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25 agosto 2014

L'istinto di narrare

Passiamo più tempo immersi in un universo di finzione che nel mondo reale. "L'isola che non c'è" è la nostra vera nicchia ecologica, il nostro habitat. Nessun altro animale dipende dalla narrazione quanto l'essere umano, lo "storytelling animal". Questo strano comportamento, che ci porta a mettere al centro della nostra esistenza cose che non esistono, è innato e antichissimo; ci sono segni di finzione fin dai primordi dell'umanità e basta osservare un bambino nel suo quotidiano gioco del "facciamo finta che" per capire che si tratta di un istinto primordiale, che ha già dentro di sé quando viene al mondo. Ma a che scopo? Jonathan Gottschall, autore del saggio  "L'istinto di narrare - Come le storie ci hanno reso umani", studia la narrazione da molti punti di vista e ha un'idea originale e affascinante per spiegare come si sia sviluppata questa strana abilità. Appoggiandosi, da letterato, alle ricerche più avanzate della biologia e delle neuroscienze, Gottschall evoca i ben tangibili vantaggi del mondo fantastico, e lo fa con il piglio del grande narratore. Raccontando storie, ad esempio, i bambini imparano a gestire i rapporti sociali; con le fantasie a occhi aperti esploriamo mondi alternativi che sarebbe troppo rischioso vivere in prima persona, ma che risulteranno utilissimi nella vita reale; nei romanzi e nei film cementiamo una morale comune che permette alla società di funzionare col minimo possibile di contrasti; e poi è provato che la letteratura ci cambia, fisicamente e in meglio. Qualsiasi insegnante sa bene che per far comprendere un concetto bisogna vestirlo di una trama. Il potere universale della finzione è probabilmente la nostra caratteristica più distintiva, il segreto del nostro successo, ciò che ha reso l'uomo un animale diverso dagli altri, permettendo a lui solo di vivere contemporaneamente molte vite, accumulare esperienze diverse e costruire il proprio mondo con l'incanto dell'invenzione...

Ed ecco un estratto da "L'istinto di narrare - Come le storie ci hanno reso umani" di Jonathan Gottschall, pubblicato da Bollati Boringhieri
"Gli esperti di statistica concordano nel ritenere che, se solo potessero disporre di un certo numero di scimmie immortali e le chiudessero in una stanza con una  macchina da scrivere facendo sì che battano sui tasti per tanto, tantissimo tempo, alla fine gli animali partorirebbero una riproduzione perfetta dell'Amleto, con tutti i punti, le virgole e persino le imprecazioni al posto giusto. È importante che le scimmie in questione siano immortali: gli statistici riconoscono che ci vorrebbe davvero molto tempo. Altri sono invece piuttosto scettici. Nel 2003 alcuni ricercatori dell'Università di Plymouth, in Gran Bretagna, hanno predisposto un test pilota per verificare la cosiddetta teoria della scimmia infinita: «pilota» in quanto ancora non possediamo le schiere di superscimmie viventi in eterno né l'orizzonte temporale infinito necessari per un test definitivo. Tuttavia questi ricercatori disponevano di un vecchio computer e di sei macachi crestati del Sulawesi. Hanno messo il computer nella gabbia degli animali e hanno chiuso la porta. Le scimmie inizialmente hanno fissato lo sguardo sul computer e vi si sono affollate intorno mormorando. Lo hanno accarezzato con le palme delle mani, hanno cercato di ammazzarlo a sassate, si sono accovacciate sulla tastiera, si sono irrigidite e hanno evacuato. Poi hanno avvicinato la tastiera alla bocca per sentire se avesse un buon sapore: non ce l'aveva, dunque l'hanno sbattuta sul pavimento urlando. A un certo punto hanno preso a colpire i tasti, dapprima con lentezza poi più velocemente. I ricercatori sono rimasti in attesa. Dopo un'intera settimana, e poi un'altra, quelle scimmie sfaticate ancora non avevano scritto l'Amleto, nemmeno la prima scena. Ma il loro lavoro d'équipe aveva fruttato qualcosa come cinque pagine di testo, che gli orgogliosi ricercatori hanno rilegato con una bella copertina in cuoio, dopodiché hanno postato su Internet il facsimile protetto da copyright di un libro dal titolo Notes Towards the Complete Works of Shakespeare. Ne cito un passaggio rappresentativo:
 Sssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssssnaa aaa aaa Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaasssssssssssssssssssssssssssssssssssfs sssssssssssssssssssssssfhggggggggggggss Assfsssssssssssggggggggggaavmlvvssajjjlsssssssssssssssssssssssssa
 La scoperta più rilevante prodotta dall'esperimento è stata che i macachi crestati del Sulawesi preferiscono di gran lunga la lettera s rispetto a tutte le altre lettere dell'alfabeto, benché le implicazioni di questa scoperta rimangano tuttora ignote. La zoologa Amy Plowman, responsabile dello studio, ha sobriamente concluso: «Il lavoro è stato interessante, ma di scarso valore scientifico, salvo il fatto di mostrare che la "teoria della scimmia infinita" è infondata». In sostanza, pare proprio che il grande sogno degli statistici, quello di leggere un giorno una copia dell'Amleto sfornata da una superscimmia immortale, non sia altro che pura fantasia. Ma forse il circolo degli statistici troverà consolazione nello studioso di teoria letteraria Jiro Tanaka, il quale sottolinea che l'Amleto, sebbene non sia stato scritto da una comune scimmia, è comunque stato scritto da un primate, una grande scimmia antropomorfa per essere specifici. In un qualche momento delle remote ere preistoriche, scrive Tanaka, «da una serie non propriamente infinita di australopitechi simili a scimpanzé è derivato un assortimento ancora meno infinito di ominidi bipedi, e poi da queste prime schiere di bipedi è derivato un altro gruppo piuttosto definito di primati meno pelosi. E, in un lasso di tempo assolutamente non infinito, uno di questi primati ha effettivamente scritto l'Amleto». E molto tempo prima che qualcuno di loro pensasse di scrivere l'Amleto o i romanzi «Harmony» e la saga di Harry Potter - molto prima che potessero anche solo immaginare il fatto stesso di scrivere - questi primati si stringevano intorno al fuoco raccontandosi a vicenda un sacco di invenzioni su intrepide creature animali e giovani amanti, eroi generosi e scaltri cacciatori, capi villaggio e sagge donne anziane, fantasie sull'origine del sole e delle stelle, sulla natura degli spiriti e delle divinità e su tante altre cose. Decine di migliaia di anni fa, quando la mente umana era giovane e i nostri progenitori ancora poco numerosi, ci raccontavamo storie. E ora, decine di migliaia di anni dopo, ora che la nostra specie domina in tutto il pianeta, la maggior parte di noi ancora discute energicamente intorno ai miti sull'origine delle cose e ancora ci emozioniamo per una sbalorditiva quantità di racconti di finzione che leggiamo sui libri, vediamo a teatro o sugli schermi: storie di crimini, storie di sesso, storie di guerra, storie di intrighi, storie vere e storie false. Abbiamo, come specie, una vera dipendenza dalle storie. Anche quando il nostro corpo dorme, la mente sta sveglia tutta la notte, narrando storie a se stessa".

(continua in libreria...)

22 novembre 2013

Analogico, cioè intelligente


Il filosofo dell’intelligenza americano Douglas Hofstadter è di ritorno con un volume che ricorda, per mole e densità, il celebre Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante (“Geb” per gli appassionati), tradotto negli anni Ottanta da Adelphi.

Un trentennio dopo, le pagine zigzagano nuovamente fra i meandri del pensiero umano, lasciando questa volta più sullo sfondo i paragoni con l’intelligenza artificiale. Nella nuova impresa, inoltre, Hofstadter è affiancato dallo psicologo sperimentale francese Emmanuel Sander. Uscita innanzitutto proprio in Francia, con il titolo L’analogie. Coeur de la pensée (“L’analogia. Cuore del pensiero”; Odile Jacob, pagine 688, euro 31,90), la summa riunisce un numero impressionante di esempi – ordinari, linguistici, pedagogici, storici e scientifici – per dimostrare che l’intelligenza umana non è un semplice operatore logico, ma impiega invece sempre una funzione cognitiva più sfuggente, raffinata e ricca: l’analogia. Sander, docente all’Università di Parigi 8, ha accettato di parlarci della nuova teoria sviluppata in un volume che fra l’altro strizza spesso l’occhio alla cultura e alla lingua italiana.

Professore, lei sostiene con Douglas Hofstadter che ragioniamo tramite analogie. Come le definirebbe?
«Per restare all’essenziale, si tratta di paragoni mentali, generalmente fra qualcosa che è esterno a noi e qualcosa d’interno. Ovvero, fra un avvenimento esterno e una conoscenza, un concetto che possediamo già. In modo quasi sistematico, ciò implica un legame fra presente e passato, anche se talora può trattarsi di un passato molto recente».

Questa visione contraddice le famose categorie logiche mentali?
«La nostra teoria è in contrasto con due visioni classiche. Innanzitutto, con la tradizione delle categorie aristoteliche, secondo la quale esiste una segmentazione oggettiva del mondo, indipendente dall’essere umano. Mettiamo in evidenza che le categorie sono costruzioni mentali. Attraverso analogie successive, è l’essere umano a sviluppare delle categorie. Le categorie non sono scaffali, ma strutture psicologiche dinamiche ed evolutive che possono affinarsi durante tutta la vita. Al contempo, critichiamo lo statuto classico della logica. L’uomo affronta il mondo e ciò che lo circonda grazie a dei paragoni mentali, cercando nel proprio cervello le situazioni più simili a quelle vissute in un dato momento. Queste somiglianze possono essere talora abbastanza astratte e non solo percettive. Ma in ogni caso tali somiglianze non dipendono dalla logica, la quale è invece piuttosto un sottoprodotto dell’analogia. La logica, dunque, non è incisa nel nostro funzionamento mentale».

Cosa significa che “i concetti sono come città”?
«I concetti o le categorie, termini che sono per noi sinonimi, si sviluppano a partire da un centro storico, corrispondente alle nostre prime esperienze dell’infanzia. A partire dall’esperienza immediata della propria mamma, il bambino apprende in fretta per analogia il concetto più generale di “mamma”, fino ad approdare, con un’analogia più raffinata, verso quello ancora più esteso di “madre”. Ciò è vero per tutti i concetti. In quest’ottica, i cosiddetti archetipi o stereotipi sono spesso il centro storico di molti concetti».

Nella vecchia diatriba filosofica fra intelligenza innata o acquisita, quale campo scegliere?
«Siamo più sulla sponda empirica, ma sosteniamo che ciò che si acquisisce sviluppa delle astrazioni. Per noi, dunque, l’intelligenza non è una semplice collezione di esperienze, dato che le analogie sono supporti naturali per sviluppare astrazioni, dunque concetti astratti».

Alla luce di questa visione, i primi mesi di vita sono cruciali?
«l meccanismo dell’analogia comincia fin dai primi attimi, ma è destinato a proseguire durante tutta la vita. Non è dunque corretto dire che tutto si gioca nell’infanzia, perché l’evoluzione dei nostri pensieri è permanente, soprattutto quando viviamo esperienze forti. Ciò è vero anche per i fatti di attualità. Si pensi all’11 settembre, che ha dato vita a un nuovo autentico concetto presto diffuso in tutto il mondo».

Questa teoria poggia già su precise ricerche sperimentali o spera invece di suscitarne?
«L’uno e l’altro. La psicologia sperimentale mostra già in molti casi che apprendiamo attraverso analogie e ciò del resto permette in parte di prevedere ciò che si apprenderà. Inoltre, sappiamo pure che a scuola certe analogie inducono di frequente in errore, per esempio in matematica. Ma speriamo pure di suscitare un nuovo vasto slancio di ricerca in questo campo».

Per decenni, si è cercato di paragonare intelligenza e struttura delle lingue. Una pista infelice?
«Per noi, la lingua è uno degli indicatori esterni del funzionamento del pensiero e in particolare dei concetti. Ma il cuore del problema è il modo in cui gli esseri umani sviluppano i concetti. Il nostro lavoro sfugge dunque completamente a una certa tendenza novecentesca a cercare ad ogni costo le strutture del pensiero, talora prendendo in prestito modelli linguistici. La nostra teoria parte dall’esperienza. Per numerosissimi concetti, inoltre, non esistono né parole, né espressioni linguistiche semplici».

L’analogia è sempre relazionale. Paragonando il cognitivismo all’antropologia culturale, ciò fa pensare alla svolta introdotta dalla “teoria mimetica” di René Girard. Che ne pensa?
«È un’analogia interessante e difendibile. Per noi, è centrale proprio il fatto che ogni relazione nutre e sviluppa il nostro pensiero. Ciò include le imitazioni più semplici, così come le estrapolazioni più astratte. Si pensi a un caso di empatia semplice: quando abbiamo fame, chiediamo spesso anche al nostro interlocutore se ha fame. Il punto comune è sempre la ricerca di una somiglianza. Questo, a livelli di astrazione estremi, diventa pure il motore delle più affascinanti scoperte, come nel caso di Einstein o di altri fra i più grandi scienziati, spesso propensi a pensare che il mondo fisico-matematico funziona in modo simmetrico, elegante, obbedendo a una certa coerenza della natura. In questi casi, l’analogia rima pure con una certa forma di ottimismo conoscitivo».

Tutto ciò ci aiuta pure a comprendere meglio le differenze fra intelligenza umana e computer?
«Sì. Ad esempio, ciò è molto evidente nel caso dei programmi informatici di traduzione automatica. I concetti sono il nostro modo sempre diverso di dare senso a ciò che ci circonda e tutto questo manca all’intelligenza artificiale, la quale, basandosi solo su repertori o correlazioni statistiche, non potrà mai simulare fino in fondo il pensiero creativo di un traduttore umano. Quest’ultimo comincia sempre comprendendo ciò che legge, ovvero ricostruendo situazioni, al di là delle parole che ha di fronte. Per questo, benché spesso molto utili, anche i più sofisticati programmi di traduzione continuano a generare catastrofi».

Daniele Zappal, Avvenire 07.11.13

21 giugno 2013

Amavo Freud, ma ho scelto la Psicologia cognitiva

Seduta di fronte al Prof. Jervis per l’esame di Teorie della personalità, speravo che non mi chiedesse il cognitivismo: lo trovavo complicato, non mi piaceva e non riuscivo mai a inquadrare bene l’argomento.
Jervis me lo chiese eccome, passai l’esame con un voto mediocre.
All’epoca ero più affascinata dalla psicoanalisi e dall’interpretazione dei sogni. In verità facevo un po’ fatica a considerarmi in termini di istanze psichiche: l’Es l’Io e il Super Io, di cui parlava Freud. Ma se l’alternativa era quella di equipararmi al computer, come dicevano i cognitivisti, non avevo dubbi: preferivo di gran lunga Freud.
Alla fine dell’università mi sono dovuta ricredere: ho riscoperto il cognitivismo e cominciato a farne parte.
Durante gli studi, non avevo capito il principio di base del cognitivismo per cui nel sintomo la persona esprime il suo modo di vedere la vita, le sue convinzioni, la sua storia.
Prendiamo i disturbi del comportamento alimentare per esempio.
Chi controlla ossessivamente la qualità e quantità di cibo da mangiare, o si lascia andare all’impulso di svuotare il frigo (e lo stomaco a seguire), o mangia in continuazione, “racconta” come si percepisce, che rapporto ha con gli altri, e quanto sente di avere un ruolo attivo in tutta la faccenda. L’attenzione è riposta sul cibo mentre il problema è su ciò che esso rappresenta. Per esempio un banco di prova su cui misurare la capacità/incapacità di tenere sotto controllo i propri bisogni affettivi o di manipolare i giudizi esterni e il corpo è la prova di quanto si sente di esserci riusciti.
Tutto questo si chiama organizzazione di significato personale: è un insieme di schemi mentali, derivati dalle esperienze e conoscenze fatte, che seleziona certe cose e ne lascia altre sullo sfondo: per esempio rende importante l’opinione degli altri a scapito dell’affermazione personale. E’ la diretta conseguenza dei modelli familiari vissuti. Nel nostro caso di modelli familiari in cui si chiede direttamente al bambino “di fare il bravo, o la brava” e indirettamente di rinunciare a una parte di sé e aderire alle aspettative familiari di mantenere un’immagine adeguata, di essere all’altezza, con la minaccia di penosi sensi di colpa quando non ci riesce.
Non si fa il processo alla famiglia, né si può dire che certi genitori sono cattivi, semplicemente ripropongono quello che hanno imparato a loro volta: i modelli familiari si tramandano di generazione in generazione.
All’università studiavamo il lavoro dei primi cognitivisti che negli anni ’50 analizzavano le funzioni del cervello umano con l’aiuto degli elaboratori elettronici. E studiavamo la successiva corrente ecologica cognitivista che nasce negli anni ’70 dalla quale sono nate tante teorie per la comprensione della sofferenza umana e tante forme di psicoterapia. Oggi si parla di almeno venti forme diverse di psicoterapia cognitiva (o cognitivo-comportamentale)
Chi si avvicina alla psicoterapia cognitiva può incontrare indistintamente uno psicoterapeuta cognitivista standard, costruttivista, post razionalista, o altro ancora.
Non c’è da preoccuparsi, per un paziente non fa differenza un tipo o un altro, anche se ad ogni psicoterapeuta piace pensare che il proprio metodo sia sempre migliore degli altri.
Tutte le scuole hanno in comune l’idea che la sofferenza psichica sia direttamente collegata alla conoscenza maturata nel corso della propria storia, e l’obiettivo di aiutare le persone a migliorare la propria capacità di riflettere su se stesse, sui propri stati d’animo e sui propri pensieri. Aspetti che hanno poi una ricaduta diretta sul comportamento e sulla capacità di costruire obiettivi e di perseguirli.

Patrizia Mattioli,
Blog de il Fatto Quotidiano

15 aprile 2013

La svolta cognitiva

di Mario DeCaro, Domenica24, 14 aprile 2013

Accade di frequente che genesi, natura e significato di un processo culturale vengano raccontati in modi assai diversi tra loro, ma ugualmente legittimi: e questo, in fondo, non deve sorprendere. Quale fosse la natura del Rinascimento, quali i suoi limiti cronologici e quali il suo significato generale sono domande le cui risposte variano secondo i luoghi che si considerano (Firenze, Roma oppure l'Europa settentrionale), i fenomeni su cui si pone maggiormente l'accento (la cultura umanistica, quella artistica o quella scientifica) e i connessi fenomeni socio-politici (il passaggio dai comuni alle signorie, le tendenze religiose riformatrici o la nascita della produzione capitalistica). E non meno controversi sono la genesi, la natura e il significato di fenomeni culturali come il Romanticismo, l'arte astratta o il jazz.
Le cose, però, non sono sempre così complicate. In particolare, il cruciale passaggio che, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, ha riguardato prima la psicologia e poi le altre scienze umane e sociali è piuttosto chiaro nella cronologia, nelle modalità e nel significato. Dagli anni Venti e sino alla fine degli anni Cinquanta, la psicologia fu dominata da un approccio empiristico allo sviluppo cognitivo che fu condiviso dalle due concezioni dominanti del periodo: il comportamentismo e il costruttivismo epigenetico piagetiano. Secondo queste due concezioni, nello stato iniziale dello sviluppo cognitivo la struttura della mente è estremamente povera, se non una vera e propria «tabula rasa». Ciò che noi apprendiamo, insomma, dipende in modo pressoché esclusivo dall'ambiente cui siamo esposti. E a esiti simili giungeva nello stesso periodo anche l'antropologia culturale anglosassone: le tesi psicologiche di matrice empiristica, secondo cui la mente è plasmabile e i suoi contenuti dipendono solo dalle esperienze acquisite, si accordavano infatti bene con le tesi di quella scuola, secondo la quale le culture differiscono radicalmente tra loro, e tutti i fenomeni di rilievo nelle società (e dunque anche le differenze tra le diverse culture) sono integralmente spiegabili dall'ambiente culturale locale. In questa prospettiva, radicalizzando l'impostazione di Franz Boas, Ruth Benedict e Margaret Mead sostenevano che la mente umana è libera da influenze biologiche, e fin dall'infanzia viene interamente plasmata da fattori storici, culturali e ambientali.
Queste tesi compongono il nucleo fondamentale della concezione che gli psicologi evoluzionisti chiamano oggi «modello standard delle scienze sociali». Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, tuttavia, il clima teorico è notevolmente mutato. Alcune vicende teoriche hanno dato infatti luogo alla cosiddetta «svolta cognitiva»: il declino del comportamentismo e l'ascesa della psicologia cognitivista, la teoria razionalistica e innatistica del linguaggio proposta da Chomsky, la rivalutazione della prospettiva darwiniana da parte della sociobiologia e della psicologia evoluzionistica nonché, sul fronte filosofico, l'affermazione delle concezioni funzionalistiche della mente proposte da Putnam e Fodor. E così, negli ultimi anni, il peso attribuito ai fattori biologici e naturali nella determinazione dei nostri comportamenti individuali e sociali è molto aumentato rispetto al peso attribuito ai fattori culturali. E ciò ha fatto sì che nelle scienze umane e sociali si sia assistito alla forte affermazione di proposte teoriche di matrice naturalistica.
Ora, a raccontare genesi e fortuna del paradigma naturalistico-cognitivo, appare il primo di una coppia di volumi di Riccardo Viale, che ne è stato uno dei maggiori promotori nel nostro paese (Methodological Cognitivism: Mind, Rationality, and Society, Springer, Dordrecht 2012). Si tratta di un volume importante, perché si inserisce in modo originale e informato nel filone di critica del modello standard delle scienze sociali, con l'intenzione di contribuire al programma di naturalizzazione delle scienze umane, e più in particolare della teoria della razionalità e del l'economia cognitiva. In questo volume, in particolare, Viale difende una concezione che «può essere considerata un'evoluzione dell'individualismo metodologico, sia perché si propone di neutralizzare alcune delle difficoltà epistemologiche e metodologiche incontrate da quella concezione sia perché si radica più solidamente nella più accreditata teoria scientifica dell'azione sociale, ovvero la scienza cognitiva». In questa prospettiva, dunque, le scienze umane e sociali divengono branche delle scienze cognitive della mente.
Al fine di chiarire la genesi del paradigma naturalistico-cognitivo, Viale discute il contesto generale da cui prese avvio la scienza cognitiva, tornando sui dibattiti che in filosofia della scienza videro protagonisti Popper e Lakatos (un tema su cui si diffonderà maggiormente nel secondo volume di quest'opera) e discutendo di alcune delle tematiche classiche della filosofia della mente, con particolare riferimento alle proposte di Fodor, Kim e Churchland. Ma il nucleo fondamentale di Methodological Cognitivism è costituito da uno specifico programma di ricerca che si propone di sviluppare i fondamenti della razionalità sociale, con particolare riguardo al campo economico. In questa prospettiva, Viale discute dell'interazione fra economia comportamentale e scienze cognitive (e quindi di neuroeconomia comportamentale), un tema di grande importanza anche alla luce degli studi di Simon, Tversky e Kahneman. La discussione poi tocca la sfera della politica, della dimensione cognitiva della cultura e delle sue implicazioni epistemologiche: e qui è importante il riferimento agli studi di Dan Sperber. 
Viale prende in considerazione anche le proposte sviluppate da Nisbett e altri che si focalizzano sulla dimensione specificamente culturale della cognizione. Tali ricerche, a cavallo tra psicologia e neuroscienza culturale, mostrano come vincoli situazionali e culturali possano dar luogo a una diversità cognitiva fra i soggetti «occidentali» e quelli di diversa provenienza culturale. A questo proposito Viale argomenta con decisione contro le possibili interpretazioni relativistiche e irrazionalistiche delle differenze culturali. La questione che si apre è dunque come si possa conciliare la prospettiva cognitivo-evoluzionistico sui fenomeni culturali con la prospettiva culturale sulla cognizione. Un tema, questo, di grande rilevanza, che sarà senz'altro al centro delle discussioni sull'epistemologia delle scienze umane e sociali dei prossimi anni.
 
Riccardo Viale, Methodological Cognitivism: Mind, Rationality and Society,
Springer, Dordrecht, pagg. XIV+350, € 103,95

2 marzo 2012

La consapevolezza dello scimpanzé

Uno studio sul campo ha riscontrato che quando gli scimpanzé emettono una vocalizzazione di allarme, per esempio per la presenza di un serpente, tengono conto del fatto che i loro compagni siano consapevoli o meno del pericolo. Questo presuppone l'abbozzo di una competenza molto raffinata - avere una rappresentazione dello stato mentale dei propri simili  e conservare memoria delle loro conoscenze - e apre la strada a un ripensamento del ruolo dell'attribuzione dello stato mentale nell'evoluzione del linguaggio

Una regola fondamentale per la comunicazione efficace, si legge nei manuali, è conoscere il proprio pubblico, o più modestamente, i destinatari del proprio messaggio. Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Current Biology”, è una regola di cui tengono conto anche gli scimpanzé: se devono lanciare un grido di allarme, per esempio perché hanno visto un serpente, lo fanno con maggiore probabilità quando gli altri membri del gruppo sono inconsapevoli del pericolo.  La scoperta fa ipotizzare che gli scimpanzé conservino memoria delle informazioni disponibili agli altri individui e che si basino su di esse per compiere scelte mirate sui messaggi che intendono trasmettere. “Gli scimpanzé sembrano tenere conto delle conoscenze dei loro simili”, ha sottolineato Catherine Crockford dell'Università di St Andrews. “Essi producono una vocalizzazione di allarme per informare gli altri membri gruppo del pericolo quando questi non ne sono consapevoli, mentre è meno probabile che lo facciano quando gli altri ne sono già a conoscenza”.
La ricerca, che si è svolta sul campo in Uganda, prevedeva la collocazione di falsi serpenti sul cammino di scimpanzé selvatici per poi osservare le reazioni dei primati. Si è così scoperto che quando un individuo si accorge di un serpente, tipicamente produce una vocalizzazione di allarme per avvertire gli altri scimpanzé in grado di sentire il messaggio ma che non hanno ancora visto il pericolo. In particolare, lo studio ha mostrato che le vocalizzazioni degli scimpanzé sono influenzate da una motivazione prosociale, vale a dire che hanno il fine di informare intenzionalmente gli altri del pericolo. Il risultato sembra confutare l'ipotesi che solo gli esseri umani riconoscano l'ignoranza dei propri simili e agiscaono per porvi rimedio, e apre la strada a un ripensamento del ruolo dell'attribuzione dello stato mentale nell'evoluzione del linguaggio.
“Alcuni studiosi hanno sostenuto che uno stadio cruciale per l’evoluzione di questa capacità si ebbe quando gli individui iniziarono a produrre vocalizzazioni con l’obiettivo di informare e quindi ridurre l’ignoranza dei propri pari”, ha aggiunto la Crockford. "I nuovi risultati mostrano che le competenze fondamentali per dare il via a una comunicazione complessa sono evidenti negli scimpanzé più di quanto ritenuto finora”.  “È da rilevare inoltre che i risultati sono stati ottenuti in animali selvatici”, ha concluso la ricercatrice. “Il vantaggio di affrontare simili questioni negli scimpanzé selvatici è che si può registrare il loro comportamento abituale in un setting ecologicamente rilevante”.