circalunare - esistono già per un moscerino marino, Clunio marinus - che coordina l'accoppiamento, la deposizione e la schiusa delle uova con il ciclo lunare - e per le iguane marine delle Galàpagos. Secondo Cajochen, nella nostra specie il ritmo circalunare potrebbe essere una reliquia di un passato in cui il satellite avrebbe
forse sincronizzato i comportamenti umani a fini per esempio riproduttivi, come avviene in questi animali.
I ricercatori cercheranno ora di progettare una serie di esperimenti controllati che, con l'aiuto di di tecniche di imaging funzionale e dell'EEG, permettano di chiarire le basi neuronali e biomolecolari di questo sfuggente orologio lunare.

21 giugno 2013

Corteccia motoria e circuito del dolore

La stimolazione elettrica della corteccia motoria attiva un circuito analgesico. È la conclusione alla quale sono arrivati i ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca che hanno condotto uno studio pre-clinico i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Pain.

La riduzione del dolore arriva in media fino al 60 per cento nei pazienti affetti dalla cosiddetta “sindrome dell’arto fantasma”, ovvero la sensazione anomala (e spesso dolorosa) di persistenza di un arto dopo la sua amputazione, difficile da trattare in maniera farmacologica. La sindrome dell’arto fantasma è dovuta a una “errata” riorganizzazione da parte del cervello che, pur registrando la mancanza di un arto, non è in grado di escluderlo del tutto dalla “mappa” mentale del corpo. Per questo si parla di una riorganizzazione “maladattiva” che interessa le aree corticali motorie e parietali.
La sperimentazione è stata effettuata su un gruppo di otto pazienti volontari sottoposti a stimolazione con correnti elettriche anodiche a bassa intensità, una stimolazione cerebrale non-invasiva ed indolore.

La ricerca (Bolognini N. et al. Motor and parietal cortex stimulation for phantom limb pain and sensations. PAIN" (2013) è stata condotta da Nadia Bolognini e Angelo Maravita del dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con Francesco Ferraro del dipartimento di Riabilitazione dell’Azienda Ospedaliera Carlo Poma di Mantova, Felipe Fregni del Laboratory of Neuromodulation, Spauilding Rehabilitation Hospital of Harvard Medical School di Boston.

I pazienti sono stati sottoposti a una singola stimolazione a corrente elettrica sia anodica che catodica a 2 milliampere per 15 minuti: la corrente anodica applicata alla corteccia
motoria ha permesso la riduzione del dolore grazie all’aumento dell’eccitazione dei neuroni corticali, mentre la corrente catodica applicata alla corteccia parietale ha fatto diminuire le sensazioni non dolorose di avere un arto fantasma (vedi e scarica il grafico in cui si evidenzia la riduzione del dolore da arto fantasma con stimolazione elettrica della corteccia motoria)

«La ricerca – spiegano Nadia Bolognini e Angelo Maravita, rispettivamente ricercatore e professore associato di Psicobiologia all’Università di Milano-Bicocca – ha permesso di dimostrare che la stimolazione a correnti elettriche dirette riduce il dolore dal 25 al 100 per cento nei pazienti con dolore neuropatico resistente ai farmaci anche se già portatori di una protesi. Siamo in una fase avanzata di sperimentazione sul dolore da amputazione e il nostro obiettivo è quello di riuscire a stabilizzare nel tempo l’effetto indotto dalla stimolazione elettrica evitando la ricomparsa del dolore».

Questi risultati aprono prospettive a terapie di riabilitazione, attraverso sedute più lunghe, applicabili anche nei pazienti trapiantati quando vi è persistenza del dolore e al trattamento di altri dolori di origine neuropatica.

12 giugno 2013

I neuroni specchio nello sport

GLI SPORTIVI PROFESSIONISTI SONO IN GRADO DI RICONOSCERE AUTOMATICAMENTE I COMPORTAMENTI SCORRETTI IN 4 DECIMI DI SECONDO GRAZIE AI NEURONI SPECCHIO
Prendete quindici giocatori professionisti di pallacanestro e metteteli insieme ad altrettanti spettatori non esperti davanti a uno schermo dove scorrono le immagini di una partita. Obiettivo: individuare i comportamenti scorretti che vengono commessi in campo. Ebbene, il risultato è che gli atleti professionisti, che hanno interiorizzato le regole del basket, potrebbero tranquillamente fare a meno di avere un arbitro durante le loro partite, poiché il loro cervello è in grado di riconoscere in maniera automatica regole e scorrettezze.

Tutto merito dei neuroni specchio. Come dimostra una ricerca di un team interdisciplinare del Dipartimento di Psicologia dell'Università di Milano-Bicocca e dell'Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) che ne ha individuato, per la prima volta, il coinvolgimento anche nella rappresentazione a livello cerebrale delle norme che regolano le azioni complesse trasmesse culturalmente o apprese per imitazione e mediante l'esercizio fisico (come il balletto, la scherma, il calcio, o il suonare uno strumento musicale).

Lo studio ("Who needs a referee? How incorrect basketball actions are automatically detected by basketball players' brain"), è stato pubblicato su Scientific Reports, un'autorevole rivista di Nature.com.

"Mentre è nota da tempo l'esistenza di un sistema di neuroni specchio che rappresentano e rispecchiano le azioni intenzionali istintuali (come ad esempio raccogliere, afferrare o raggiungere un oggetto) – spiega la professoressa Alice Mado Proverbio, docente di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica presso l'ateneo milanese– è tuttora poco noto come il cervello si rappresenti le norme che regolano le azioni complesse come gli sport o le abilità motorie che si apprendono dopo un lungo training, per imitazione, con lo studio e l'esercizio".

La ricerca si è svolta presso il laboratorio di elettrofisiologia cognitiva dell'Università di Milano-Bicocca, ha coinvolto sia giocatori di basket professionisti di serie C sia spettatori inesperti, e ha utilizzato la registrazione dell'attività bioelettrica cerebrale (ERPs) e la tecnica di neuroimmagine swLORETA (tomografia elettromagnetica a bassa risoluzione). Nella fase preparatoria, 10 giudici di gara di serie C hanno selezionato 100 immagini con comportamenti corretti e 100 con comportamenti scorretti (si vedano in figura 1 alcune immagini di comportamenti corretti e scorretti). Queste immagini sono state poi mostrate sia a un gruppo di atleti professionisti che a uno di spettatori inesperti, inframmezzate con immagini di un campo da basket vuoto: a tutti è stato chiesto di premere un tasto alla vista del campo vuoto, in modo che fossero concentrati su un aspetto che prescindesse dalle competenze sportive. Durante il test, in coincidenza della vista del comportamento scorretto, è stata registrata un'attivazione cerebrale differente nel cervello dei giocatori professionisti, completamente autonoma e indipendente dall'attività in corso, focalizzata sull'immagine del campo vuoto: le risposte cerebrali hanno rivelato come i giocatori riconoscessero automaticamente la presenza di una scorrettezza in campo in 4 decimi di secondo, mentre i telespettatori continuavano a rimanerne del tutto ignari (si veda la figura 2 con le diverse attivazioni cerebrali).

È come se i giocatori professionisti avessero interiorizzato così solidamente le regole motorie su quali siano i gesti corretti e le azioni scorrette che queste si attivano in maniera autonoma e indipendente dalla volontà dell'individuo.
"Grazie alla tecnica di neuro-immagine swLORETA abbiamo identificato quali popolazioni di neuroni specchio visuo-motori rappresentano le norme che regolano le azioni complesse (in questo caso le regole del basket) da un punto di vista motorio. La regione visiva extra-striata specializzata nel riconoscimento del corpo umano e il solco temporale superiore (che codifica i suoi movimenti e le intenzioni dei giocatori) sembrano rivestire un ruolo fondamentale nell'apprendimento delle regole sportive basate su input visivo" conclude Alice Mado Proverbio.

Secondo Alberto Zani, ricercatore dell'IBFM-CNR "questi risultati rivelerebbero l'importanza dell'apprendimento visivo negli sport. L'osservazione diretta del "gesto motorio" appropriato, infatti, rappresenta il modo più efficace di apprendimento per l'atleta, piuttosto che la descrizione verbale indiretta di quale dovrebbero essere la postura, la tensione muscolare, la tempistica del movimento adeguate".

Questo studio rivelerebbe quindi il meccanismo neurale del processo di apprendimento per imitazione. In particolare, spiegherebbe il ruolo dei neuroni specchio nell'apprendimento di un'abilità motoria: vedere un giocatore di basket che gioca, un artigiano mentre lavora, un violinista mentre suona, avrebbe effetti immediati sulla plasticità cerebrale e la memoria, andando a plasmare direttamente le strutture neurali specchio coinvolte nella rappresentazione del movimento, anche in assenza di specifiche istruzioni verbali.

L'Articolo scientifico

Alice Mado Proverbio, Nicola Crotti, Mirella Manfredi, Roberta Adorni, Alberto Zani. (2012) "Who needs a referee? How incorrect basketball actions are automatically detected by basketball players' brain". Scientific Reports. doi:10.1038/srep00883 

Redazione MolecularLab.it

11 giugno 2013

Depressione: efficacia di terapia cognitiva e paroxetina

La terapia cognitiva e quella con farmaci antidepressivi sono trattamenti efficaci per la depressione, ma poco si sa circa la loro efficacia relativa nel ridurre i singoli sintomi depressivi. Utilizzando i dati di un recente studio clinico di confronto fra terapia cognitiva, farmaco antidepressivo, e placebo nel trattamento della depressione moderata-grave, abbiamo esaminato se ci fosse un vantaggio relativo di ogni trattamento nel ridurre la gravità di specifici gruppi di sintomi depressivi. Il campione era costituito da 231 pazienti ambulatoriali depressi assegnati in modo casuale a: terapia cognitiva per 16 settimane (n = 58), trattamento con paroxetina per 16 settimane (n = 116), o farmaco placebo per 8 settimane (n = 57). Sono state esaminate le modifiche in cinque sottogruppi di sintomi depressivi: umore, cognitivo/ideazione suicidiaria, ansia, sintomi tipici-vegetativi, e atipici-vegetativi. La paroxetina ha portato ad una maggiore riduzione dei sintomi cognitivi/ideazione suicidiaria rispetto al placebo per 4 settimane, ed entrambi i trattamenti, farmaco e psicoterapia, hanno ridotto i sintomi più del placebo per 8 settimane. La terapia cognitiva ha ridotto i sintomi atipici-vegetativi di più rispetto al placebo per 8 settimane e di più dei farmaci durante tutto lo studio. Questi risultati suggeriscono che i farmaci e la terapia cognitiva conducono a diversi modelli di risposta per quanto riguarda i sintomi specifici di depressione e che l’efficacia generale di questi due trattamenti ben convalidati può essere ricondotta in gran parte a cambiamenti nei sintomi cognitivi o atipici-vegetativi.

FONTE: Fournier JC, Derubeis RJ, Hollon SD, Gallop R, Shelton RC, Amsterdam JD.,* “Differential change in specific depressive symptoms during antidepressant medication or cognitive therapy” – Behav Res Ther. 2013 Apr 12;51(7):392-398. doi: 10.1016/j.brat.2013.03.010.
* Department of Psychiatry, University of Pittsburgh School of Medicine, 3811 O’Hara Street, Pittsburgh, PA 15213, USA17 maggio 2013

13 maggio 2013

Fotografie antidolorifiche

Tenere per mano la persona amata riduce la nostra percezione del dolore. Questo è qualcosa che sappiamo a livello innato, ed è per questo che spesso negli ambulatori medici vediamo le madri che tengono per mano i loro piccoli.
Tuttavia, ora un nuovo studio ci presenta un nuovo trucco che potrebbe aiutarci a controllare il dolore: vedere le foto delle persone che amiamo aiuterebbe a combattere il dolore.
Alcuni psicologi dell’Università della California, hanno coinvolto 25 donne sottoponendole ad una serie di stimoli dolorosi come ad esempio forti pizzicori o sensazione di freddo estremo. Si sono creati quattro gruppi; nel primo i compagni le tenevano per mano mentre si provocavano gli stimoli dolorosi, nel secondo potevano vedere una foto di una persona amata, al terzo veniva mostrata una foto di una persona completamente sconosciuta e infine nel quarto gruppo era un estraneo che teneva per mano la donna. Come si può immaginare, la percezione del dolore si ridusse considerevolmente quando le donne tenevano la mano del compagno o potevano vedere la sua foto.
A confermare questo studio interviene una ricerca realizzata di recente da neuro scienziati dell’Università di Stanford. In questa occasione vennero coinvolte 15 donne, a queste venne chiesto di concentrarsi sulle foto dei loro partner o su quelle di estranei attraenti. Durante l’esperimento si scandivano i loro cervelli e si applicavano stimoli dolorosi al palmo della mano. Alla fine si è potuto riscontrare che la vista delle foto di persone sconosciute (per quanto attraenti fossero) non riduceva la sensazione di dolore ma vedere la foto del partner sì. Precisamente, la vista della foto della persona amata riduceva la percezione del dolore tra il 36 ed il 44%. Ma… cosa stava accadendo al cervello?
Le foto delle persone amate attivavano quelli che si conoscono come i “centri della ricompensa”; cioè, l’amigdala, l’ipotalamo e la corteccia orbito-frontale. Nello stesso tempo, riduceva l’attivazione di altre zone cerebrali come l’insula. I ricercatori considerano che le foto delle persone amate non rappresentano una semplice distrazione ma piuttosto agirebbero come una sorta di droga che può calmare efficacemente la sensazione di dolore.
Fonti:
Younger, J. et. Al. (2010) Viewing Pictures of a Romantic Partner Reduces Experimental Pain: Involvement of Neural Reward Systems. PLoS ONE; 5(10).
Master, S. L. et. Al. (2009) A Picture's Worth. Partner Photographs Reduce Experimentally Induced Pain.Psychological Science; 20(11): 1316-1318.
 
Originale

10 maggio 2013

Il rilassamento altera l'espressione dei geni

Gli effetti positivi delle tecniche di rilassamento - dalla meditazione allo yoga fino alla preghiera - sono legati a un aumento dell'espressione dei geni che presiedono alla produzione di insulina e di ATPasi mitocondriale, un enzima coinvolto nella generazione di energia, e nella contemporanea riduzione dell'espressione dei geni che modulano alcuni processi infiammatori che possono scatenare l'apoptosi e l'autofagocitosi cellulare

L'espressione dei geni coinvolti nella funzione immunitaria, nel metabolismo energetico e nella secrezione di insulina viene rapidamente alterata dalla risposta di rilassamento indotta nell'organismo da pratiche come lo yoga, la meditazione, il biofeedback e la preghiera. E' questa la conclusione di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Massachusetts General Hospital e Beth Israel Deaconess Medical Center della Harvard Medical School diretti da Herbert Benson e Towia Libermann, che firmano un articolo su “PloS ONE.
Mentre la risposta fisiologica allo stress, che è correlata al comportamento “combatti o fuggi”, è stata oggetto di numerosissimi studi che ne hanno chiarito i meccanismi, i processi biologici e genetici coinvolti nella risposta fisiologica allo stato opposto, quello di rilassamento, sono ancora oltremodo oscuri, benché varie ricerche abbiano appurato che le pratiche che lo inducono possono avere effetti benefici su ipertensione, ansia, diabete e invecchiamento.

In questo studio i ricercatori si sono concentrati sul profilo temporale di espressione di circa 22.000 geni in un gruppo di 26 volontari senza alcuna esperienza nelle pratiche di rilassamento. Successivamente ai volontari è stato fatto seguire un corso per l'apprendimento di una delle diverse tecniche di rilassamento disponibili, per testarne quindi nuovamente il profilo di espressione genica subito prima e subito dopo una seduta di rilassamento. I dati raccolti sono stati infine confrontati anche con quelli - ottenuti in occasione di un'analoga seduta di rilassamento - relativi a un gruppo di persone che praticava da tempo tali tecniche. 
Benson e colleghi hanno così scoperto che la risposta di rilassamento induce una sovraespressione dei geni che controllano l'enzima ATPasi e l'insulina, consentendo un aumento della produzione di energia da parte dei mitocondri - che permette alla cellula di far fronte con maggiore efficienza al fabbisogno sotto stress - e una parallela diminuzione della produzione di radicali liberi.

La risposta di rilassamento fa sì che lo stress ossidativo sia attenuato anche dalla sottoregolazione dei percorsi biomolecolari legati al fattore di trascrizione NF-κB (nuclear factor kappa-light-chain-enhancer of activated B cells), coinvolto nei processi infiammatori e nella risposta immunitaria. Ciò comporta una riduzione dei fenomeni di apoptosi (o morte cellulare programmata) e di autofagocitosi, che vengono innescati quando l'apparato mitocondriale della cellula entra in crisi.
Dallo studio emerge anche che, mentre gli effetti della risposta di rilassamento sono più marcati in chi pratica da maggior tempo le relative tecniche, questi effetti sono indipendenti dalla tecnica adottata, che si tratti di meditazione, yoga o preghiera.

30 aprile 2013

Marino: “Unire servizi sanitari e di psicologia"

Secondo il chirurgo, candidato del centrosinistra alle prossime elezioni comunali di Roma, l'esempio da seguire è quello britannico: "Come dimostrano i dati, permette di risparmiare sulla spesa pubblica e migliorare la qualità di vita dei cittadini. E' fondamentale una maggiore attenzione ai corretti stili di vita"di Paola Porciello, IlFattoBlog


“L’Oms ha dichiarato che nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di disabilità al mondo dopo le cardiopatie. Come sindaco garante della salute dei cittadini, penso a un assessorato alla qualità della vita. Gli studi del medico di base devono diventare dei veri e propri centri di salute territoriale con la presenza dello psicologo almeno una volta a settimana”. Lo afferma Ignazio Marino, autorevole membro del Partito Democratico ma anche professore di chirurgia dei trapianti.

Lei è un medico con un’esperienza internazionale. Come pensa di affrontare la complessa questione della sanità a Roma?Parlando di una città grande come Roma credo sia mutato il profilo delle malattie e deve mutare di conseguenza anche il modo in cui noi affrontiamo la questione della salute delle persone e della loro qualità di vita. Ecco perché credo che debba esserci un’attenzione agli stili di vita che possono danneggiare la nostra salute. Dobbiamo spostare l’attenzione dalla malattia alla persona. L’amministrazione della sanità deve essere sempre più considerata come un insieme di azioni diverse che non possono più essere limitate alla sola organizzazione del lavoro negli ospedali. Quel modello poteva andare bene nel secolo scorso.

In concreto cosa ha in mente?Da sindaco istituirò un Assessorato alla qualità della vita, ma voglio anche suggerire alle autorità competenti l’introduzione di nuovi strumenti come lo psicologo di base. Tanti pazienti si rivolgono al medico di famiglia per disturbi legati alla salute mentale (24% circa, tra depressione e disturbi d’ansia). L’Oms dice che la depressione nel 2020 rappresenterà la seconda causa di disabilità nel mondo dopo le cardiopatie; dal 2002 al 2010, è raddoppiata la prescrizione di antidepressivi. Per questo ritengo importante un’integrazione tra medici e psicologi.

Come se la immagina?In Italia sono già state avviate ricerche in questo senso, come lo studio pilota del gruppo del Prof. Luigi Solano dell’Università La Sapienza che va avanti da 13 anni. La sperimentazione ha dimostrato come questa integrazione produca un risparmio fino al 17% della spesa farmaceutica, che si traduce in cifre superiori ai 50mila euro l’anno per studio medico. I medici di base non hanno una preparazione specialistica per riconoscere e trattare adeguatamente un paziente colpito da depressione o da altre forme di disagio psichico e sociale. Ecco perché diventa importante la figura della presenza dello psicologo nello studio del medico di base almeno una volta alla settimana.

Come la prenderanno i pazienti?Questa ricerca ha dimostrato non solo l’efficacia ma anche il gradimento della maggior parte dei pazienti. Un dato interessante è che da una parte si è evitato un incremento di richieste ai servizi specialistici, poiché il disagio viene intercettato e gestito per tempo dallo psicologo in sinergia con il medico. Dall’altro canto, liddove è necessario, si facilita invece l’accesso alla psicoterapia evitando che il disagio venga trattato esclusivamente con farmaci che spesso possono non essere la soluzione al problema e fanno aumentare il costo della spesa sanitaria.

Parliamo quindi di migliorare i servizi senza aumentare i costi. E’ davvero possibile?In Inghilterra tra il 2006 e il 2008 è stata avviata un’integrazione tra servizi sanitari e di psicologia con un finanziamento iniziale di 173 milioni di sterline. La prima relazione, presentata nel 2012, ci racconta che entro il 2016 si determinerà un risparmio di 272 milioni. L’investimento ha fatto sì che si determinasse un miglior utilizzo dei sistemi sanitari da parte dei pazienti grazie alla professionalità e all’indirizzo che ottiene dalla presenza dello psicologo nello studio del medico di base.

1 aprile 2013

ADHD, uno studio

Il più importante studio a lungo termine mai condotto su bambini in età prescolare diagnosticati ADHD (Sindrome da Iperattività e Deficit di Attenzione, la 'presunta' patologia dei bambini troppo agitati e distratti), pubblicato recentemente sull'autorevole rivista scientifica internazionale 'Journal of American Academy of Child and Adolescent Psychiatry', rileva che il trattamento farmacologico precoce su bambini con problematiche di comportamento in classe e in famiglia non ha effetti significativi sulla riduzione dei sintomi: 9 bambini su 10 continuano a manifestare il problema anche molto tempo dopo l'inizio del trattamento farmacologico, e ciò al di la della gravità della patologia.

Emilia Costa, professore Emerito di Psichiatria e già titolare della 1^ Cattedra di Psichiatria dell'Universita' di Roma "La Sapienza", commenta così lo studio americano: "La tesi dei colleghi americani conferma quanto da tempo dicevamo, ovvero che il cervello del bambino in evoluzione ha necessità fondamentale più che di psicofarmaci di un adeguato e sano apporto alimentare, di un contesto affettivo positivo, di movimento e di stimoli ambientali, di attenzione al clima, alla temperatura, alla ventilazione, ai campi elettromagnetici, e molto altri accorgimenti necessari e dovuti in una fase delicata come quella della crescita. L'assenza o la carenza di uno solo di questi apporti fondamentali può causare anormalità comportamentali e deficit che non sono regolabili 'magicamente' ingerendo una pastiglia di psicofarmaco. Anzi, l'assunzione di psicofarmaci rischia di modificare il normale sviluppo del cervello del bambino e dell'adolescente fino a produrre diversi disturbi di personalità, che vengono poi classificati come altre malattie 'ovviamente' da curare con altri psicofarmaci. Così la catena della malattia psichica - conclude Costa - si perpetua in eterno, per la gioia delle multinazionali del farmaco e dei loro ricchi bilanci".

L'indagine, condotta su Bambini considerati con problemi di comportamento e temperamento tra i 3 e i 5 anni, ha osservato i piccoli pazienti nei sei anni successivi alla prima diagnosi. I sintomi tipici dell'ADHD (disattenzione, iperattività e impulsività) sono continuati per circa il 90% del numeroso gruppo di bimbi coinvolti nella sperimentazione, anche sei anni dopo la diagnosi, senza evidenziare rilevanti differenze tra il gruppo trattato farmacologicamente e quello non medicalizzato.
Sul punto è intervenuto anche Luca Poma, giornalista e Portavoce di "Giù le Mani dai Bambini", il più rappresentativo comitato italiano per la farmacovigilanza pediatrica. "Sono anni che sosteniamo l'inutilità di questi psicofarmaci, che hanno un effetto limitato nel tempo e per contro espongono i bambini a gravi rischi. Ci appelliamo all'Istituto Superiore di Sanità, che sta collaborando alla stesura delle nuove linee guida per il trattamento dell'ADHD, affinché, nel rispetto della propria missione di ente pubblico imparziale che lavora per il bene di tutta la cittadinanza, includa queste nuove evidenze scientifiche nei protocolli. Quella parte di comunità scientifica che promuove - spesso in pieno conflitto d'interessi - l'utilità dell'uso di molecole psicoattive e anfetamine su bambini piccoli e adolescenti, deve finalmente ammettere che il presunto beneficio è di breve termine, che si riducono solo i sintomi - peraltro a prezzo di rischi per la salute dei più piccoli - e che queste cosiddette terapie non curano assolutamente nulla.

Ciò che serve è una presa in carico 'non semplicistica' per i piccoli con problemi di comportamento: come diceva un grande pediatra americano, il Dott. Bill Carey, bisogna diffidare delle soluzioni 'quick-fix', soluzioni facili a problemi complessi".
Secondo i ricercatori, oltre il 7% dei bambini americani sono attualmente in trattamento per l'ADHD, per una stima di incassi da parte delle multinazionali farmaceutiche coinvolte che oscilla 36 e 52 miliardi dollari all'anno.

7 febbraio 2013

il "bello"


Il concetto di  bello è molto soggettivo ma anche molto diverso tra uomini e donne... Così diverso che nei due sessi è associato all'attività cerebrale di due aree differenti.

Se con la vostra metà non riuscite mai a trovare un accordo sul colore delle pareti o sul rivestimento del divano, non prendetevela: è questione di evoluzione! Il senso del bello cambia infatti tra uomini e donne; a confermarlo non ci sono solo gli studi comportamentali, ma anche una ricerca effettuata nel 2008 da un team internazionale di scienziati. 
Camilo J. Cela-Conde dell’Università delle Isole Baleari e i suoi colleghi sono infatti riusciti a dimostrare che la vista di opere d’arte, di paesaggi piacevoli e, più in generale, di "cose belle" attiva, in maschi e femmine, zone diverse del cervello. La magnetoencefalografia, un esame che permette di rilevare l’attività elettrica delle sinapsi, ha rivelato che mentre nelle donne la vista di immagini "belle" attiva entrambe le aree parietali, nell’uomo accende solo il lato destro della corteccia. Secondo i ricercatori questa differenza è una conseguenza dell’evoluzione e risale all’era in cui uomini e scimmie iniziarono a differenziarsi.