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26 dicembre 2014

L'addio a Babbo Natale

di Gérald Bronner
(L'originale di questo articolo è stato pubblicato su "Mente&Cervello" n.84)

Che cosa prova un bambino quando smette di credere a Babbo Natale? Che ruolo hanno compagni e genitori nella scoperta della verità? Un'indagine rivela i retroscena di un passo cruciale verso il mondo dei grandi.

Ciascuno di noi, nel corso della propria vita, ha attraversato l'esperienza dolorosa della perdita delle illusioni, la più banale delle quali è quella di credere all'esistenza di un personaggio benevolo, vestito di rosso e bianco, che guida una slitta trainata da renne volanti e che distribuisce regali a tutti i bambini del mondo. Questa disillusione avviene in media attorno ai sette anni. Non tutti si ricordano della scomparsa di questo personaggio favoloso, ma tra coloro che ne hanno conservato qualche memoria, molti rammentano anche la delusione che hanno provato.
La fine della prima infanzia si accompagna a una mutazione dei sistemi di rappresentazione, all'abbandono di una certa visione del mondo. Bisogna lasciarsi dietro un universo terrificante e incantato, guadagnando e perdendo molto allo stesso tempo. Scompare il mostro nell'armadio, ma anche il folletto capace di realizzare tutti i nostri desideri.
Questi miti sono spesso percepiti come una bambinata senza importanza dai genitori, che tendono a considerare la scomparsa di Babbo Natale una tappa necessaria della crescita. In questo modo, però, sottostimano due aspetti: da un lato, il fatto che questa tappa possa essere delicata nella costruzione del sé, perché non si tratta solo della scomparsa di una credenza, ma coinvolge la natura dei legami che il bambino intrattiene con le persone che gli stanno intorno e che gli hanno mentito.

( CONTINUA )


21 giugno 2013

Amavo Freud, ma ho scelto la Psicologia cognitiva

Seduta di fronte al Prof. Jervis per l’esame di Teorie della personalità, speravo che non mi chiedesse il cognitivismo: lo trovavo complicato, non mi piaceva e non riuscivo mai a inquadrare bene l’argomento.
Jervis me lo chiese eccome, passai l’esame con un voto mediocre.
All’epoca ero più affascinata dalla psicoanalisi e dall’interpretazione dei sogni. In verità facevo un po’ fatica a considerarmi in termini di istanze psichiche: l’Es l’Io e il Super Io, di cui parlava Freud. Ma se l’alternativa era quella di equipararmi al computer, come dicevano i cognitivisti, non avevo dubbi: preferivo di gran lunga Freud.
Alla fine dell’università mi sono dovuta ricredere: ho riscoperto il cognitivismo e cominciato a farne parte.
Durante gli studi, non avevo capito il principio di base del cognitivismo per cui nel sintomo la persona esprime il suo modo di vedere la vita, le sue convinzioni, la sua storia.
Prendiamo i disturbi del comportamento alimentare per esempio.
Chi controlla ossessivamente la qualità e quantità di cibo da mangiare, o si lascia andare all’impulso di svuotare il frigo (e lo stomaco a seguire), o mangia in continuazione, “racconta” come si percepisce, che rapporto ha con gli altri, e quanto sente di avere un ruolo attivo in tutta la faccenda. L’attenzione è riposta sul cibo mentre il problema è su ciò che esso rappresenta. Per esempio un banco di prova su cui misurare la capacità/incapacità di tenere sotto controllo i propri bisogni affettivi o di manipolare i giudizi esterni e il corpo è la prova di quanto si sente di esserci riusciti.
Tutto questo si chiama organizzazione di significato personale: è un insieme di schemi mentali, derivati dalle esperienze e conoscenze fatte, che seleziona certe cose e ne lascia altre sullo sfondo: per esempio rende importante l’opinione degli altri a scapito dell’affermazione personale. E’ la diretta conseguenza dei modelli familiari vissuti. Nel nostro caso di modelli familiari in cui si chiede direttamente al bambino “di fare il bravo, o la brava” e indirettamente di rinunciare a una parte di sé e aderire alle aspettative familiari di mantenere un’immagine adeguata, di essere all’altezza, con la minaccia di penosi sensi di colpa quando non ci riesce.
Non si fa il processo alla famiglia, né si può dire che certi genitori sono cattivi, semplicemente ripropongono quello che hanno imparato a loro volta: i modelli familiari si tramandano di generazione in generazione.
All’università studiavamo il lavoro dei primi cognitivisti che negli anni ’50 analizzavano le funzioni del cervello umano con l’aiuto degli elaboratori elettronici. E studiavamo la successiva corrente ecologica cognitivista che nasce negli anni ’70 dalla quale sono nate tante teorie per la comprensione della sofferenza umana e tante forme di psicoterapia. Oggi si parla di almeno venti forme diverse di psicoterapia cognitiva (o cognitivo-comportamentale)
Chi si avvicina alla psicoterapia cognitiva può incontrare indistintamente uno psicoterapeuta cognitivista standard, costruttivista, post razionalista, o altro ancora.
Non c’è da preoccuparsi, per un paziente non fa differenza un tipo o un altro, anche se ad ogni psicoterapeuta piace pensare che il proprio metodo sia sempre migliore degli altri.
Tutte le scuole hanno in comune l’idea che la sofferenza psichica sia direttamente collegata alla conoscenza maturata nel corso della propria storia, e l’obiettivo di aiutare le persone a migliorare la propria capacità di riflettere su se stesse, sui propri stati d’animo e sui propri pensieri. Aspetti che hanno poi una ricaduta diretta sul comportamento e sulla capacità di costruire obiettivi e di perseguirli.

Patrizia Mattioli,
Blog de il Fatto Quotidiano

16 aprile 2013

Self Fulfilling Prophecy

La profezia che si autoavvera, quella che in inglese si chiama self fulfilling prophecy, è una stregoneria che chiunque può fare. E che funziona.
Istruzioni per produrre un’efficace profezia che si autoavvera: cominciate a credere o a diffondere la credenza che un’eventualità improbabile sia certa. Più l’eventualità è remota, meglio è. Se è anche negativa, è il massimo dello spettacolo.
A questo punto, se il fatto negativo vi colpisce direttamente, abbandonatevi alla disperazione e/o datevi da fare per mettervi al riparo dalle conseguenze nefaste. Se colpisce qualcun altro, evocatela in un crescendo minaccioso, fino a quando il qualcun altro non si abbandonerà alla disperazione e/o non si darà da fare per mettersi al riparo. In entrambi i casi, si tratta di attivare proprio quel comportamento (insensato) che finalmente fa succedere la (improbabile) profezia.
Fallimenti annunciati. Robert Merton, l’inventore della definizione self fulfilling profecy, fa questo esempio: Rosanna si convince ingiustamente che il suo matrimonio fallirà. Quindi si comporta come se fosse già fallito, e lo fa effettivamente fallire. Oppure: Filippo si convince ingiustamente di non avere nessuna possibilità di passare un esame. Studia, ma al momento dell’esame è così agitato da non rispondere neanche alle domande più facili, e non passa.
Ma lo stesso meccanismo funziona anche con i gruppi. Può portare al fallimento di una banca (se troppi correntisti, timorosi di un crac, ritirano nello stesso momento i propri depositi, il crac succede) o di una trattativa (se tutti sono convinti che la trattativa non si chiuderà, nessuno si dà da fare per negoziare sul serio e la trattativa va in fumo) o di un’impresa (se molti clienti pensano che l’azienda stia per chiudere, smettono di fare ordini e l’azienda chiude davvero).
Visto che le cattive notizie e i pronostici allarmanti sollevano più interesse di quelli buoni, spesso anche i mezzi d’informazione fanno la loro parte nell’evocare spettri che, dai e dai, acquistano consistenza. Paul Watzlawick fa questo esempio: nel 1979, in California, i quotidiani pubblicano dichiarazioni sensazionali riguardanti un’incombente scarsità di carburante. Tutti si affrettano a far benzina e nel giro di poche ore le scorte, effettivamente, finiscono.
Da Edipo a Beppe Grillo. La profezia che si autoavvera funziona anche in positivo. Per esempio, con i sondaggi preelettorali: si dà per vincente o in crescita un partito, questo fatto incoraggia gli indecisi a preferirlo, il partito cresce e, magari, finisce per vincere.
Funziona nella scuola, ed è stato provato: ai professori viene detto che alcuni studenti (in realtà scelti a caso) “hanno grandi potenzialità”. Quindi cominciano a seguire quegli studenti con un’attenzione speciale. E, a fine anno, la performance di quegli studenti è migliorata.
La profezia che si autoavvera ritorna nel nostro immaginario: dalla leggenda di Edipo al Macbeth di Shakespeare, al film Matrix. Ma ricorre anche nel passato storico e nel nostro presente quotidiano, dalla bolla dei tulipani in Olanda alle recenti posizioni grilline sull’inciucio Bersani-Berlusconi: si rifiuta qualsiasi dialogo nella certezza che si verificherà un “inciucio” e prevarrà la cattiva politica. E di fatto si propizia il verificarsi dell’inciucio e il prevalere della cattiva politica, proprio rifiutando qualsiasi dialogo.
Le definizioni di una situazione e i comportamenti che si attivano fanno sempre parte della stessa situazione, e ne possono determinare lo sviluppo: quelli che sembrano solo “effetti” sono, in realtà, “cause”, di cui nel bene o nel male è responsabile proprio chi li ha evocati. Converrebbe prenderne nota, magari.

Annamaria Testa,
La profezia e l'inciucio
(Internazionale)

15 febbraio 2013

Tradimento e castigo nella società dei babbuini


Tradimento e castigo nella società dei babbuini

Le coppie che tradiscono il maschio dominante, l'unico legittimato ad accoppiarsi con le femmine del gruppo, riducono l'intensità delle vocalizzazioni emesse durante il rapporto fino a evitarle del tutto. Tuttavia, se i due "colpevoli" vengono scoperti e il maschio coinvolto appartiene alla cerchia dei diretti accoliti del leader, la punizione che gli verrà inflitta sarà relativamente modesta, considerata l'importanza per il maschio dominante di avere un gruppo di "fedeli" che garantisca l'assetto gerarchico (LeScienze)

Il nove per cento circa dei rapporti sessuali fra babbuini gelada è “extraconiugale”, e i maschi e le femmine che ne sono protagonisti non solo stanno attenti a dove si trova il maschio dominante per cogliere il momento propizio, ma addirittura evitano di emettere le vocalizzazioni che solitamente accompagnano il coito. A scoprirlo è uno studio pubblicato su “Nature Communications” che ha documentato per la prima volta con certezza il ricorso a un inganno tattico in primati non umani che vivono in un ambiente naturale.
Vari studi avevano già suggerito che gli individui che "tradiscono” i compagni per massimizzare il proprio successo riproduttivo modificano il loro comportamento in modo da non farsi scoprire. Finora, tuttavia, le prove di questo inganno in natura erano scarse.
La ricerca di Aliza Le Roux, dell'University of the Free State Qwaqwa, in Sudafrica, e colleghi, è stata condotta nel Simien Mountains National Park, in Etiopia, dove gli scienziati hanno tenuto sotto costante osservazione 19 gruppi di babbuini gelada – per un totale di 73 maschi e 134 femmine - da gennaio 2009 a dicembre 2011.

Nella società dei babbuini gelada, il branco può includere fino a una dozzina di femmine e diversi maschi di differente età e posizione sociale. In genere il maschio dominante – che in teoria ha l'esclusiva sugli accoppiamenti - è contornato da un piccolo numero di “seguaci” maschi che riescono comunque a generare il 17 per cento circa dei piccoli. Caratteristica della specie è che durante il rapporto sessuale i partner emettono tipiche vocalizzazioni, le quali però, al contrario di quanto avviene in altri animali, sono controllate volontariamente, come dimostra il fatto che durante i tradimenti, la loro intensità è regolata in funzione della distanza del capo branco tradito.

Se la coppia abusiva viene comunque coperta, il maschio dominante punisce il trasgressore aggredendolo, ma senza spingersi a conseguenze estreme. E senza convincerlo a desistere dai tentativi di accoppiamento, poiché i ricercatori hanno constatato che nelle settimane e nei mesi successivi al castigo, la maggior parte dei seguaci puniti continua ad approfittare delle situazioni favorevoli. In effetti, anche se questi tradimenti riducono la progenie del capo branco, il maschio dominante ha  interesse ha conservare intatta la sua corte di seguaci che, collaborando attivamente alla difesa dell'assetto gerarchico, gli permette di rimanere al comando e avere quindi comunque un numero elevato di figli. Fra i babbuini, la posizione di maschio dominante è infatti sempre piuttosto precaria, sfidata com'è sia dai giovani del branco giunti alla maturità sessuale sia da individui provenienti da gruppi vicini.

La scoperta, osservano Le Roux e colleghi, ha un duplice interesse. Da un lato dimostra la presenza di abilità cognitive superiori come la consapevolezza dello stato mentale degli individui che si stanno ingannando. Dall'altro testimonia lo sviluppo e l'evoluzione di un'idea della pena usata non tanto per modificare il comportamento di chi la riceve, quanto per massimizzare il beneficio di chi la infligge: riaffermare la propria posizione dominante senza sobbarcarsi del costo potenzialmente molto elevato legato a una punizione di gravità tale da indebolire il gruppo dei seguaci.

24 agosto 2012

La consapevolezza di sé


La consapevolezza di sé, ovvero l’autoriconoscimento della propria esistenza individuale distinta da quella degli altri, potrebbe non essere confinata in modo preciso in alcune aree cerebrali, come ritenuto finora, ma emergere dall’interazione di diversi network neuronali: è quanto sostiene sulle pagine della rivista PLOS ONE gruppo di ricerca dell’Università dell’Iowa guidato da David Rudrauf. La conclusione si è basata sull’osservazione di un unico paziente con estesi danni cerebrali che, nell’attuale modello, avrebbero dovuto compromettere inevitabilmente la sua autoconsapevolezza.
Considerata fin dalle speculazioni filosofiche più antiche una delle capacità più squisitamente umane, la consapevolezza di sé è stata profondamente analizzata anche negli studi di psicologia mediante test classici come il riconoscimento allo specchio. Il test, inoltre, ha allargato notevolmente lo spettro delle specie animali che ne sarebbero dotate almeno in un certo grado, poiché è stato superato non solo dalle scimmie antropomorfe ma anche da delfini, elefanti e polpi.

I neuroscienziati da parte loro hanno individuato il correlato neurologico dell’autoconsapevolezza in tre regioni principalmente: nella corteccia dell’insula, nella corteccia cingolata anteriore e nella corteccia prefrontale mediale.
Questa precisa localizzazione viene ora messa in discussione Questi risultati che tendono a localizzare la consapevolezza di sé in precise porzioni di alcune regioni cerebrali viene ora messa in discussione da Rudrauf e colleghi in virtù delle capacità residue di un unico soggetto, indicato come “paziente R”, un raro caso in cui tutte e tre le regioni cerebrali coinvolte sono state danneggiate.

“Secondo le nozioni finora accettate, quest’uomo avrebbe dovuto
essere una sorta di zombie”, spiega David Rudrauf, coautore dell’articolo apparso su PLoS ONE. “I nostri test dimostrano invece tutt’altro: conoscendolo, ci si rende conto immediatamente che l’autoconsapevolezza non gli manca, pur con le difficoltà di una persona con un notevole danno ai lobi temporali che, producendo gravi amnesie, inficia notevolmente il sé autobiografico”.
In primo luogo, il paziente R ha mostrato ripetutamente di riconoscersi quando si guardava allo specchio oppure quando osservava alcune fotografie realizzate in periodi diversi della sua vita. Oltre a ciò, dimostrava di percepire un’azione come conseguenza delle proprie intenzioni. Se invece gli venivano somministrati più specifici test di misura della personalità, egli mostrava una stabile capacità di pensare a se stesso e di auto-percepirsi, con una profonda abilità d’introspezione, ritenuta una delle sfumature più raffinate dell’autoconsapevolezza.
Il "paziente R" e la consapevolezza di sé
Scansioni in risonanza magnetica della testa del "paziente R" oggetto dello studio: risultano danneggiate le tre aree cerebrali responsabli dell'auto-consapevolezza (Department of Neurology, University of Iowa)
“Ciò che mostra chiaramente la nostra ricerca è che l’autoconsapevolezza corrisponde a processi neuronali che non possono essere localizzati in una o più regioni distinte del cervello”, ha concluso David Rudrauf. “Con tutta probabilità, l’autoconsapevolezza emerge da interazioni molto più distribuite tra network di diverse regioni cerebrali”.
Si ipotizza che a essere maggiormente coinvolti nel sopperire alle mancanze funzionali delle tre regioni cerebrali danneggiate siano il tronco encefalico, il talamo e la corteccia posteromediale.