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19 dicembre 2013

Parlare di emozioni aumenta l'empatia nei bambini

Secondo uno studio dell’Università di Milano-Bicocca, condotto in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, i bambini che vengono sollecitati a parlare di emozioni sono più empatici e migliorano alcune abilità cognitive. I ricercatori hanno analizzato cinque emozioni: colpa, rabbia, paura, felicità e tristezza. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology 

Rabbia, paura, colpa, felicità e tristezza. Se i bambini ne parlano, in piccoli gruppi e sotto la guida di un adulto, riescono a essere più empatici e migliorano le loro capacità cognitive. È il risultato di uno studio (Veronica Ornaghi, Jens Brockmeier, Ilaria Grazzani Enhancing social cognition by training children in emotion understanding: A primary school study DOI:10.1016/j.jecp.2013.10.005) condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e pubblicato sul “Journal of Experimental Child Psychology”, nell’ambito del progetto PRIN del 2008 Star bene a scuola: il ruolo della teoria della mente nel favorire lo sviluppo socio-motivo e cognitivo nella scuola primaria.   

Sulla scia dei risultati conseguiti in due precedenti studi, condotti dallo stesso team con bambini tra i 3 e i 5 anni, la ricerca, svolta in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, ha coinvolto 110 bambini delle scuole elementari dell’hinterland milanese. I bambini, distribuiti in un gruppo sperimentale e in uno di controllo, avevano tra i 7 e gli 8 anni. Quattro le fasi dello studio: pre-test, training, post-test e follow-up. Nella fase di pre-test sono state proposte ai bambini prove individuali di “comprensione delle emozioni”, di “empatia” e di ”teoria della mente” (prova cognitiva), per valutare il livello di partenza. Poi si è passati alla fase di training che è durata circa due mesi. Durante questo periodo, i bambini del gruppo sperimentale, dopo aver ascoltato delle storie a contenuto emotivo, venivano coinvolti nelle conversazioni sulla comprensione della natura, delle cause e della regolazione delle emozioni. Per promuovere la partecipazione attiva di tutti i bambini, il gruppo è stato a sua volta suddiviso in piccole classi di
circa sei bambini. Le attività si sono concentrate su cinque emozioni, di cui quattro di base (felicità, rabbia, paura e tristezza) e una complessa (senso di colpa). Ciascuna di queste emozioni è stata oggetto di conversazione per tre incontri: il primo focalizzato sulla comprensione dell’espressione, il secondo sulla comprensione delle cause e il terzo sulla comprensione delle strategie di regolazione dell’emozione target. Ogni incontro è stato strutturato in quattro momenti: introduzione al tema da parte dell’adulto, un racconto di vita quotidiana, avvio della conversazione, e riflessione finale da parte dell’adulto (leggi la scheda col dettaglio dell’esperimento).

I bambini del gruppo di controllo, invece, ascoltavano le storie e in seguito facevano un disegno, non partecipando dunque alla conversazione. Nella fase post-test, ai bambini sono state nuovamente proposte le prove; infine, dopo due mesi, a tutti i partecipanti è stata riproposta la prova di comprensione delle emozioni per verificare la persistenza degli effetti prodotti dall’intervento.

E’ emerso che il gruppo dei bambini sottoposti all’intervento migliora significativamente, rispetto al gruppo di controllo, in vari aspetti della comprensione delle emozioni, nella dimensione cognitiva dell’empatia, e nella prova cognitiva di teoria della mente.

La spiegazione dei risultati sta nell’uso della conversazione in piccolo gruppo, che ha favorito il decentramento cognitivo, l’assunzione del punto di vista dell’altro, la consapevolezza delle differenze individuali e il collegamento – da parte dei bambini - tra mondo interno non visibile e azioni manifeste.
«La novità dello studio – spiega Ilaria Grazzani, coordinatrice della ricerca e docente di Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione - consiste proprio nell’avere scoperto che l’intervento sulle emozioni produce miglioramenti anche nella capacità cognitiva di “teoria della mente”, ovvero nella capacità che consente di prevedere i comportamenti degli altri sulla base dell’inferenza dei loro stati mentali (“se ha fatto questo, forse è perché desiderava qualcosa; “se ha agito in un certo modo doveva essere arrabbiato”)».

«All’interno della scuola primaria tradizionalmente deputata all’insegnamento dei saperi curriculari– aggiunge Veronica Ornaghi, assegnista di ricerca –, è possibile realizzare interventi che, oltre a potenziare le abilità socio-emotive, come la comprensione delle cause delle emozioni, l’empatia e l’aiuto nei confronti dell’altro, producono anche miglioramenti su capacità di tipo cognitivo, per esempio, rappresentarsi la mente dell’altro e prevederne i comportamenti, un’abilità indispensabile nella vita sociale».


1 aprile 2013

ADHD, uno studio

Il più importante studio a lungo termine mai condotto su bambini in età prescolare diagnosticati ADHD (Sindrome da Iperattività e Deficit di Attenzione, la 'presunta' patologia dei bambini troppo agitati e distratti), pubblicato recentemente sull'autorevole rivista scientifica internazionale 'Journal of American Academy of Child and Adolescent Psychiatry', rileva che il trattamento farmacologico precoce su bambini con problematiche di comportamento in classe e in famiglia non ha effetti significativi sulla riduzione dei sintomi: 9 bambini su 10 continuano a manifestare il problema anche molto tempo dopo l'inizio del trattamento farmacologico, e ciò al di la della gravità della patologia.

Emilia Costa, professore Emerito di Psichiatria e già titolare della 1^ Cattedra di Psichiatria dell'Universita' di Roma "La Sapienza", commenta così lo studio americano: "La tesi dei colleghi americani conferma quanto da tempo dicevamo, ovvero che il cervello del bambino in evoluzione ha necessità fondamentale più che di psicofarmaci di un adeguato e sano apporto alimentare, di un contesto affettivo positivo, di movimento e di stimoli ambientali, di attenzione al clima, alla temperatura, alla ventilazione, ai campi elettromagnetici, e molto altri accorgimenti necessari e dovuti in una fase delicata come quella della crescita. L'assenza o la carenza di uno solo di questi apporti fondamentali può causare anormalità comportamentali e deficit che non sono regolabili 'magicamente' ingerendo una pastiglia di psicofarmaco. Anzi, l'assunzione di psicofarmaci rischia di modificare il normale sviluppo del cervello del bambino e dell'adolescente fino a produrre diversi disturbi di personalità, che vengono poi classificati come altre malattie 'ovviamente' da curare con altri psicofarmaci. Così la catena della malattia psichica - conclude Costa - si perpetua in eterno, per la gioia delle multinazionali del farmaco e dei loro ricchi bilanci".

L'indagine, condotta su Bambini considerati con problemi di comportamento e temperamento tra i 3 e i 5 anni, ha osservato i piccoli pazienti nei sei anni successivi alla prima diagnosi. I sintomi tipici dell'ADHD (disattenzione, iperattività e impulsività) sono continuati per circa il 90% del numeroso gruppo di bimbi coinvolti nella sperimentazione, anche sei anni dopo la diagnosi, senza evidenziare rilevanti differenze tra il gruppo trattato farmacologicamente e quello non medicalizzato.
Sul punto è intervenuto anche Luca Poma, giornalista e Portavoce di "Giù le Mani dai Bambini", il più rappresentativo comitato italiano per la farmacovigilanza pediatrica. "Sono anni che sosteniamo l'inutilità di questi psicofarmaci, che hanno un effetto limitato nel tempo e per contro espongono i bambini a gravi rischi. Ci appelliamo all'Istituto Superiore di Sanità, che sta collaborando alla stesura delle nuove linee guida per il trattamento dell'ADHD, affinché, nel rispetto della propria missione di ente pubblico imparziale che lavora per il bene di tutta la cittadinanza, includa queste nuove evidenze scientifiche nei protocolli. Quella parte di comunità scientifica che promuove - spesso in pieno conflitto d'interessi - l'utilità dell'uso di molecole psicoattive e anfetamine su bambini piccoli e adolescenti, deve finalmente ammettere che il presunto beneficio è di breve termine, che si riducono solo i sintomi - peraltro a prezzo di rischi per la salute dei più piccoli - e che queste cosiddette terapie non curano assolutamente nulla.

Ciò che serve è una presa in carico 'non semplicistica' per i piccoli con problemi di comportamento: come diceva un grande pediatra americano, il Dott. Bill Carey, bisogna diffidare delle soluzioni 'quick-fix', soluzioni facili a problemi complessi".
Secondo i ricercatori, oltre il 7% dei bambini americani sono attualmente in trattamento per l'ADHD, per una stima di incassi da parte delle multinazionali farmaceutiche coinvolte che oscilla 36 e 52 miliardi dollari all'anno.

23 marzo 2013

Convenzione Lanzarote ed esperti psicologi

La Convenzione di Lanzarote, entrata in vigore in Italia il 23 ottobre scorso, e relativa alla protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale, ha conferito un ruolo determinante alla presenza di esperti in psicologia o psichiatria infantile.
Infatti, ai sensi della nuova normativa, nei procedimenti inerenti alcune tipologie di delitto - come ad esempio gli atti sessuali con minorenni, la violenza sessuale, l'adescamento di minori, la prostituzione e la pornografia minorile - sia la polizia giudiziaria sia il pubblico ministero sia il difensore, "quando deve assumere sommarie informazioni da persone minori, si avvale dell'ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile".

Per questo motivo l'Ordine degli psicologi del Lazio ha deciso di scrivere una nota volta a chiarire il ruolo degli esperti nel nuovo contesto normativo, ricordando che la "Convenzione di Lanzarote è un documento con il quale i Paesi contraenti (ad oggi Albania, Danimarca, Francia, Grecia, Italia, Malta, Olanda, San Marino, Serbia e Spagna) si impegnano a rafforzare la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale, adottando criteri e misure comuni sia per la prevenzione del fenomeno, sia per il perseguimento dei colpevoli e tutela delle vittime". Accanto alle due novità che hanno riguardato l'inserimento nel codice penale di due nuovi reati, l'istigazione a pratiche di pedofilia e di pedopornografia (art. 414 bis codice penale) e l'adescamento di minorenni o grooming (art. 609 undecies codice penale), c'e' quindi l'introduzione "in modo diretto della partecipazione di esperti in psicologia o in psichiatria infantile chiamati ad operare nell'ambito dell'escussione di testimoni o vittime minorenni, con l'obbligatorietà dell'intervento e con la nomina diretta da parte del Pubblico ministero. Ricordiamo che quel primo ascolto indicato dalla Convenzione di Lanzarote e ratificato in legge dal Senato- precisa l'Ordine- riguarda il primo ascolto-interrogatorio, spesso nell'immediatezza del fatto o successivamente ad una denuncia. Sono, dunque, interventi che prima erano svolti direttamente dagli operatori della Polizia Giudiziaria o dei Carabinieri, riguardanti le cosiddette sommarie informazioni. E' evidente- conclude la nota- l'importanza di ciò, in quanto verrà garantito a quel primo ascolto la necessaria competenza di chi dovrà svolgerlo".

Per leggere la nota: http://www.ordinepsicologilazio.it/news/pagina375.html

20 settembre 2012

Sindrome da Alienazione Parentale (PAS)

"Non definirei la sindrome da alienazione parentale (PAS) come una patologia, parlerei piuttosto di disfunzionalità dal momento che il bambino si prende un carico che non gli compete. La diagnosi di PAS in realtà non rispetta le regole di un'organizzazione familiare. La famiglia è regolata in termini triadici, per cui ciò che accade prima della separazione è la possibilità che si verifichi una dissoluzione dei confini familiari che porta la madre a considerare il figlio come un amico o un partner. Se il padre non si accorge di ciò e rimane periferico si verifica un'alleanza madre-figlio che lo esclude. È un gioco familiare antico, che può diventare patologico ma non si chiama sindrome da alienazione genitoriale e per curarlo è necessario prendere in considerazione il comportamento di tutti e tre gli attori a cominciare dal padre che si fa da parte". Lo ha affermato Silvia Mazzoni, docente di Psicologia dinamica e clinica presso l'Università 'La Sapienza' di Roma, presente il 25 settembre al convegno su 'La distorsione delle relazioni genitoriali - la PAS', presso l'Aula della Chiesa di Sant'Aurea nel Borgo di Ostia Antica, affrontando il tema della 'Dissoluzione dei confini nella famiglia e la PAS'.
I confini familiari si dissolvono quando "i figli fanno da genitori, partner o amici. In questo modo- ha spiegato la docente- non vengono rispettati i ruoli genitoriali e il bambino ha un accesso troppo libero al mondo adulto. Sicuramente la dissoluzione dei confini comporta rischi evolutivi per il minore, ma la diagnosi di PAS interviene in situazioni ben note nelle dinamiche disfunzionali delle famiglie. Bisogna essere molto attenti quando si fanno queste diagnosi, anche perché spesso avallarle significa non guardare alla storia della famiglia".
Una ricercatrice in ambito di divorzi e separazioni, Joan B. Kelly, ha affermato che "si tratta di una diagnosi lineare, ovvero si suppone che uno dei due genitori, generalmente la madre, produca nel figlio questa sindrome da alienazione paterna. Dobbiamo però tener presente- ha precisato Mazzoni- che è possibile effettuare una diagnosi di PAS solo nel caso in cui le lamentele del figlio siano assurde e non realistiche. In molti casi, invece, i bambini producono un loro giudizio autonomo, giusto o sbagliato che sia, nato dall'osservazione degli atteggiamenti conflittuali dei genitori".
Secondo la psicoterapeuta "la frequenza di questa problematica è altissima nelle famiglie in separazione giudiziale, ma non riguarda tutto il mondo dei separati. È un fenomeno che aumenta in presenza della legge sull'affidamento condiviso, anche perché sono tre i cavalli di battaglia di coloro che litigano: alienare il figlio dall'altro genitore, criticare l'altro genitore di abuso e far decidere al figlio con chi andare". Mazzoni ha concluso: "La diagnosi di PAS può essere riconosciuta, ma bisogna saperla fare bene perché al suo interno potrebbe capitarci di tutto".

16 febbraio 2012

GB: bimbi che mangiano con le mani


SCELGONO AUTONOMAMENTE: E SI ORIENTANO VERSO CIBI MIGLIORI
La scuola di Psicologia dell'università di Nottingham (Inghilterra) ha condotto una ricerca su un campione di 155 bambini di età compresa tra i 20 mesi e i sei anni e mezzo per sondare le abitudini acquisite nel modo di mangiare. I ricercatori hanno scoperto che 92 bambini si portavano il cibo alla bocca con le mani, scegliendo il cibo presente a tavola e mangiandolo a pezzetti. Gli altri 63, invece, usavano il cucchiaino e mangiavano cibi frullati. Il risultato sorprendente è che le due differenti modalità corrispondono a scelte alimentari collegate alla salute. Infatti, i bambini autonomi nel mangiare sceglievano pane e pasta, gli altri preferivano i dolci. Inoltre, in questo secondo gruppo sono stati individuati 8 bambini obesi contro uno solo nell'altro gruppo.
La ricerca e' stata pubblicata sul British Medical Journal e ha spinto i ricercatori a esprimere alcune interessanti conclusioni in merito ai vantaggi di un rapporto del bambino con il cibo che passa dall'uso delle mani. Infatti, ciò permetterebbe loro di familiarizzare con la consistenza solida dei cibi e di imparare a scegliere gli alimenti che sono alla base di un'alimentazione corretta, quali pane e pasta.